La depressione e il pianto

Quando si sente solo e abbandonato l’uomo può scoppiare in pianto. E se nessuno gli risponde, se il pianto si esaurisce senza consolazione, allora può subentrare una forma di quiete molto triste. Una quiete simile ad un ritiro dal mondo ed imparentata con la depressione.

La mancanza delle persone a cui siamo legati può provocare una forma più o meno intensa di dolore psichico. È questo un fenomeno profondo a cui tutti gli uomini sono predisposti. Le neuroscienze affettive lo riconducono a un sistema emotivo fondamentale: la pena della solitudine (in inglese: grief). Si tratta di una modalità del sentire particolarmente intensa nei bambini piccoli, che rimane attiva anche negli individui adulti, benché mediata dalla riflessività, dalla cultura e dall’esperienza personale.

La sofferenza psichica generata dall’isolamento sociale ha una manifestazione particolarmente evidente nel bambino che piange quando si rende conto di essere rimasto da solo senza la mamma. In tale situazione è evidente come il pianto sia un richiamo. Chi piange sta chiamando qualcuno in aiuto.

La depressione e il pianto

La depressione e il pianto

Il pianto è una reazione immediata ad un’intensa sensazione di solitudine e di mancanza. Se però tale sensazione si prolunga nel tempo, ad un certo punto i tentativi di chiamare le persone che ci stanno a cuore tendono a quietarsi e si entra in una fase di inattività. Si abbassano l’interesse per il mondo ed il coinvolgimento nella situazione in cui ci troviamo. In un certo senso, è come se l’intenso investimento di energie nel pianto si rivelasse improduttivo, e si passasse quindi ad una modalità caratterizzata da attività ridotta, più adatta a preservare le energie corporee.1

Se il dolore psichico della solitudine si presenta in modo particolarmente intenso o continuativo, allora l’abbassamento di interesse per il mondo può tramutarsi in un aspetto cronico della vita mentale, andando ad alimentare il fenomeno della depressione.


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A questa visione suggerita dalle neuroscienze affettive fa riscontro quanto emerge da alcuni studi sul pianto e sulla depressione, secondo i quali il pianto è più tipico delle fasi di depressione lieve, là dove negli stati più intensi di depressione si tende quasi a perdere la capacità di piangere.

Nel parlare di mancanza dei nostri simili, bisogna tener presente che per sentirci vicini alle altre persone non è sufficiente la loro presenza fisica. Ci si può sentire soli anche quando si è in mezzo alle persone. Ciò che da luogo alla vicinanza reale è il verificarsi di una sintonia, ovvero di un incontro. Il momento dell’incontro è forse il fenomeno più direttamente contrapposto alla sensazione della solitudine, ed uno degli effetti del pianto è proprio quello di favorire l’incontro e la comprensione emotiva con la persona che assiste al nostro pianto.

Abbiamo sviluppato più a fondo il tema dell’incontro in questo articolo: “Edward Tronick, le emozioni nei bambini e il momento dell’incontro”.

L’idea che il pianto possa aiutarci a stare meglio è piuttosto diffusa, ma è stata sottoposta a verifica sperimentale soltanto di recente. Sembra che il pianto abbia l’effetto di migliorare l’umore quando si è in presenza di una singola persona con cui si ha confidenza, ma non quando si è da soli o quando si è in presenza di molte persone, specialmente se queste disapprovano il pianto. Quando si prova vergogna di piangere, inoltre, il pianto non aiuta. Piangere aiuta di meno anche in caso di conflitto (quando è presente l’emozione della rabbia) e quando si piange per la sofferenza degli altri. L’efficacia del pianto è minore quando il pianto è meno intenso e quando l’umore è ad un livello generale più basso.2

Una modalità del pianto che può creare problemi di interpretazione è il pianto di gioia. Se il pianto è una forma di richiamo che si manifesta quando ci sentiamo abbandonati, allora perché si piange quando, per esempio, ci ricongiungiamo con una persona dopo una lunga separazione? Due studiosi italiani, Miceli e Castelfranchi, suggeriscono la seguente soluzione.

Quando la persona amata o desiderata non è presente, può succedere che ci impediamo di riflettere sulla sua mancanza per tener lontani il male e la nostalgia. Se poi però accade un ricongiungimento, in tale momento può succedere di vedere meglio quanto eravamo soli nella fase precedente. Le lacrime di gioia deriverebbero quindi da una forma di empatia per il precedente stato di mancanza che potrebbe infine essere riconosciuto. che potrebbe infine essere riconosciuto.3

La tendenza al pianto nelle donne è generalmente considerata maggiore rispetto agli uomini. C’è una pubblicazione molto interessante del 2011 che ha esplorato questa dimensione della personalità con uno studio condotto in 37 nazioni differenti. Le differenze fra cultura e cultura sono notevoli, ma la tendenza al pianto risulta sempre nettamente superiore nelle donne rispetto agli uomini.

Secondo alcuni dei presupposti teorici dello studio citato, nelle società più tradizionali si sarebbe dovuta riscontrare una differenza di genere più marcata fra uomini e donne.4 I risultati ottenuti sembrano però dare indicazioni diverse. Il benessere sociale e materiale appare collegato a una accresciuta predisposizione al pianto nelle donne (più che negli uomini), e dunque ad una maggiore differenza di genere.

Il medesimo studio ha preso in esame anche le componenti psicologiche della personalità, ed è emerso che l’estroversione è generalmente collegata a livelli maggiori di pianto, sia negli uomini sia nelle donne.5 Complessivamente i risultati di questo studio supportano la concezione generale che il pianto sia una forma comunicativa tendente a diventare più frequente col crescere del benessere e dell’espressività.

Una curiosità: fra le 37 nazioni studiate, quella in cui i maschi avevano una maggiore tendenza al pianto era l’Italia, con un valore di 4,46. Seguivano la Turchia (4,04) il Brasile (3,97), il Perù (3,95) e la Germania (3,89).6

Naturalmente bisogna sempre ricordare che questo tipo di studi riguarda il valore medio statistico, e che le differenze personali possono giocare un ruolo notevole.

I risultati dello studio citato sembrano compatibili con l’idea che il pianto sia un tentativo di esprimere (e riparare) il dolore dell’abbandono. Quest’ultimo costituisce un modo estremamente umano di stare al mondo, ed è insieme una debolezza preziosa (perché ci unisce agli altri) e un desiderio estremamente intimo di cui tenere conto.

Come possiamo rapportarci a tale modo del sentire? È probabile che non sia possibile dare una risposta di tipo scientifico a tale domanda, sembra piuttosto necessario compiere una scelta di valori di cui ciascuno deve prendersi la propria responsabilità. Per quanto ci riguarda, noi intravediamo due modi di vivere il mondo fra loro opposti, i quali possono incidere sul modo in cui percepiamo la mancanza di altri esseri umani attorno a noi.

Il primo consiste nel pensare che gli uomini vivano anzitutto in un mondo fatto di cose materiali. Ed il mondo, in tal caso, si trasforma velocemente in un deserto. Le cose materiali, se prese a misura del mondo, ci dividono facilmente uno dall’altro e creano una sorta di insoddisfazione cronica del nostro bisogno innato di socialità.

Un approccio alternativo è abituarsi a pensare che noi viviamo anzitutto in un mondo di persone, di emozioni e di desideri. E le cose, allora, finiscono per essere soltanto una traccia degli uomini che le hanno rese possibili. Tutto, intorno a noi, inizia a parlarci di ciò che fanno gli uomini e di ciò che desiderano gli uomini. È come se anche le cose avessero una voce; e allora l’uomo non è più solo.

C’è un verso latino che porta con sé un frammento di questa sensibilità. “V’è nelle cose un pianto”, diceva Virgilio.7


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Il contenuto di questo articolo non sostituisce il parere del medico.

BIBLIOGRAFIA

Baker, Marc. “Recent advances in the crying literature.” PsyPAG Quarterly 107 (2018): 15-19.

Bylsma, Lauren M., et al. “When and for whom does crying improve mood? A daily diary study of 1004 crying episodes.” Journal of Research in Personality 45.4 (2011): 385-392.

Miceli, Maria, and Cristiano Castelfranchi. “Crying: Discussing its basic reasons and uses.” New ideas in Psychology 21.3 (2003): 247-273.

Panksepp, Jaak, and Lucy Biven. The archaeology of mind: neuroevolutionary origins of human emotions (Norton series on interpersonal neurobiology). WW Norton & Company, 2012.

Van Hemert, Dianne A., Fons JR van de Vijver, and Ad JJM Vingerhoets. “Culture and crying: Prevalences and gender differences.” Cross-Cultural Research 45.4 (2011): 399-431.

Vingerhoets, Ad JJM, et al. “Is there a relationship between depression and crying? A review.” Acta Psychiatrica Scandinavica 115.5 (2007): 340-351.

1“…dopo un periodo di intenso stress da separazione con proteste vocali , indicative di un iniziale risposta di panico, che aiuta i genitori a rintracciare la prole perduta, potrebbe essere adattivo regredire in uno stato di afflizione comportamentalmente inibita o in una fase di infelicità in modo da conservare le risorse corporee.”

Panksepp e Biven 2012, p. 339.

2Bylsma et 0l 2011, p. 390-391.

3“A nostro avviso, uno speciale tipo di impotenza (helplessness) è implicata nel pianto di gioia. Si tratta, per cosí dire, della memoria della propria (o della vittima) impotenza, o, più esattamente, di una ricostruzione retrospettiva delle passate vicissitudini in termini di impotenza.”

Miceli e Castelfranchi 2003, p. 257.

4“…il modello del ruolo sociale (…) predirebbe che le le differenze di genere dovrebbero essere maggiori in società più tradizionali in opposizione alle culture moderne anziché la situazione opposta.” (van Hemert 2011, p. 422.

5Si tenga presente che nello studio citato erano presenti due distinte misure di estroversione (EPQ e BIG FIVE). Di queste, quella più legata al pianto (BIG FIVE) era quella collegata al comportamento assertivo (e quindi all’espressività), anziché quella collegata all’essere amichevole e socievole.

Vedi van Hemert et al. 2011, p. 415-417.

6Fra le donne i valori più alti sono stati riscontrati in Svezia (6,96) Brasile (6,88), Germania (6,61), Spagna (6,59). Per le donne italiane è stato riscontrato un valore di 6,25.

7Il verso originale è “sunt lacrimae rerum”. La traduzione, piuttosto libera, compariva in un libro di storia di cui non siamo riusciti a rintracciare il titolo.

Edward Tronick, le emozioni nei bambini e il momento dell’incontro

Edward Tronick ha dedicato una vita allo studio delle emozioni nei bambini. Nei suo scritti si trovano alcune idee che si rivelano illuminanti anche per le relazioni interpersonali fra adulti.

La madre ed il bambino non si trovano in uno stato di sintonia continua e ininterrotta. La madre e il bambino si trovano in uno stato di sintonia altalenante.1 La proprietà fondamentale su cui porre l’attenzione non è la capacità di restare sempre in sintonia, bensì la capacità di recuperare la sintonia e di ripristinare la relazione dopo che queste sono state interrotte.

Con l’accumulazione e la reiterazione di successo e riparazione, il bambino stabilisce un nocciolo affettivo positivo, con confini più chiari fra il sé e gli altri (…) Questi bambini, sulla base della loro esperienza di interazione normale, hanno una rappresentazione dell’interazione come riparabile e di sé stessi come efficaci nel compiere tale riparazione.2

Quello che il bambino può imparare, dunque, non è tanto che vi è una sorta di magia relazionale permanente, quanto che la magia relazionale persa può sempre essere ristabilita, per mezzo della propria azione. Tale dinamica sembra essere alla base di quella fiducia fondamentale nel mondo che Donald Winnicott considerava strettamente legata al fenomeno del gioco.


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Il punto di vista di Tronick è sostenuto da un grande lavoro di investigazione empirica, del quale andiamo ad esporre alcuni degli aspetti più rilevanti.

Le emozioni fondamentali sono rintracciabili nei bambini fin dai primi mesi di vita. I neonati sono in grado di utilizzare quasi tutti i muscoli facciali impiegati dagli adulti per manifestare le emozioni.3 Sono in grado di assumere espressioni di gioia, interesse, sorpresa, paura, rabbia, tristezza.4 Sono anche in grado di riconoscere le espressioni emotive degli adulti.5


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I bambini sviluppano molto presto la capacità di porsi in modo strumentale nei confronti degli oggetti ed in modo comunicativo rispetto alle persone.6 Già a sei mesi, inoltre, sembrano emergere dei modi stabili di gestire le interazioni sociali,7 inclusi alcuni processi di autoregolazione emotiva: “Per esempio, succhiarsi il pollice può calmare i bambini sottoposti a stress e distogliere lo sguardo può ridurre il battito cardiaco”.8

Tronick ha contribuito a sviluppare il metodo del volto immobile (still face). In tale situazione sperimentale viene chiesto alla madre di assumere all’improvviso un volto inespressivo mentre sta giocando col bambino. Il bambino si trova cosí sottoposto ad una situazione di stress in cui la reazione più tipica è quella di sollecitare la madre a ritornare espressiva, a ritornare in relazione.9 La reazione opposta, considerata meno adattiva, è quella di ritirarsi e di rinunciare a sollecitare il ritorno in relazione. Si potrebbe intravedere in queste differenti modalità di reazione il punto di origine dello stile di attaccamento sicuro oppure insicuro.10

Nel corso di questi esperimenti sui bambini, vengono osservati i seguenti elementi del comportamento: “direzione dello sguardo (sguardo alla madre, sguardo agli oggetti, “scansione”), vocalizzazioni (neutrale-positiva, difficile-esigente, pianto), gesti di prelievo, altri gesti (indicare con una mano, protendersi verso la madre, inclinarsi verso la madre, toccare la madre), auto-consolazione (prendere in bocca una parte del corpo oppure un oggetto), distanziamento (scappare voltandosi e rigirandosi nella sedia), e indicatori di stress autonomico (sputare o singhiozzare).”11

Nell’esperimento del volto immobile, solitamente i bambini maschi si rivelano più delicati rispetto alle bambine: “I bambini sembravano avere una più limitata capacità di autoregolazione rispetto alle bambine, e rendevano i loro bisogni espliciti alla madre con una maggiore varietà di espressioni sia positive sia negative. Le bambine, d’altra parte, mostravano un maggior livello di interesse e di esplorazione degli oggetti rispetto ai bambini e sembravano meno vulnerabili ad uno stress relazionale del tipo creato dalla situazione di still face e dal (successivo, ndt) gioco di ri-unione”12 (Tronick ritiene che queste diversità nei bambini piccoli possano essere alla base della successiva differenziazione fra i comportamenti di ragazze e ragazzi.)

Studiando il comportamento del bambino nel modo appena descritto, si tende a focalizzarsi sulle emozioni provate dal bambino momento per momento. Ciò che invece sfugge a tale approccio è l’osservazione degli “schemi emotivi”13 durevoli.14

In modo molto intuitivo, uno schema emotivo triste, per esempio, può mostrare un certo grado di resistenza al cambiamento, e può rimanere inalterato anche se il bambino riceve alcuni input positivi. Se però gli input positivi si susseguono, allora lo schema emotivo triste può tramutarsi in uno schema emotivo basato sul sentimento della gioia. Tronick propone una metafora curiosa per visualizzare il modo in cui avviene questo cambiamento. Lo schema emotivo triste è come una zuppa di piselli. Se ci si aggiunge una carota, il gusto non cambia di molto, ma se si aggiungono abbastanza carote, allora la zuppa di piselli può trasformarsi in una zuppa di carote.15


SULLA DIFFERENZA FRA EMOZIONI E SCHEMI EMOTIVI, LEGGI ANCHE: Carroll Izard e le emozioni


Gli studi sulle emozioni hanno messo in luce che nell’uomo vi sono alcune emozioni fondamentali alla base della nostra esperienza cosciente. Le neuroscienze affettive di Jaak Panksepp, per esempio, hanno individuato una lista di 7 emozioni basate su circuiti nervosi di origine innata. Queste radici fondamentali del nostro sentire si pongono come un punto di partenza biologico sul quale poi si innesta la differenziazione individuale dovuta alle esperienze personali e alle culture in cui siamo immersi.

Tronick fornisce un esempio interessante di variabilità interculturale quando prende in considerazione la cultura degli Efe, ovvero i pigmei che vivono nella foresta pluviale dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Presso questa popolazione i bambini spendono molto tempo con persone diverse dalla madre. Tronick ipotizza che a questa condizione corrisponda una maggior capacità di gestire la relazione emotiva con le altre persone, una concezione rassicurante del contesto sociale, e al tempo stesso anche una maggior dipendenza da tale contesto sociale, con un minore sviluppo delle strategie di autoregolazione che il bambino mette in atto quando è solo.16

Un altro esempio interessante riguarda la cultura Gusii del Kenya, nell’ambito della quale si riscontrano delle norme piuttosto strette a riguardo degli sguardi scambiati nel corso di un’interazione faccia-a-faccia. Una madre Gusii distoglierà lo sguardo dal proprio bambino che ha raggiunto un picco emotivo positivo, col risultato di farlo tornare in uno stato più neutrale. Al contrario, le madri americane studiate da Tronick si comportano in modo opposto, eccitandosi insieme al bambino e promuovendone l’intensità emotiva positiva.17

Il significato della ricerca di Tronick si espande ulteriormente se lo poniamo in relazione col sentimento della solitudine. Il sentimento della solitudine (o pena della solitudine) non è una modalità accessoria del sentire umano. Esso fa parte di quel gruppo ristretto di emozioni innate che governano il nostro modo di stare nel mondo. È da tale sistema emotivo che si originano il senso di solitudine, il pianto del bambino rimasto solo, il pianto dell’adulto che ricorda una persona scomparsa, l’agitazione dell’adulto in preda all’attacco di panico. Come ben puntualizza Panksepp18, la pena della solitudine è un sistema emotivo con effetti molto profondi sulla natura umana, e strettamente legato all’insorgere della depressione.

Ma cosa c’entra questo con Tronick?

Con la sua attenta analisi dello scambio interindividuale fra la madre e il bambino, Tronick ha messo a fuoco il momento dell’incontro fra persone, ed ha evidenziato come le modalità di questo incontro siano decisive per lo sviluppo della personalità fin dai primi mesi di vita. Il bambino posto in un esperimento di volto immobile si rende conto che la presenza della madre è venuta a mancare, che non vi è più sincronizzazione, che non vi è più comunicazione. Il bambino si rende conto che è rimasto solo, e si da da fare come può per ricongiungersi alla madre, per tornare ad interagire con la madre, per tornare a giocare con la madre. Per tornare ad incontrarla.

L’incontro è un momento di sincronia che diventa consapevole,19 e quando noi diventiamo consapevoli di una sintonia sentendola come incontro con un’altra persona, ecco, è allora che ci troviamo proprio al polo opposto rispetto al sentimento della solitudine.

Tronick, le emozioni e il momento dell'incontro

Tronick, le emozioni e il momento dell’incontro


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BIBLIOGRAFIA

Beebe, Beatrice, and Frank M. Lachmann. “The expanding world of Edward Tronick.” Psychoanalytic Inquiry 35.4 (2015): 328-336.

Panksepp, Jaak, and Lucy Biven. The archaeology of mind: neuroevolutionary origins of human emotions (Norton series on interpersonal neurobiology). WW Norton & Company, 2012.

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Tronick, Edward Z., Gilda A. Morelli, and Paula K. Ivey. “The Efe forager infant and toddler’s pattern of social relationships: Multiple and simultaneous.” Developmental Psychology 28.4 (1992): 568.

Weinberg, M. Katherine, et al. “Gender differences in emotional expressivity and self-regulation during early infancy.” Developmental psychology 35.1 (1999): 175.


1Il coordinamento, indipendentemente dall’età del bambino nel corso del primo anno, viene osservato solo nel 30% o meno del tempo di interazione faccia a faccia, e le transizioni dagli stati coordinati a quelli scoordinati e viceversa accadono circa una volta ogni 3-5 secondi…”

Tronick 1989, p. 116

2Tronick 1989, p. 116

3“I bambini piccoli compiono quasi tutti i movimenti muscolari che sono impiegati dagli adulti per esprimere le emozioni primarie”

Tronick 1989, p. 115

4“Izard ha identificato le espressioni facciali di interesse, gioia, disgusto, sorpresa e sofferenza/afflizione (distress) nei bambini piccoli. Weinberg (1988) e Hamilton (1988) hanno identificato le espressioni facciali di tristezza e rabbia nei bambini dai tre ai sei mesi.”

Tronick 1989, p. 115

5“I bambini piccoli possono anche discriminare le espressioni facciali degli altri…”

Tronick 1989, p. 114

6“Detto in modo semplice, i bambini comunicano con le persone e agiscono strumentalmente con gli oggetti”

Tronick 1989, p. 114

7Weinberg et al. 1999, p. 183

8Tronick 1989, p. 113

9Weinberg et al. 1999, p. 177

10“Inoltre, i bambini piccoli che avevano esperito più riparazioni della sincronizzazione nel normale corso del gioco, e che avevano impiegato metodi di gestione più adattivi nell’ambito degli esperimenti di volto immobile, erano più propensi ad avere uno stile di attaccamento sicuro all’età di un anno…”

Beebe et al. 2015, p. 332

11Weinberg et al. 1999, p. 177

12Weinberg et al. 1999, p. 186

13L’espressione schemi emotivi è presa da Izard. Tronick, in inglese, usa il termine mood.

14Tronick ha scritto un articolo a tal riguardo (Tronick 2002), paragonando lo sviluppo di questi schemi emotivi allo sviluppo dei cicli circadiani del sonno. In entrambi in casi sarebbe decisiva l’interazione fra il bambino e la persona che se ne prende cura.

15Tronick 2002, p. 95

16“Gli Efe potrebbero rappresentare un estremo del continuum della cura multipla, con una quantità considerevole di cura fornita da molti individui al di là della madre.”

Tronick et al. 1992, p. 575

17Tronick 1989, p. 117

18Panksepp et al. 2012, p. 314 (e in generale tutto il capitolo 9)

19“La teoria dell’espansione diadica della coscienza si basa su una propria teoria della mutua regolazione, e prende spunto dal concetto di momento dell’incontro di Sander (…) Sander basava il suo concetto di momento dell’incontro sul concetto di specificità accoppiate(Weiss, 1970), una risonanza fra due sistemi sintonizzati uno con l’altro da proprietà corrispondenti. Un esempio potrebbe essere la somiglianza dei ritmi vocali in entrambi i partner.”

Beebe et al. 2015, p. 333

La rabbia verso il partner: il ruolo delicato del desiderio

Chi si arrabbia non è (quasi) mai “un mostro”. Chi si arrabbia è sempre una persona che ha a cuore qualcosa. Il che è molto umano.

Assumere questo punto di vista ci aiuta a comprendere il legame fra il sentimento della rabbia e la relazione di coppia. E aiuta anche a limitare i sensi di colpa riguardo alle nostre manifestazioni di rabbia verso il partner.

La rabbia verso il partner

La rabbia verso il partner

La rabbia (che possiamo chiamare anche collera, oppure ira) nasce quando qualcuno non rispetta le nostre aspettative e impedisce ai nostri piani di realizzarsi, quando qualcuno ci manca di rispetto, quando percepiamo una forma di ostilità che in qualche modo ci danneggia. In un ambiente competitivo, come per esempio sul posto di lavoro, sappiamo che le altre persone si comportano anzitutto in base al proprio interesse, ma dal nostro partner ci aspettiamo che tenga in maggior conto le nostre esigenze. Tanto più noi teniamo un atteggiamento aperto nei confronti del partner e nutriamo delle aspettative di fiducia, tanto più succederà che anche le cose di poca importanza ci feriscano.

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La profondità e la qualità della relazione fanno crescere le aspettative, e la crescita delle aspettative rende più facile che esse vengano tradite. È per via di tale il meccanismo che il sentimento della rabbia è sempre presente nella sfera di possibilità anche delle coppie più affiatate.

Quando in una coppia si verificano arrabbiature e conflitti occasionali, allora abbiamo a che fare con fenomeni che possono rientrare nella normalità di una relazione solida e promettente. Quando invece accadono frequentemente dei veri e propri attacchi di rabbia, allora è possibile che sia necessaria una riflessione (molto delicata) sui desideri reali di entrambi i partner, sui loro schemi tipici di attaccamento, e sugli eventuali meccanismi di dipendenza affettiva.

Nella complessa stratificazione di eventi singoli, di abitudini ripetute e di significati più o meno nascosti, si possono individuare alcuni fattori ricorrenti che possono condurre ai litigi di coppia. Questi sono l’eccesso di critica, l’accumulo di fastidio, il rifiuto inaspettato, il tradimento della fiducia e la mancanza di considerazione.1

Tra le modalità negative di gestire il conflitto si segnalano la richiesta di compensazioni e contropartite, la negazione di responsabilità e gli attacchi personali.2 Tra le abitudini costruttive vi sono invece l’ascolto empatico, l’accettazione di compromessi, la negoziazione. Sempre valido è il consiglio di esporre le proprie obiezioni seguendo questo schema: “Quando hai fatto X, io mi sono sentito Y. Se tu avessi fatto Z, per me sarebbe stato meglio” (lo sottolineava già Goleman nel suo libro sull’intelligenza emotiva). Il principio sottostante è che nella comunicazione bisognerebbe tentare di bilanciare la descrizione di ciò che non va bene con la descrizione delle alternative positive. Nella medesima ottica, bisognerebbe anche evitare di essere eccessivamente critici verso se stessi, unendo invece il riconoscimento dei propri errori ad un’onesta espressione delle proprie esigenze.

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Un fattore decisivo affinché i conflitti all’interno della coppia possano essere risolti in modo costruttivo, migliorando la soddisfazione coniugale, è la comprensione del partner “Maggiori livelli di accuratezza nel percepire le strategie del partner nel gestire il conflitto (…) si sono mostrati associati con maggiori livelli di soddisfazione della relazione. Consistente con queste conclusioni, la letteratura sulla percezione interpersonale (…) ha mostrato che un’accurata comprensione del comportamento del partner è collegata alla soddisfazione coniugale.”3

Perché abbia luogo un’adeguata comprensione del partner è importante saper cogliere tutti i segni, anche quelli minimi, del sentimento del proprio compagno. Solitamente le donne in questo genere di abilità sono meglio degli uomini: “Complessivamente, le evidenze trovate indicavano che le donne sono più accurate nelle loro valutazioni dei comportamenti conflittuali rispetto agli uomini.”4

Generalmente, le donne si aspettano dagli uomini (correttamente) la tendenza a minimizzare le questioni affrontate. Gli uomini, invece, si aspettano dalle donne delle conseguenze sovradimensionate, e temono più facilmente di essere rifiutati a seguito di espressioni aperte di collera.5

Le donne solitamente cercano nel rapporto una maggiore intimità, mentre gli uomini cercano maggiore autonomia. Un aspetto di questa ricerca dell’intimità si riscontra nella tendenza delle donne ad esplorare nei dettagli ed in modo critico i motivi del disaccordo, là dove gli uomini preferirebbero spesso ritirarsi dalla discussione accettando un compromesso, mostrando un atteggiamento più accomodante e passivo.6 In accordo con queste differenze, è stato anche suggerito che “le donne gestiscono il conflitto in un contesto di emozione fortemente negativa con molta più competenza rispetto agli uomini.”7

Queste differenze fra uomini e donne, naturalmente, vanno prese come un’indicazione relative alla media statistica, e non tengono conto delle differenze individuali all’interno dello stesso genere, le quali possono essere molto consistenti. Soprattutto, queste indicazioni statistiche non andrebbero impiegate come una scusa per giustificare le proprie lacune. Dovrebbero piuttosto rendersi utili come degli spunti di riflessione per capire gli aspetti su cui lavorare nell’ambito di un percorso di crescita personale.

Una possibilità di favorire l’approfondimento della comprensione reciproca, è descrivere sé stessi in modo trasparente e sincero. Se mi fido di una persona (se mi fido davvero), e se mi aspetto che questa persona voglia tener conto delle mie esigenze, allora il principio guida da seguire è quello di comunicarsi. Perché chi non ci conosce non può sapere come fare a rispettare la dimensione del nostro desiderio. Inoltre, rendendoci trasparenti diventiamo anche vulnerabili. Mettersi in gioco parlando dei nostri punti deboli significa mettere un coltello in mano al nostro interlocutore. Facciamo cosí una mossa emotiva opposta alla mancanza di rispetto che solitamente è il fattore scatenante di ogni manifestazione di collera.

In modo speculare, dovremmo anche creare le condizioni che consentano al nostro partner di rendersi trasparente nei nostri confronti. Sarebbe a dire che non dovremmo usare le informazioni in nostro possesso per colpirlo nel modo più velenoso possibile.

Naturalmente, è anche lecito immaginare che alcune coppie riescano a costruire dei propri equilibri psicologici basati sugli scambi di attacchi reciproci. Noi però preferiamo credere che esistano degli equilibri emotivi di tipo migliore. Rinunciando a dimostrare la nostra bravura ad accoltellarci a vicenda, forse ci sentiremo meno furbi, è vero, ma in compenso si renderanno percorribili alcune vie che l’atmosfera di tensione rendeva impraticabili.

Il problema della gestione della rabbia sta nell’impostare un adeguato equilibrio che eviti al tempo stesso di rinnegarla e di giustificarne pienamente le manifestazioni. Un punto di vista utile è quello suggerito dalle neuroscienze affettive di Jaak Panksepp, secondo le quali la rabbia è un sentimento naturale presente in tutti gli uomini e fondato su alcune strutture anatomiche collocate nelle parti più antiche del cervello.

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Essendo l’emozione della rabbia un modo del sentire innato nell’essere umano, quel che si può fare è comprendere come gestirla, ma è davvero difficile che una persona possa mantenere la propria esperienza immune da questo sentimento. Negando l’importanza dell’emozione della collera si rischia di creare delle situazioni di rabbia repressa, o di sviluppare sensi di colpa eccessivi per le proprie manifestazioni di aggressività ed indipendenza. Un modo adeguato di gestire l’emozione della rabbia potrebbe basarsi sull’espressione costruttiva delle proprie esigenze e dei propri desideri, in modo da evitare l’accumulo, in un certo senso, di tensioni, le quali rischiano di manifestarsi all’improvviso in uno scatto d’ira.

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Vorrei ora proporre una metafora per insistere sul fatto che un certo quantum di conflitto nella relazione di coppia è veramente difficile da evitare.

Cos’è l’ideale di una coppia? A volte sembra che sia qualcosa di simile ad una sorta di sintonizzazione perfetta. Questa sintonizzazione, però, non è come una curva che si avvicina asintoticamente ad una retta, approssimandosi sempre di più al passare del tempo. Il funzionamento di una coppia di anime non è una cosa cosí semplice. Non so nemmeno se esista un’immagine che ne renda conto in modo adeguato. Forse possiamo pensare a due alberi che decidono di coordinarsi e di produrre la stessa configurazione di rami. All’inizio è più facile, perché ci sono soltanto pochi germogli da coordinare. Ma col passare del tempo il numero dei ramoscelli e delle nuove gemme aumenta a dismisura, ed è difficile tenere il coordinamento.

Nel corso di una relazione ci si trova ad affrontare situazioni di complessità crescente, e non è realistico pensare che si sarà sempre d’accordo su tutto. Il conflitto è inevitabile. E dove c’è il conflitto è molto facile che emerga una qualche gradazione di rabbia. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di bandire l’espressione del proprio disagio e delle proprie esigenze. L’obiettivo dovrebbe essere lavorare sui modi migliori di esprimersi.

Quando abbiamo a che fare con qualcuno che si è preso l’impegno di rispettarci, un po’ di coraggio e di sincerità nel descrivere esattamente il centro emotivo della situazione in corso possono creare una sintonia preziosa. Denudarsi paga quando chi ci osserva sa accettarci come siamo. Nel nostro approccio emotivo la situazione ideale non è quella di “nessuna rabbia”. L’ideale è che la rabbia venga colta al volo quando è ancora soltanto un’irritazione, e poi, che ogni irritazione diventi l’occasione per confessare un desiderio.

LEGGI ANCHE: La relazione fra rabbia e depressione.

LEGGI ANCHE: La rabbia nei bambini in età prescolare (capricci, crisi isteriche e crisi di pianto).

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1Fehr et al. 1999, p. 304.

2Hojjat 2000, p. 601.

3Hojjat 2000, p. 613.

4Hojjat 2000, p. 612.

5Fehr et al. 1999, p. 306.

6Il criticare può essere inteso sia come una forma di comportamento inibito, se il desiderio è quello di aggredire in modo più fisico. Questo può far giungere alla conclusione che nelle donne l’espressione dell’ira sia più inibita. Secondo alcuni autori, infatti, le donne sono più inibite nell’esprimere la rabbia. D’altra parte, l’aggettivo “inibito” implica che vi sia una tendenza a cui non viene data espressione, il che è soltanto un’ipotesi. Inoltre, vi sono anche degli studi secondo i quali le donne non esprimono meno l’ira rispetto agli uomini. Sembra più opportuno considerare il criticismo prolungato come una modalità a sé stante di esprimere la rabbia, e non come una forma “repressa” di forme più violente, sia verbali che fisiche.

Fehr et al. 1999, p. 302-303.

7Hojjat 2000, p. 611.

Depressione ed attacchi di panico: una radice in comune?

Perché gli attacchi di panico e la depressione si presentano spesso insieme?

Un aspetto fondamentale della depressione è la mancanza di interesse per le attività da compiere nel mondo.1 L’attacco di panico invece, si colloca in una dimensione del sentire in cui ansia e paura paiono dominanti.

Gli attacchi di panico e la depressione si sviluppano spesso nelle medesime persone, questo è assodato2 3, ma non è del tutto chiaro il legame qualitativo tra queste due patologie. Cosa collega la mancanza di interesse all’ansia e alla paura? Non succede a volte che l’ansia e la paura aumentino il nostro interesse, anziché annullarlo, per ciò che potrebbe essere una soluzione ai nostri problemi? In questo post proponiamo un punto di vista tratto dalle neuroscienze affettive, che tenta di fare luce su queste domande. Comprendere il legame fra depressione e attacchi di panico può darci l’occasione di fare chiarezza su cosa accade dentro noi stessi quando si verificano questi disturbi.

L’ansia e la paura sono due dimensioni strettamente collegate fra loro. L’ansia può essere interpretata come una forma di anticipazione della paura. La paura è un sistema emotivo fondamentale secondo le neuroscienze affettive. Ciò significa che l’emozione della paura (cosí come l’ansia ad essa collegata) è generata da alcuni circuiti nervosi dedicati, che risiedono anzitutto nelle regioni sottocorticali del cervello. Questi circuiti hanno un’origine innata, ovvero sono presenti sin dalla nascita in ogni individuo. Nel corso dello sviluppo, i medesimi circuiti possono modificarsi, attraverso l’esperienza e la maturazione socioculturale, dando luogo a una molteplicità di schemi emotivi4 differenti.

Il comportamento tipico innescato dalla paura è anzitutto l’immobilizzazione, accompagnata dalla massima attenzione ai dettagli percettivi. Il problema che si incontra se si interpreta l’attacco di panico come una forma di ansia o paura, è che la persona in preda all’attacco di panico non resta affatto immobile ed in silenzio, come fa per esempio la preda terrorizzata dall’odore del predatore. La persona in preda all’attacco di panico si agita, e presenta un quadro di attivazione fisiologica distinto da quello della paura.

Alla diversa attivazione fisiologica fa riscontro il fatto che alcuni farmaci efficaci contro l’ansia (generata dal sistema emotivo della paura) non riescono a calmare gli attacchi di panico, cosa che invece si riesce a fare con alcuni farmaci antidepressivi.5

Nell’attacco di panico vi è certamente un contributo della paura, ma sembra che sia attivo anche qualche altro meccanismo fondamentale di comportamento. Per capire quale, vediamo di approfondire meglio la natura dell’interesse e la sua relazione con le altre emozioni.

L’interesse, come la paura, è riconosciuto come un sistema emotivo nell’ambito delle neuroscienze affettive, che più precisamente lo chiamano Ricerca (noi abbiamo utilizzato anche l’espressione voglia-di-fare). Si tratta di una serie di circuiti del sistema nervoso che gestiscono il livello di attività generale dell’organismo. Sia nelle neuroscienze affettive di Jaak Panksepp che nella Teoria Differenziale delle Emozioni di Carroll Izard l’interesse riveste un ruolo assolutamente centrale. L’interesse/Ricerca/voglia-di-fare interagisce con le altre emozioni di base (paura, rabbia, eccitazione sessuale, cura, gioco, pena della solitudine) in modo variegato, fornendo, per cosí dire, una spinta propulsiva che può essere finalizzata in modo diverso a seconda delle emozioni di volta in volta attive. Ad esempio, l’interesse può lavorare in collaborazione con l’eccitazione sessuale promuovendo la ricerca di un partner. Oppure, l’interesse può lavorare in collaborazione con la cura quando la madre si focalizza sulle necessità del figlio. Oppure, l’interesse può alimentare il desiderio di vendetta quando si è in preda ad un attacco di rabbia.

Ai nostri fini è particolarmente interessante la relazione specifica fra l’interesse e la pena della solitudine. Quest’ultima è una forma di dolore spirituale che nasce a seguito della mancanza dei nostri simili. Nell’individuo adulto questa forma di dolore può presentarsi attraverso la mediazione di una stratificazione culturale maturata lentamente negli anni, mentre nei bambini sopra i sei mesi se ne può osservare l’effetto più evidente quando il bambino si accorge dell’assenza della mamma, e scoppia in un pianto incontrollabile.6 Un fenomeno simile rintracciabile nell’adulto, benché in forme relativamente più controllate, è la tendenza al pianto che scaturisce dai ricordi di una persona cara scomparsa.

Questa forma di dolore che si origina dalla mancanza ha l’effetto di deprimere l’interesse. Ne possiamo trovare un esempio molto facilmente: quando una relazione si interrompe siamo tipicamente tristi e non abbiamo voglia di fare niente. Il problema si fa patologico quando per qualche motivo questo doloroso sentimento della mancanza si prolunga nel tempo e finisce per abbassare cronicamente il livello di interesse per le cose del mondo. Sarebbe questo il meccanismo principale di formazione della depressione proposto da Panksepp, il giá citato fondatore delle neuroscienze affettive.

Gli effetti di questo dolore della mancanza, di questo profondo disagio e spaesamento, possono forse gettare luce anche sulla formazione dell’attacco di panico. Torniamo al bambino che piange perché è rimasto senza la mamma, e immaginiamoci cosa succederebbe se un uomo adulto venisse preso dalla stessa identica sensazione di quel bambino. Come si comporterebbe? Non sarebbe terribilmente agitato e non esprimerebbe il proprio disagio incanalandolo nella verbalizzazione delle più estreme paure di scomparsa di sé stesso e del mondo? Non avrebbe un comportamento molto simile a quello che nell’adulto chiamiamo attacco di panico?

Ecco dunque che questo dolore della mancanza che Panksepp ha chiamato grief (pena in inglese), che è la base della tristezza,7 che ha a che fare con le sensazioni profonde del lutto, che fa piangere il bambino rimasto solo, e che noi abbiamo scelto di chiamare pena della solitudine, ecco che questo modo del sentire sembra essere la chiave per comprendere qualitativamente il legame fra gli attacchi di panico e la depressione. Un dolore della mancanza prolungato può provocare una disattivazione cronica dell’interesse (depressione), mentre un’intensa sensazione momentanea di tale mancanza può combinarsi con la paura (paura dell’abbandono8) dando luogo ad un attacco di panico.

Questa che abbiamo appena enunciato non è una formula precisa dalla validità rigorosamente dimostrata. Ci sono troppe variabili in gioco, le emozioni di base interagiscono in modo complesso ed i loro squilibri possono anche essere di origine esclusivamente anatomico-fisiologica. Inoltre, ogni disturbo psicologico ed ogni depressione sono un mondo a sé stante, e questo meccanismo di formazione della depressione (e degli attacchi di panico) andrebbe meglio inteso come un principio di comprensione al quale si devono poi aggiungere delle analisi dettagliate delle singole situazioni individuali. Nondimeno, aver trovato un buon principio di comprensione è già, secondo noi, un piccolo successo.

Un’ulteriore espansione del modello concettuale che abbiamo fin qui sviluppato può forse arrivare ad includere gli effetti della rabbia e dei sensi di colpa. L’argomento, in breve, potrebbe essere il seguente.

Chi adotta degli schemi di ragionamento che giudicano in modo severo il sentimento della rabbia, può sviluppare dei sensi di colpa quando si trova ad osservare in sé stesso gli effetti della rabbia. Questi ultimi, gli effetti della rabbia, sono presenti in ognuno di noi, sebbene con livelli di intensità e con caratteristiche qualitative molto differenti a seconda della genetica, dell’esperienza individuale, dell’ambiente culturale in cui si è maturati. Il motivo per cui gli effetti della rabbia sono presenti in ognuno di noi è che la rabbia è un’emozione innata basata in primo luogo su strutture anatomiche collocate nelle regioni sottocorticali del cervello.

Il punto chiave da mettere a fuoco è che la propria aggressività può apparire inappropriata e generare dei sensi di colpa, i quali a loro volta tendono ad avere un effetto separante del sé nei confronti del gruppo, e quindi ad aumentare l’esperienza del dolore creato dal senso di solitudine. Ne risultano di conseguenza rafforzati anche gli effetti sugli attacchi di panico e sulla depressione.9

L’aggressività è particolarmente spaventosa per i pazienti soggetti ad attacchi di panico, i quali sembrano temere l’intensità di questa emozione e le fantasie di ostilità che l’accompagnano. Come conseguenza, l’aggressività può essere difensivamente mascherata e venire espressa con sintomi di ansia auto-punitiva, oppure attraverso un’auto-attribuzione di colpevolezza. Quest’ultima, a sua volta, può produrre dei forti effetti depressivi.”10

Naturalmente, queste considerazioni non vanno lette come una giustificazione delle manifestazioni di aggressività, quanto piuttosto come un invito ad approfondire i meccanismi attraverso i quali l’aggressività esercita i propri effetti sulla psiche. Un buon punto di partenza potrebbe essere un articolo che abbiamo pubblicato nelle settimane scorse a riguardo della rabbia repressa.

Chi invece volesse approfondire il tema della depressione può leggere le prime pagine del nostro libro “Come combattere la depressione. 30 pagine di informazione”. Vi si troverà esposta una visione fondata su due principi: la ricerca di sorgenti (interiori) di piacere e la coltivazione delle proprie relazioni interpersonali.

Infine, nelle prossime settimane ci proponiamo di pubblicare un articolo più specifico su come è possibile gestire gli attacchi di panico.

Genesi della depressione e degli attacchi di panico attraverso la pena della solitudine. Schema semplificato.

Genesi della depressione e degli attacchi di panico attraverso la pena della solitudine. Schema semplificato.

* vedi nota a pie di pagina11

Le informazioni qui riportate non sostituiscono il parere del medico. In presenza di una patologia mentale è opportuno rivolgersi ad un professionista abilitato, il quale potrà fornire la preziosa esperienza maturata affrontando un gran numero di casi fra loro simili.

 

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Woo, Jungmin, et al. “Bidirectional Association between First-Episode Panic Disorder and Major Depressive Disorder in a Nationwide General Population Survey in Korea.” Journal of Korean medical science 34.26 (2019).


1Nel DSM 5 (una sorta di “catalogo ufficiale” delle patologie psichiche), si fa riferimento all’interesse in uno dei due criteri principali per la diagnosi della depressione maggiore: “Interesse o piacere marcatamente diminuiti in tutte, o quasi tutte, le attività, durante la maggior parte del giorno, per quasi tutti i giorni (come indicato da un resoconto soggettivo oppure dall’osservazione)”

American Psychiatric Association 2013, p. 160

2“I pazienti con il disturbo da attacchi di panico (PD), specialmente quelli con agorafobia, si presentano solitamente con delle comorbiditá psichiatriche. Alcune delle più comuni comorbiditá sintomatiche collocate sull’Asse I, nel disturbo da attacco di panico con agorafobia, sono la depressione maggiore (MDD, 38,5%), l’ansia sociale (SAD 23,5%), e il disturbo da ansia generalizzata (GAD, 15%).”

Keefe et al. 2019, p. 34

3“La comorbiditá fra il disturbo da attacchi di panico (PD) e la depressione maggiore (MDD) è comune sia nelle situazioni cliniche che in quelle non cliniche. In base a uno studio precedente, il 55,6% di pazienti con PD e l’11,2% di quelli con MDD fanno esperienza dell’altro disordine nel corso della loro vita. (…) l’associazione fra di essi è molto più forte di ogni altra comorbiditá dei disordini psichiatrici. In un recente studio, il 98% dei pazienti con PD ha avuto esperienza di una o più comorbiditá nell’arco della propria vita, e la MDD era la comorbiditá più comune.”

“Alcuni studi precedenti hanno evidenziato soltanto che la sindrome da attacchi di panico aumenta il successivo rischio di depressione maggiore, là dove i nostri risultati mostrano una evidenza aggiuntiva per la quale la depressione maggiore accresce il successivo rischio di sviluppare il disordine da attacchi di panico.”

Dopo aver effettuato le necessarie correzioni dovute al verificarsi di altre patologie, l’aumento di rischio è risultato pari a 3,8 volte.

Entrambe le citazioni riportate in questa nota provengono da Woo et al. 2019.

4Per questa visione degli schemi emotivi vedi il nostro articolo su Carroll Izard.

5Vedi Panksepp e Biven 2012, p. 340-341

6“…le grida del bambino che si è perso hanno l’inconfondibile suono e l’urgenza del panico. Il sentimento che si manifesta, sembra aver poco a che fare con l’ansia che può essere generata dal nostro sistema della PAURA. Il bambino non si nasconde e non fugge come farebbe da una fonte di pericolo. Non si immobilizza in un tentativo di non essere notato da un predatore. Piuttosto, il bambino è incline a correre intorno freneticamente (…) piangendo ed attirando attenzione.”

Panksepp e Biven 2012, p. 316

In questo passo (ed anche altrove) Panksepp tende a escludere l’effetto della paura dal comportamento che si verifica nel corso di un attacco di panico. Noi abbiamo preferito mantenere una visione più aperta al contributo della paura. Tale scelta ci sembra più adatta a 1) creare una descrizione concettuale compatibile con le interpretazioni correnti più diffuse dell’attacco di panico e 2) tener conto di tutte le molteplici manifestazioni emotive che si possono manifestare nel corso delle dinamiche mentali che precedono e accompagnano l’attacco di panico.

Escludere nettamente il concetto di paura potrebbe creare delle difficoltà anche nello stabilire un dialogo con i pazienti che hanno esperienza di attacchi di panico. Se anche fosse possibile dimostrare in modo rigoroso che il sistema emotivo della paura non avesse assolutamente nessuna parte nella dinamica di un attacco di panico, bisognerebbe comunque tenere conto del modo in cui la parola paura viene impiegata nel linguaggio di tutti i giorni. Potremmo anche riconoscere che dietro ciò che ordinariamente chiamiamo paura si cela una parte di contributo affettivo che proviene dal sistema emotivo della pena della solitudine.

7“Quando le persone più anziane sono private di compagnia, tendono a sentirsi sole e tristi piuttosto che terrorizzati come i bambini piccoli. Naturalmente, questo è solo il riflesso dei processi terziari di riflessione degli adulti, che hanno avuto una vita intera per adattarsi cognitivamente alla perdita sociale, lezioni che i bambini piccoli devono ancora ricevere.” Panksepp e Biven 2012, p. 315.

8L’espressione “paura dell’abbandono” si presta bene a indicare il quadro concettuale che stiamo descrivendo, ma con un’avvertenza. La forma verbale di questa frase potrebbe lasciare intendere che la paura dell’abbandono sia un caso particolare della paura. Bisogna però tener presente che il sentimento dell’abbandono ha radici tanto profonde quanto quelle della paura. Sembra dunque meglio pensare ad un aggregato dei due sentimenti della paura e dell’abbandono, piuttosto che ad una sottospecie della paura.

9La pervasività di questi meccanismi si capisce meglio se non ci si limita a considerare gli effetti più palesi ed evidenti della rabbia, ma si prendono in considerazione anche forme più generali di auto-affermazione come ad esempio la conquista della propria indipendenza.

Quando i pazienti hanno compreso il proprio evitamento delle situazioni competitive e di indipendenza, percepite come pericolose e aggressive, e hanno iniziato a tollerare queste fantasie ed azioni, la colpa e la svalutazione narcisistica si sono alleviate di conseguenza.”

Rudden e altri 2003, p. 1002.

10Rudden e altri 2003, p. 1002.

11A rigore, tutti i nessi causali indicati nello schema non sono strettamente ed oggettivamente necessari. Si tratta piuttosto di linee di interpretazione che consentono di organizzare in modo comprensibile e significativo l’insieme dei dati sperimentali, i quali sì appartengono di diritto al dominio dell’oggettività. Nondimeno, il fattore circondato dalla linea tratteggiata potrebbe essere caratterizzato da valori di correlazione statistica inferiori rispetto alle altre relazioni indicate nello schema. Bisogna sempre ricordarsi che stiamo trattando di temi su cui la ricerca non è ancora giunta a definire (ammesso che ciò sia possibile) un’interpretazione definitiva. La bontà dell’interpretazione che abbiamo fornito va misurata nella capacità di fare da ponte fra l’evidenza oggettiva correntemente disponibile e l’autocomprensione di chi affronta un percorso di terapia o di crescita personale.

La psicologia del gioco: una ricerca in corso

Articolo Guida

La comprensione della psicologia del gioco è una delle sfide più interessanti della psicologia contemporanea, e si inscrive nel più ampio quadro dell’indagine sulla struttura della mente. Il nostro punto di riferimento per collocare il gioco nel panorama dei fenomeni psichici è la teoria dei sistemi emotivi sviluppata da Jaak Panksepp, il fondatore delle neuroscienze affettive.

  • In questa pagina descriviamo brevemente la ricerca che stiamo conducendo sul fenomeno del gioco, e riportiamo i collegamenti agli articoli sul gioco che abbiamo già pubblicato sul nostro sito.

Panksepp ritiene che il gioco sia un sistema emotivo fondamentale, dotato in quanto tale di circuiti nervosi specifici, collocati nelle regioni sottocorticali del cervello. Un esempio del gioco cosí come lo intende Panksepp è costituito dai cuccioli che si inseguono a turni alterni mettendo in atto delle simulazioni di atteggiamenti simili a quelli dell’aggressività. Chi vuole approfondire da un punto di vista generale la visione di Panksepp ha la possibilità di leggere il nostro libro divulgativo “Le emozioni di base secondo Panksepp”.

Dopo aver studiato Panksepp, abbiamo deciso di intraprendere una ricerca sulla natura del gioco che finora ha comportato la lettura di oltre duecento titoli, in larga parte articoli accademici a revisione paritaria. Il nostro obiettivo è quello di sviluppare una descrizione del gioco a validità interdisciplinare e di comprendere quale sia il modo migliore di impiegare il gioco per promuovere la crescita personale.

Sono molteplici nel corso del novecento (e a tutt’oggi) i tentativi di arruolare il gioco ai fini di migliorare il processo educativo. Tanto è forte il desiderio di molti teorici di compiere questo passo, quanto è difficile definire a livello pratico un metodo valido ed oggettivo. Alcuni ricercatori di Harvard hanno provato a proporre un approccio costruito sui concetti di scelta, meraviglia e godimento. In tale approccio non si trovano tanto delle riflessioni teoriche sulla natura del gioco, quanto piuttosto alcuni spunti pratici interessanti. Il post in cui ne parliamo è questo: Una pedagogia del gioco? Scelta, meraviglia e godimento.

Un autore che si avvicina molto al nostro punto di vista sul gioco è lo psicoanalista inglese Donald Winnicott. Attento osservatore ed ottimo scrittore, Winnicott considera la psicanalisi stessa come una forma molto raffinata di gioco, e arriva ad affermare che affinché un paziente possa affrontare un percorso psicoanalitico è necessario che sappia giocare. Là dove il paziente non sa giocare, allora il primo compito dello psicanalista è comprendere la ragione di tale impossibilità.

Winnicott considera il gioco come strettamente collegato alla creatività e alla comunicazione. È dunque soltanto attraverso il gioco che può avvenire uno sviluppo rigoglioso dell’essere umano, e per promuovere il gioco sono necessari due fattori. Anzitutto è necessario fornire fiducia per mezzo della protezione (pensate al bambino che impara ad aver fiducia nel mondo grazie alle cure della madre), in secondo luogo è necessario mettere l’individuo in connessione con il patrimonio culturale adeguato al suo grado di sviluppo.

Le idee di Winnicott sul gioco sono espresse in una serie di scritti brevi raccolti nel libro “Gioco e Realtà”. In tale opera Winnicott inquadra il fenomeno del gioco nell’ambito del processo di sviluppo della persona. Una sintesi del pensiero di Winnicott si trova nel nostro articolo: “Gioco e Realtà” di Donald Winnicott: una sintesi teorica. Consigliatissimo.

Un altro autore imprescindibile per lo studio del gioco è Jean Piaget. Piaget è stata una figura di primissimo piano nel panorama della psicologia del novecento. La visione del gioco di Piaget si trova espressa nel libro “La formazione del simbolo nel bambino”, e si fonda sulla coppia di concetti assimilazione-accomodamento (ma anche il concetto di omeostasi potrebbe rivelarsi utile a descrivere il gioco a partire dal punto di vista di Piaget). Una sintesi della visione del gioco secondo Piaget verrà pubblicata appena possibile.

Un terzo grande nome del novecento collegato al gioco è Lev Vygotskij. Vygotskij non ha dedicato un’ampia opera a sé stante al fenomeno del gioco, come hanno fatto Winnicott e Piaget. Ha però pubblicato alcuni articoli sul gioco che hanno avuto una grande influenza. A nostro avviso, uno dei concetti di Vygotskij più interessanti per la comprensione teorica del gioco è quello di Zona di Sviluppo Prossimale.

La Zona di Sviluppo Prossimale può essere concepita come una sorta di frontiera (sempre in movimento) del processo di crescita personale. Tale frontiera è costituita da ciò che possiamo imparare in modo sufficientemente facile a partire dalle nostre competenze attuali, e potrebbe rivelarsi come il luogo dell’imparare dove più facilmente può accadere l’esperienza del gioco. Abbiamo sviluppato quest’idea nell’articolo “La Fenomenologia, il Gioco e la Frontiera di noi stessi.

Un esponente della scuola di Vygotsky, Elkonin, ha sviluppato un’interpretazione del gioco di fantasia basata su quattro distinti livelli. Nel passare dal primo al quarto livello i bambini aumentano la loro capacità di pianificazione, discutono esplicitamente i ruoli assunti nel corso del gioco, individuano regole esplicite, e protestano per il mancato rispetto dei comportamenti distintivi di ciascun ruolo. Maggiori dettagli si possono trovare in quest’articolo: Il gioco di fantasia secondo Elkonin (nella tradizione di Vygotskij).

Il lettore che è andato a leggere per intero gli articoli di cui abbiamo fin qui parlato, si dovrebbe essere reso conto della nostra strategia generale nel corso di questa ricerca. La fase iniziale prevede la stesura di una serie di sintesi concettuali riguardanti autori scelti per la loro grande influenza e/o per la loro rilevanza teoretica. Tali sintesi avranno bisogno di una stagione di sedimentazione e di un successivo lavoro di revisione, al fine di giungere alla creazione di una visione teorica più ampia, dove tutti gli spunti raccolti verranno (si spera) portati a coerenza.

Alla conclusione del lavoro verrà pubblicato un libro che probabilmente riporterà come introduzione questo stesso testo che state leggendo, forse con alcune correzioni di entità secondaria. La prima parte del libro sarà costituita da tutti gli articoli sintetico-divulgativi di cui abbiamo fin qui parlato. La seconda parte del libro sarà invece costituita dalla visione complessiva sviluppata nel corso della ricerca.

 

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Carroll Izard e le emozioni

La visione di Carroll Izard è caratterizzata dal ruolo rilevante assegnato all’emozione dell’interesse. L’interesse e le sequenze di emozioni che ne scaturiscono sono “la principale forza che organizza la coscienza”.1

La curiosità è una manifestazione tipica dell’interesse, e può essere attivata da un semplice cambiamento nel campo percettivo. Un livello medio-alto di interesse è tipico delle situazioni di benessere, mentre un livello molto basso di interesse è caratteristico della sindrome depressiva. I circuiti nervosi che sostengono l’emozione dell’interesse si fondano sull’azione della dopamina e sono attivi fin dalla nascita. Quest’emozione si rivela essere un fattore chiave “nello sviluppo dell’intelligenza e nel mantenimento dell’attività creativa.”2 L’emozione dell’interesse descritta da Izard corrisponde all’Anticipazione descritta da Robert Plutchik e alla Ricerca descritta da Jaak Panksepp.3

Izard propone un’utile metafora nella quale paragona le emozioni ai gusti.4 Izard osserva che la sensibilità ai gusti fondamentali (salato, dolce, amaro e aspro) è una caratteristica innata che si sviluppa nel corso delle prime settimane di vita. Noi non impariamo il salato perché ci viene insegnato dai nostri genitori. Lo sentiamo in modo spontaneo e, per cosí dire, “istintivo”. Quello che impariamo è la parola per indicare quel certo sapore. Le emozioni di base si sviluppano in modo paragonabile a quello dei gusti. Anch’esse emergono nel corso della prima infanzia, e quello che impariamo dai nostri genitori e da chi ci sta intorno non è precisamente la sensazione della paura, della rabbia o della tristezza. Quello che impariamo è come nominare e gestire tali stati emotivi. Impariamo ad inserirli in una visione integrata di noi stessi e della situazione in cui ci troviamo.

Izard sottolinea la distinzione teorica fra emozioni di base e schemi emotivi. Izard impiega l’espressione “schema emotivo” per indicare gli schemi di ragionamento e di comportamento appresi tramite l’esperienza. Le emozioni di base sono strutture più essenziali ed innate, mentre gli schemi emotivi hanno una natura più elaborata, si affermano pienamente nel corso dello sviluppo dell’individuo, e sono più soggetti all’influenza culturale. Nello sviluppo degli schemi emotivi è importante la mediazione effettuata dalla parola: “Dopo che un bambino ha acquisito il linguaggio, un’emozione di base può diventare parte di diversi schemi emotivi creando connessioni tra il sentimento e le parole associate…”5 L’emozione di base della rabbia, per esempio, sarà la stessa in un indiano e in un americano, ma i costrutti culturali (e dunque gli schemi emotivi) che vi si abbinano potrebbero essere molto differenti. Gli schemi emotivi implicano una maggiore consapevolezza delle cause e delle conseguenze degli stati emotivi, e rivestono dunque un’importanza particolare per lo sviluppo dei comportamenti morali.

La posizione teorica di Izard è riassunta in quella che viene chiamata “Teoria Differenziale delle Emozioni” ( in inglese “Differential Emotions Theory”: DET).6 La Teoria Differenziale delle Emozioni prende le mosse dalle osservazioni sulle espressioni facciali delle emozioni, e si propone di fornire un quadro di riferimento per interpretare i tratti della personalità, che sarebbero almeno in parte riconducibili al modo in cui si strutturano gli schemi emotivi.7 L’aggettivo “differenziale” sta ad indicare che viene identificato un ristretto numero di emozioni di base chiaramente distinguibili fra loro: interesse, gioia/felicità, tristezza, rabbia, disgusto e paura.8 Ciascuna di queste emozioni di base presenta un suo profilo specifico in termini di sensazioni provate, strutture nervose sottostanti, funzione evolutiva, situazioni scatenanti e comportamenti evocati. Attraverso gli schemi emotivi generati dalla stratificazione cognitiva, da queste emozioni fondamentali innate si possono sviluppare le più diverse combinazioni dei sentimenti, che emergono nel corso dell’esperienza e della maturazione socio-culturale.

Izard concepisce le emozioni come un flusso continuo alla base della vita cosciente. Di conseguenza, “non esiste un’entità come una mente senza dimensione affettiva; l’affettività o l’emotività sono sempre presenti.”.9 Nel loro essere sempre presenti le emozioni possono assumere livelli di intensità differenti, e “continuano ad avere un impatto motivazionale a tutti i livelli di intensità.”10 Tale visione si contrappone a quella per cui le emozioni costituiscono degli episodi isolati e sono soltanto un’interpretazione cognitiva degli stati fisiologici del corpo.

Nell’ambito del suo sforzo di migliorare la comprensione delle emozioni, nel 2010 Izard ha pubblicato il risultato di una serie di interviste condotte con i più rilevanti ricercatori attivi nel campo delle emozioni. Integrando i punti di maggiore concordanza fra gli studiosi intervistati, potremmo affermare quanto segue.

Le emozioni sono sistemi di risposta che organizzano l’organismo, sono gestite da specifici circuiti nervosi e sono caratterizzate da uno specifico modo del sentire. Esse sono attivate o intensificate da determinate circostanze e danno luogo a determinati comportamenti espressivi, incluse le espressioni facciali delle emozioni ed i relativi cambiamenti vocali. Accade spesso che le emozioni emergano ed esercitino la loro azione nell’ambito di un contesto sociale.11

Quando si parla di “uno specifico modo del sentire” associato ad una certa emozione ci si riferisce alla sensazione più immediata che abbiamo di quell’emozione. È come il sapore di un cibo o come la percezione di un colore. La qualità della rabbia, per esempio, rimane la medesima nel corso di tutta la vita di un individuo, cosí come la qualità intrinseca del colore nero rimane la stessa.12

Izard, insieme a Paul Ekman, è uno dei pionieri degli studi interculturali sulle espressioni facciali. Tali studi hanno consentito ad Izard di individuare una serie di micromovimenti facciali essenziali. Il cosiddetto MAX (Maximally Discriminative Facial Movement Coding System) è un sistema basato sull’identificazione di 27 componenti muscolari delle espressioni facciali. Il MAX è stato messo a punto sul finire degli anni settanta del secolo scorso, ed è molto usato (cosí come, per esempio, il sistema MP di Tronick) per identificare le esperienze emotive nei bambini.13

Negli studi sulle espressioni emotive dei bambini è stato possibile osservare, ad esempio, che l’espressione della rabbia è riscontrabile già nei bambini di 4 mesi (la rabbia si manifesta quando si interrompe il tentativo del bambino di raggiungere un obiettivo). Questa rabbia osservata nei bambini di pochi mesi mostra già un profilo caratteristico di attivazione fisiologica, distinguibile, per esempio, da quello della tristezza. La frequenza con cui i bambini assumono un’espressione di rabbia aumenta a partire dai 4 mesi fino a 19 mesi.14 La manifestazione delle emozioni negative (paura, rabbia, tristezza, disgusto15) occupa comunque un tempo inferiore rispetto alle emozioni positive, e tende a diradarsi ulteriormente dopo i 3 anni, a seguito della maturazione e dell’apprendimento sociale.16

Izard ha dedicato un grande impegno per elaborare un programma di sviluppo emotivo dedicato ai bambini fino ai 12 anni che fosse costruito coerentemente sulla base di una visione scientifica delle emozioni.17 I principi generali che è arrivato cosí a definire costituiscono un buon punto di riferimento per la regolazione emotiva nei bambini, e sono descritti in un post a parte che pubblicheremo nelle prossime settimane. I medesimi principi generali sono anche una buona occasione per approfondire la comprensione dell’intelligenza emotiva e della regolazione emotiva negli adulti.

È molto interessante confrontare la visione teorica di Carrol Izard con le neuroscienze affettive di Jaak Panksepp. Alcune differenze si riscontrano nel set di emozioni di base individuato da questi due importanti studiosi. Nell’elenco di emozioni di base individuato da Panksepp non ci sono il disgusto, la sorpresa e la gioia, mentre vi si trovano l’eccitazione sessuale, il gioco e la cura, che non sono espressamente indicate da Izard come emozioni di base.

Al di là di queste differenze, Panksepp e Izard concordano in alcuni assunti fondamentali che elenchiamo qui di seguito.

  • Le emozioni sono un flusso continuo sempre presente

  • Le emozioni sono una forza modellatrice dell’attività cosciente

  • Si può individuare un ristretto numero di emozioni di base, ciascuna delle quali possiede un ruolo evolutivo ed una struttura anatomico-nervosa specifica.

  • A partire dalle emozioni di basse si possono sviluppare molteplici sfumature emotive attraverso l’esperienza sociale e culturale.

  • L’emozione dell’interesse/ricerca (voglia di fare) riveste un ruolo speciale nell’attivare l’organismo, spesso in combinazione con altre emozioni.

  • La depressione è collegata ad un’attività molto bassa dell’interesse/ricerca.

  • È importante dare ampio spazio alla coltivazione delle emozioni positive, non solo al contenimento di quelle negative.

Il lavoro di Panksepp si svolge soprattutto nel campo anatomico e biochimico, con molti riferimenti alle indagini neuroscientifiche nel mondo animale, mentre il lavoro di Carroll è più prettamente di natura psicologica. Questo fa sí che il lavoro dei due ricercatori si completi e si sostenga a vicenda.

Per un approfondimento della visione di Panksepp vi consigliamo la lettura del nostro libro: “Le emozioni di base secondo Panksepp”.

BIBLIOGRAFIA

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Panksepp, Jaak, and Lucy Biven. The archaeology of mind: neuroevolutionary origins of human emotions (Norton series on interpersonal neurobiology). WW Norton & Company, 2012.

Tracy, Jessica L., and Daniel Randles. “Four models of basic emotions: a review of Ekman and Cordaro, Izard, Levenson, and Panksepp and Watt.” Emotion Review 3.4 (2011): 397-405.

1Izard 2007, p. 270

2Izard 2007, p. 271

3“Lo schema dell’interesse come qui è definito è simile concettualmente all’anticipazione di Plutchik e concettualmente e neurobiologicamente simile ai sistemi di ricerca e anticipazione di Panksepp, i quali dipendono dai circuiti della dopamina.” Izard 2007, p. 271

4Izard 2007, p. 264

5“Dopo che un bambino ha acquisito il linguaggio, il sentimento di un emozione di base può diventare parte di diversi schemi emotivi stabilendo connessioni tra il sentimento e le parole associate con il nome delle emozioni e l’esperienza delle emozioni. Una volta che si è attivato in un bambino che ha acquisito il linguaggio o in un adulto, ciascun sentimento emotivo tipicamente ed immediatamente recluta l’informazione cognitiva rilevante. La successiva interazione fra il sentimento delle emozioni e la cognizione definisce l’esperienza complessiva di uno schema emotivo…” Izard 2007, p. 266

6“Teoria discreta delle emozioni” è un espressione più generale per queste teorie che individuano un numero circoscritto di emozioni di base.

7Una posizione opposta alla DET è quella di chi considera le diverse emozioni una sorta di modulazione a partire da un’unica sorgente comune di affettività.

8“L’evidenza accumulata suggerisce che le seguenti emozioni di base soddisfano i criteri per essere considerate come strutture innate (natural kinds): interesse, gioia/felicità, tristezza, rabbia, disgusto e paura” (negli scritti precedenti di Izard si possono trovare liste che includono un maggior numero di emozioni di base).

9Izard 2007, p. 270

10Izard 2007, p. 273

11Questa formulazione è nostra. Izard si esprime in questi termini: “Le emozioni consistono di circuiti neurali (che sono almeno in parte dedicati), sistemi di risposta, ed uno stato/processo del sentire che motiva e organizza la cognizione e l’azione. Le emozioni forniscono inoltre informazione alla persona che ne fa l’esperienza, e potrebbero includere un precedente processo di valutazione ed un processo cognitivo continuo che include un’interpretazione dei suoi stati del sentire, espressioni o segnali socio-comunicativi, e potrebbero motivare i comportamenti di approccio ed evitamento, esercitare il controllo/regolazione delle risposte, ed essere per loro natura sociali o relazionali.” p. 367

Nota che questa descrizione non viene considerata come una vera e propria definizione, perché troppo eterogenea.

12“Dunque, il sentimento di un’emozione di base è innato e la sua qualità distintiva è invariante nell’arco della vita di una persona.” Izard 2007, p. 263.

13 Izard 1980, p. 137

14Izard 2007, p. 262.

15Ricordiamo che il disgusto, nell’ambito delle neuroscienze affettive, non è propriamente considerato un’emozione, bensì un affetto di natura omeostatica.

16“In condizioni normali, le emozioni negative di base (tristezza, rabbia, disgusto, paura) hanno una frequenza di base ridotta e una breve durata. (…) Le emozioni di base negative tipicamente iniziano a diventare meno frequenti con la maturazione e lo sviluppo cognitivo e sono piuttosto insolite in ambito sociale a partire dall’etá di 3 o 4 anni…)” Izard 2007, p. 264

17Là dove in precedenza questi programmi avevano un orientamento più pratico, e meno teso ad evidenziare i processi causali da cui dipendono i cambiamenti prodotti dai programmi medesimi.

La Psicologia della Rabbia Repressa

Le persone soggette a rabbia repressa mettono spesso in atto una forma di auto-inganno e di soppressione della rabbia”1, si convincono che “l’evento di rabbia non è importante2, e cercano di dimenticare l’intero incidente”3.

Queste persone hanno frequentemente un problema a dire di no. Possono percepire un senso di impotenza per la difficoltà ad esprimere i propri desideri, e diventano facilmente irritabili. Si infastidiscono così per dei dettagli insignificanti, sui quali forse sarebbe meglio ridere. Ma l’umore arrabbiato impedisce di ridere.3-bis

La rabbia repressa va ad alimentare una sorta di tensione interna, con tutti gli effetti negativi che ne seguono per la nostra vita affettiva e per la salute del corpo. Restare sempre arrabbiati, infatti, può condurre a “malattie croniche del cuore e degli apparati digestivo e immunitario4.

La rabbia ci impedisce di rilassarci, prepara il corpo all’azione, accelera il battito cardiaco ed aumenta la pressione del sangue. Si possono così studiare gli stati di rabbia osservando la pressione del sangue.

Sia le persone che trattengono la rabbia al proprio interno, sia le persone che manifestano la rabbia in modo eccessivo tendono a generare “… un conflitto sociale o intrapsichico ripetitivo”. Non è un caso che su di esse siano stati osservati “i livelli maggiori di pressione del sangue (…), là dove coloro che possiedono uno stile riflessivo di affrontare la rabbia hanno i valori più bassi di pressione del sangue”.5 6


Leggi anche: Sfogare la rabbia?


La ricerca scientifica ha evidenziato anche come “un aumento dell’espressione verbale costruttiva della rabbia (…) fosse associata con una significativa riduzione della pressione sanguigna…”7 8

Un atteggiamento verbale costruttivo si ha quando le persone “… si rivolgono direttamente alla persona con cui sono arrabbiati”, tentano di comprendere il punto di vista dell’altro, trovanoaltre persone con cui discutere della loro rabbia, e si sforzano di raggiungere un nuovo modo di percepire e relazionarsi alla situazione dell’arrabbiatura.”9 10

La rabbia repressa e la rabbia manifestata in modo eccessivo (per esempio alzando la voce, sbattendo la porta o usando un linguaggio volgare11) possono essere due lati della stessa medaglia. Non si tratta necessariamente di due modalità espressive appartenenti a personalità diametralmente opposte.12 Sono entrambi due modi poco costruttivi di gestire la propria emozione. O non le concediamo voce, oppure la lasciamo uscire senza saperla controllare. È nel mezzo fra questi due opposti che dovremmo cercare di collocare il nostro approccio alla rabbia: “…si suppone che gli stili adattativi di espressione della rabbia siano collocati più nel mezzo di un continuum fra aggressione e passività…”.

LA COMUNICAZIONE ASSERTIVA E LA RABBIA

È possibile suddividere gli stili di comunicazione in passivi, aggressivi e assertivi. Fra questi, lo stile assertivo è stato individuato come “il mezzo di interazione interpersonale più costruttivo.”13 La comunicazione ed il comportamento assertivi sono stati studiati dagli psicologi a partire dalla metà del novecento. L’intento originario era quello di migliorare l’abilità comunicativa ed espressiva nei pazienti in cui tali competenze erano carenti. A tal riguardo, è molto importante tener presente che l’assertività “non è acquisita alla nascita ma assorbita nel tempo con l’esperienza individuale”14. Lo stile comunicativo assertivo si può dunque imparare.

In un breve articolo del 1973, Arnold Lazarus individuava le componenti principali del comportamento assertivo: “l’abilità di dire no; l’abilità di chiedere favori e di fare richieste; l’abilità di esprimere sentimenti positivi e negativi; l’abilità di iniziare, continuare e terminare conversazioni di carattere generale.”15 16

Per comprendere se una persona ha bisogno di migliorarsi in tali competenze è opportuno chiedersi in quali specifiche condizioni essa è incline ad acconsentire a richieste irragionevoli, è incapace di fare richieste ragionevoli, non riesce ad esprimere i propri sentimenti, e si sente socialmente e interpersonalmente inibita oppure non sa cosa dire.”17

Il suggerimento che stiamo tentando di dare in questo articolo è il seguente: l’origine (e la soluzione) della rabbia repressa possono essere cercate nel nostro modo di comunicare.18

Forse, nel nostro passato c’è stato un momento in cui abbiamo deciso di non esprimere i sentimenti di rabbia. E forse in quel momento tale decisione aveva perfettamente senso. Col passare del tempo però, la nostra situazione esistenziale potrebbe essere cambiata, e l’antica decisione potrebbe aver perso la sua ragion d’essere.19

Quando viviamo in società, è inevitabile che si creino delle increspature e degli attriti. Dare voce alle nostre esigenze diventa allora indispensabile al fine di trovare una forma di convivenza sostenibile. Del resto, dare voce alle nostre esigenze non può portarci ad un’aperta manifestazione di rabbia.

Il comportamento verbalmente o fisicamente aggressivo tende ad essere stigmatizzato nella maggior parte o anche in tutte le società”.20 Come conseguenza di questo giudizio morale, noi preferiamo non comportarci come ci consiglia la rabbia. Nondimeno, rimane necessario ascoltare ciò che quest’emozione ha da dirci. Perché la rabbia si attiva precisamente nel punto dove le nostre esigenze non vengono soddisfatte. Ed è qui che interviene la capacità comunicativa: per raccontare agli altri le nostre esigenze, i nostri bisogni, i nostri desideri. Raccontare i propri desideri probabilmente non è abbastanza per esaudirli, ma è il primo passo, importantissimo, per costruire relazioni soddisfacenti. Relazioni in cui gli altri si interessino al nostro benessere.

L’abilità di parlare apertamente dei propri sentimenti e dei propri desideri è il cuore della comunicazione assertiva, ed in assenza di tale attitudine la conversazione rischia di diventare molto “formalizzata”, anche con le persone a noi prossime.21

Fra le abilità riconosciute nell’ambito della comunicazione assertiva troviamo l’accettazione delle critiche, l’accettazione e la formulazione dei complimenti,22 la comprensione dei ruoli sociali esercitati da ciascuna persona23, il mantenimento di un’immagine interna positiva del mondo24, la capacità di contrapporre la propria visione a quella degli altri e di usare il pronome io25, la capacità di esprimersi “senza ironia, sarcasmo o altre forme di attacco verso gli altri”.26

La comunicazione assertiva non è soltanto una via per l’auto-realizzazione.27 Essa si è gradualmente rivelata come una pratica importante per migliorare la performance lavorativa in molti settori, dallo sport all’educazione, dalle professioni indipendenti alle organizzazioni aziendali.28

Ecco la testimonianza di una persona che ha seguito un percorso per migliorare la propria assertività: “Sono in grado di parlare con i miei colleghi con convinzione e confidenza, incluso un capo aggressivo che in passato ha criticato e messo in questione il mio lavoro e mi ha portato alle lacrime. Posso parlare con questo capo in modo fermo e sicuro, ed affermare la mia posizione. Quest’anno, il capo mi ha dato un giudizio eccellente.”29

Diversi autori che si sono dedicati alla comunicazione assertiva hanno anche sottolineato la possibilità di affermare esplicitamente i propri diritti. Alcuni esempi significativi riguardano “il diritto di essere trattato con rispetto”30, “il diritto di cambiare idea”, “il diritto di dire non lo so”, “il diritto di dire non capisco”.31 32

L’ASCOLTO E LA RABBIA

Un tratto davvero importante della comunicazione assertiva, sottolineato da più ricercatori, è la capacità di ascoltare.33

Secondo Graham Bodie, si potrebbe anche sostenere che l’ascolto sia “il comportamento comunicativo interpersonale positivo quintessenziale…”34.

Recenti studi sull’ascolto hanno messo in luce che I buoni ascoltatori possono migliorare la capacità degli altri di affrontare e ricordare gli eventi…”. I buoni ascoltatori piacciono di più, sono valutati come più attraenti (…) e ottengono più fiducia (…) hanno più motivazione accademica e risultati più elevati (…), un miglior sviluppo socio-emozionale (…), ed una maggiore probabilità di mobilità verso l’alto sul posto di lavoro.”35

L’ascolto ci pone in più intimo contatto con la situazione comunicativa, ed in tal modo può anche aiutarci a superare la paura di esporci alla disapprovazione sociale quando esprimiamo il nostro modo di sentire. L’ascolto ci aiuta a sviluppare un’idea più precisa di come potrebbero essere ricevute le nostre parole.36

Coltivare l’ascolto è importante anche perché va direttamente a bilanciare gli effetti cognitivi della rabbia. Infatti, quando la rabbia prende il sopravvento, senza rendercene conto perdiamo la capacità di ascoltare e di valutare le situazioni in modo oggettivo.37 Formuliamo delle accuse perentorie con una sicurezza spropositata in relazione alle premesse, mettendo a rischio l’integrità delle nostre relazioni interpersonali. L’ascolto, al contrario, ci aiuta a mantenerci in contatto con la situazione reale.

Alcuni comportamenti collegati all’attitudine dell’ascolto sono i seguenti: evitare di cambiare argomento e di interrompere l’interlocutore; fornire risposte estese anziché dire soltanto si o no; raccontare sé stessi; trovare punti in comune; evitare di dominare la conversazione; seguire l’andamento del dialogo con cenni del capo posti al momento giusto.38 Il mantenimento del contatto visivo, in particolare, è un fattore importante. Il contatto visivo, infatti, sembra in grado di attivare altri comportamenti collegati all’ascolto.39 È come se guardarsi negli occhi fosse un modo di sintonizzarsi e di favorire quindi la performance dialogica.

La rabbia è una delle sette emozioni fondamentali secondo le neuroscienze affettive di Jaak Panksepp. Insieme a paura, eccitazione sessuale, pena della solitudine, cura, gioco e interesse/ricerca.40 Ciò significa che il sentimento della rabbia scaturisce da una base fisiologica comune a tutti gli esseri umani. La rabbia esiste, dunque.

In ogni individuo adulto l’aspetto fisiologico, comune a tutti gli altri uomini, si fonde con la propria unica esperienza personale. È dalla complessità di tale esperienza personale che emerge il fenomeno della rabbia repressa. Succede allora che quando subiamo un torto non viviamo semplicemente la situazione presente, ma vi proiettiamo inconsciamente un significato molto più stratificato e difficile da gestire.

È come se dentro di noi ci fosse un gomitolo che avesse bisogno di essere sbrogliato. E siccome la rabbia è un’emozione tipicamente sociale, è precisamente nel luogo per eccellenza dove incontriamo gli altri (l’atto comunicativo) che siamo chiamati a lavorare. Per iniziare a invertire la spirale negativa della rabbia e a smantellare i suoi prodotti cognitivi perversi.

Sul nostro sito sono presenti diversi articoli per approfondire il tema della rabbia, ad esempio in relazione alla depressione oppure alle dinamiche di coppia. Una panoramica del materiale che abbiamo pubblicato sulla rabbia si puó trovare nell’articolo guida: La psicologia della rabbia, un’occasione per crescere.

Versione completamente aggiornata il 22 novembre 2021

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1La dimensione Anger-in è associata con passività, auto-inganno e soppressione della rabbia e si sovrappone considerevolmente con le definizioni tradizionali di nevroticismo…” Linden et al. 2003, p. 13.

2Linden et al. 2003, p. 22.

3Linden et al. 2003, p. 22.

3-bis Il tono affettivo della risata è giocoso, ed il gioco è un sistema emotivo che può manifestare la propria azione soltanto in un campo rilassato. Quindi non quando è attiva l’influenza della rabbia.

4Alia-Klein et al. 2020, p. 482.

5Linden et al. 2003, p. 13.

6Per una tassonomia dei comportamenti collegati alle dimensioni anger-in ed anger-out si veda Van Coillie e Van Mechelen 2006.

7Linden et al. 2003, p. 13.

8Considera anche: “Alti livelli di rabbia-ostilità e stili estremi di risposta alla rabbia (soppressione e comportamento apertamente aggressivo) sono stati identificati come fattori potenzialmente importanti nel loro contributo all’eziologia ed allo sviluppo delle malattie cardiache…” Linden et al. 2003, p. 12.

9Davidson et al. 1999, p. 272.

10Si consideri anche: “…è stato riscontrato che le persone arrabbiate sono motivate (…) a parlare agli altri (…) e a parlare anzitutto delle loro esperienze di rabbia o paura prima che di tristezza, gioia od amore…” Van Doorn et al. 2014, p. 3.

11Linden et al. 2003, p. 22.

12Linden et al. 2003, p. 13. In modo interessante e contro-intuitivo, la dimensione anger-out non è fortemente e negativamente correlata con la dimensione anger-in, possibilmente perché la dimensione anger-in è un costrutto molto più ampio…”

13Peneva e Mavrodiev 2013, p. 14.

14Peneva e Mavrodiev 2013, p. 14.

15Lazarus 1973, p. 697.

16Lazarus osserva anche che queste capacità sono fra loro indipendenti e che dunque qualcuno può essere bravo in una di esse senza esserlo nelle altre.

17Lazarus 1973, p. 697.

18Sulla possibilità che l’assertività possa essere utile in contesti di rabbia disfunzionale: “…vi sono anche delle evidenze che l’ansia sociale sia positivamente associata con la rabbia e l’ostilità, ad indicare quindi che l’assertività potrebbe essere benefica nel ridurre la rabbia in questi individui…” Speed et al. 2018, p. 4.

19Un life script è un piano di vita inconscio basato su decisioni compiute nella prima infanzia a riguardo di noi stessi, degli altri e delle nostre vite. Queste decisioni erano sensate quando eravamo giovani e spesso ci aiutavano ad adattarci al mondo della nostra infanzia. Non sempre sono sensate quando siamo adulti, ma fino a che noi non scopriamo quali sono state le nostre prime decisioni, noi spesso ripetiamo gli schemi che confermano la validità di quelle prime decisioni.” Solomon 2003, p. 20.

20Linden et al. 2003, p. 26.

21Per l’efficacia delle relazioni interpersonali, era necessaria l’assimilazione di alcune competenze, fra cui la più importante era l’abilità di parlare apertamente dei propri sentimenti e desideri. In assenza di questa disposizione (o nel caso di riluttanza ad esercitarla), le relazioni interpersonali venivano sostanzialmente limitate e la comunicazione con le persone a noi vicine diventava gradualmente formalizzata…” Peneva e Mavrodiev 2013, p. 7

22Peneva e Mavrodiev 2013, p. 10.

23Peneva e Mavrodiev 2013, p.12-13.

24Peneva e Mavrodiev 2013, p.14.

25Peneva e Mavrodiev 2013, p. 5.

26Peneva e Mavrodiev 2013, p.15.

27“Per esempio, l’assertività non assicurava necessariamente l’efficacia delle azioni e il massimo vantaggio personale. Era piuttosto un percorso di auto-realizzazione, un metodo per valutare adeguatamente la propria personalità ed il proprio comportamento.” Peneva e Mavrodiev 20013, p.15.

28A parte gli aspetti già passati in rivista dell’applicazione dell’assertività nei campi dell’educazione, del management, del business, della medicina e dello sport nel XXI secolo, sono state condotte delle ricerche specializzate dedicate ad esplorare il ruolo dell’assertività nella politica, nella religione, nelle relazioni coi consumatori, in famiglia, nell’amicizia e nelle relazioni sessuali, nell’arte, nel fashion e nel turismo ed in altre aree richiedenti un certo livello di competenza sociale.”, Peneva e Mavrodiev 2013, p. 19.

29Speed et al. 2018, p. 12.

30Peneva e Mavrodiev 2013, p. 9.

31Peneva e Mavrodiev 2013, p. 10-11.

32Vi sono naturalmente anche altri modi più decisi di affermare i propri diritti, ma in tal caso è opportuno riflettere sul fatto che anche gli altri hanno i nostri stessi diritti. Inoltre, oltre ai diritti abbiamo anche dei doveri, e va anche considerato come gli altri possano avere idee diverse da noi su quali siano i nostri diritti.

Considera: “Jakubowski e Lange hanno osservato che a volte l’assertività e l’applicazione dei diritti assertivi portavano problemi maggiori anziché vantaggi, il che non era dovuto al contenuto di tali diritti o alla loro applicazione, ma al fatto che gli altri né li accettavano né li capivano.” Peneva e Mavrodiev 2013, p. 10.

33Ad esempio: Le principali responsabilità di una persona assertiva sono state indicate come segue: (…) ascoltare il punto di vista degli altri, i suggerimenti e le opinioni che loro hanno espresso e rispondere loro…” Peneva e Mavrodiev 2013, p. 12.

Ed anche: “Le competenze di base necessarie per il training assertivo proposto da Romek erano la consuetudine di prendere appuntamento e di mantenere una conversazione, l’abilità di ascoltare attivamente…” Peneva e Mavrodiev 2013, p.13.

In riferimento a Sue Bishop Peneva e Mavrodiev osservano inoltre: L’autore ha dedicato una particolare attenzione all’abilità di ascoltare l’interlocutore. L’autore ha definito questa competenza come un’arte. Ascoltare il proprio partner era anche un modo di ridurre i conflitti, poiché molti di questi erano dovuti al fraintendimento del punto di vista dell’altro…” Peneva e Mavrodiev 2013, p.14.

34Bodie 2012 (numero di pagina provvisorio: 2).

35Bodie 2012 (numero di pagina provvisorio: 2/3).

36Al riguardo, considera: Secondo Wolpe, la paura sociale si manifestava in varie forme – come la paura delle critiche, del rifiuto, la paura di apparire in pubblico, dei capi, delle nuove situazioni, la paura di fare richieste o di dare aiuto. L’autore notava che queste paure, in una certa misura, erano presenti nella psiche di ogni persona, mentre nelle persone non assertive queste paure sociali diventavano dominanti, bloccando la loro attività sociale…” Peneva e Mavrodiev 2013, p. 6.

37“…la rabbia restringe l’ambito dell’attenzione (…), spesso compromettendo l’efficienza dell’elaborazione cognitiva e del processo decisionale…” Alia Klein et al. 2020, p. 481.

38Questi comportamenti si trovano citati in Bodie et. al 2012 alle pagine 29, 31, 32 (numeri di pagina provvisori).

39Dunque, sembra che il contatto visivo sia un comportamento chiave relativo all’ascolto, potenzialmente associato con un ventaglio di attributi specifici collegati all’ascolto. Infatti, questi dati suggeriscono che alcuni comportamenti (come il contatto visivo) siano più indicativi della competenza d’ascolto in generale perché quando messi in atto elicitano più attributi subordinati collegati all’ascolto di quello che fanno altri comportamenti.” Bodie et al. 2012, p. 16 (numero di pagina provvisorio).

40Panksepp e Biven 2012.

Jaak Panksepp, il profeta delle emozioni

Jaak Panksepp propone una teoria delle emozioni inscritta in un modello generale del cervello basato sulle neuroscienze affettive.

Il punto di vista di Panksepp è strettamente imparentato con quello di MacLean, il quale distingueva fra il cervello rettiliano ed il sistema limbico, quest’ultimo avente la funzione di generare le emozioni tipiche dei mammiferi.1

Jaak Panksepp, il profeta delle emozioni

Jaak Panksepp, psicologo e neuroscienziato, nasce a Tartu, in Estonia, nel 1943. La sua carriera accademica si svolge negli Stati Uniti e lo vede pubblicare oltre 250 articoli a revisione paritaria. È stato membro di molte prestigiose associazioni ed università. Una vita consacrata alla ricerca scientifica lo ha reso protagonista di quel nuovo campo di indagine a cui Panksepp stesso ha assegnato il nome di neuroscienze affettive. (Immagine tratta da emotionresearcher.com)

Panksepp individua sette sistemi emotivi fondamentali, a cui sono associate delle strutture anatomiche collocate nelle zone sottocorticali del cervello, ovvero quelle filogeneticamente più ancestrali.

I più antichi fra questi sistemi emotivi sono presenti anche nei rettili. Essi sono la paura, la rabbia, l’eccitazione sessuale ed un livello di attivazione generale dell’organismo che Panksepp chiama RICERCA. Quest’ultimo sarebbe il più basilare di tutti i sistemi emotivi, forse quello da cui tutti gli altri si sono sviluppati. Il sistema emotivo della RICERCA sembra corrispondere a quel fenomeno emotivo che altri studiosi delle emozioni (per esempio Carroll Izard) hanno chiamato interesse. Noi lo abbiamo indicato anche con l’espressione “voglia di fare”2. La Ricerca/Interesse/Voglia di fare si rivela essere un concetto particolarmente adatto alla comprensione di fenomeni quali la depressione e la dipendenza da droghe.

Nei mammiferi (e quindi nell’uomo) si trovano altri tre sistemi emotivi di origine più recente. Questi sono la cura parentale, il gioco, e la pena della solitudine. Queste tre “nuove” emozioni si pongono come la base dei sistemi sociali, cosí diffusi nei mammiferi.

La pena della solitudine può essere messa in corrispondenza con la tristezza, ma bisogna tener presente che Panksepp ne dà un’interpretazione particolare, collegandola a manifestazioni quali il pianto del bambino che rimane solo e gli attacchi di panico nell’uomo adulto.

Nel corso della sua carriera Panksepp ha dedicato un’attenzione particolare al fenomeno del gioco. Quando Panksepp parla di gioco, si riferisce solitamente al tipo di gioco più studiato nel regno animale, ovvero al gioco di lotta. Ne abbiamo facilmente un esempio se pensiamo ai cuccioli che si inseguono fra loro a turni alterni, mettendo in scena degli attacchi simulati che si mantengono ben distinti dalle manifestazioni di aggressività.

Nel corso degli anni ottanta Panksepp ha realizzato alcuni esperimenti importanti nei quali ha osservato che i ratti sottoposti a decorticazione mantengono pressoché inalterati gli schemi comportamentali del gioco. Da questo fatto Panksepp trae l’indicazione che il sistema emotivo del gioco è in grado di generare i propri schemi di comportamento anche senza l’intervento delle strutture cognitive più elevate.

Quello appena menzionato è un punto fondamentale nell’impianto teorico di Panksepp. Le emozioni non sono un prodotto del ragionamento, della corteccia cerebrale, delle attività intellettuali più astratte. Panksepp assegna alle emozioni un ruolo più profondo. Esse sono la vera sorgente della coscienza. Le attività cognitive promosse anzitutto dalla corteccia cerebrale intervengono a modulare e ad arricchire la vita emotiva, non a generarla.

La posizione opposta è espressa da quel gruppo di teorie che Panksepp chiama teorie del tipo read-out. Tali teorie sono caratterizzate dall’idea che la consapevolezza delle emozioni si origina in seguito all’elaborazione cognitiva dello stato fisiologico del corpo, una volta che questo viene “letto” (da cui l’espressione read-out) dalla neocorteccia. Da questo punto di vista i principali bersagli polemici di Panksepp sono Edmund Rolls, Joseph LeDoux, e, in maniera più sfumata3, anche Antonio Damasio.

Fra i teorici delle emozioni, la visione di Panksepp è molto prossima a quella dello psicologo Carrol Izard. Entrambi individuano un numero circoscritto di emozioni di base e considerano le emozioni come un fenomeno continuo anziché come degli episodi circoscritti. Quest’ultimo modo di vedere le emozioni è più prossimo alla visione di Paul Ekman, un altro teorico delle emozioni di base, molto famoso per i suoi studi sulle espressioni facciali delle emozioni.

Un indirizzo teorico distinto da quello delle emozioni di base è dato da quelle teorie che non partono dall’individuazione di un certo numero di emozioni fondamentali, bensì si concentrano sulle modalità con cui l’organismo e l’apparato cognitivo valutano la situazione ambientale. Una valutazione di pericolo incombente, ad esempio, potrebbe avere come conseguenza un’emozione di paura, con tutti gli effetti fisiologici ad essa collegati Questo gruppo di teorie sono chiamate teorie dell’appraisal, e un buon esempio ne è dato dal modello componenziale di Scherer. è importante osservare, come fa lo stesso Scherer, che non vi è un opposizione di principio fra le teorie delle emozioni di base (come quella di Panksepp) e le teorie dell’appraisal. Si tratta di due punti di vista che possono essere conciliati.

Il mio personale incontro con Panksepp è avvenuto nel 2013, quando ho letto il libro “L’archeologia della mente”. A distanza di alcuni anni mi sono reso conto di quanto fosse stato importante quell’incontro, e ho deciso di scrivere un libro divulgativo per promuovere le sue idee. Il libro si intitola “Le emozioni di base secondo Panksepp”. Ciò che avevo di mira nello scrivere quel testo non era il dettaglio biochimico dei neurotrasmettitori (la dopamina o l’adrenalina piuttosto che le endorfine o la serotonina), e neppure l’architettura nervosa e la collocazione anatomica dei sistemi emotivi. Leggere come funzionano i neurotrasmettitori può essere entusiasmante, ma il mio interesse primario risiede nell’esperienza di vita vissuta in prima persona. Il libro che ho scritto è stato dunque pensato come una narrativa il cui significato è garantito da un’indagine scientifica i cui dettagli tecnici rimangono dietro le quinte.

In un mondo dove si riconosce apertamente l’importanza dell’intelligenza emotiva e della regolazione emotiva, il sapere di cui Panksepp si fa portatore assume un’importanza decisiva. Se penso a come posso rendere meglio l’idea di questa importanza, mi viene in mente uno youtuber che per promuovere la pratica della meditazione usa queste parole: “si tratta del singolo cambiamento più importante che una persona possa intraprendere per la propria crescita personale”.

Penso che potremmo adottare lo stesso slogan anche per invitare allo studio delle sette emozioni secondo Panksepp.

BIBLIOGRAFIA

Burghardt, Gordon M. The genesis of animal play: Testing the limits. Mit Press, 2005.

Cappello, Manuel. “Le emozioni di base secondo Panksepp.”

Paul Ekman , Basic Emotions, Capitolo tre in T. Dalgleish and M. Power (Eds.). Handbook of Cognition and Emotion. Sussex, U.K.: John Wiley & Sons, Ltd., 1999.

Izard, Carroll E. “Basic emotions, natural kinds, emotion schemas, and a new paradigm.” Perspectives on psychological science 2.3 (2007): 260-280.

MacLean, Paul D. “Brain evolution relating to family, play, and the separation call.” Archives of general psychiatry 42.4 (1985): 405-417

Panksepp, Jaak, and Lucy Biven. The archaeology of mind: neuroevolutionary origins of human emotions (Norton series on interpersonal neurobiology). WW Norton & Company, 2012.

Klaus R. Scherer (2009a), The dynamic architecture of emotion: Evidence for the component process model, Cognition and Emotion, 23:7, 1307-1351, doi: 10.1080/02699930902928969

Tracy, Jessica L., and Daniel Randles. “Four models of basic emotions: a review of Ekman and Cordaro, Izard, Levenson, and Panksepp and Watt.” Emotion Review 3.4 (2011): 397-405.

1“Gli approcci di MacLean e di Panksepp convergono sostanzialmente, anche se Panksepp ha iniziato a sviluppare il tema delle neuroscienze affettive all’inizio della sua carriera, mentre MacLean è andato avvicinandosi ai modelli animali di neuroscienze alla fine della propria.”

“Entrambi hanno seguito le orme di Cannon e di Darwin, in quanto hanno riconosciuto che il sentimento delle emozioni erano manifestazioni dirette di specifiche attività poste in network cerebrali precisi, piuttosto che feedback periferici o interpretazioni da parte delle parti più recenti del cervello.”

Panksepp Biven 2012, p. 67 (tradotto dall’inglese da noi)

2Riteniamo che questa espressione aiuti a collegare tale sistema emotivo con l’esperienza in prima persona ad esso collegata.

3“…Damasio almeno riconosce che il cervello stesso è capace di generare sensazioni affettive (anche se le chiama “as if” affects, ed ha situato tutti i sentimenti affettivi in zone piuttosto elevate del cervello).”

Panksepp Biven 2012, p. 70

“Gioco e Realtà” di Donald Winnicott: una sintesi teorica

Nel libro “Gioco e Realtà”1 Winnicott descrive alcuni aspetti fondamentali del gioco, contestualizzandoli nel processo di crescita della persona. La visione di Winnicott è illuminante per chi desidera porre il gioco al servizio dell’arricchimento spirituale e culturale dell’uomo.

Al principio del suo sviluppo il neonato vive in un flusso indistinto di percezioni e non è in grado di distinguere fra un fuori ed un dentro, fra una regione interna ed una regione esterna a sé stesso. Questa capacità se la conquisterà passo dopo passo nel corso di una maturazione destinata a durare molti anni. Gli oggetti transizionali, un concetto chiave della teoria di Winnicott, rappresentano una fase di transizione in questo lungo processo di formazione. L’oggetto transizionale può essere un peluche investito di una particolare carica affettiva, un ciuccio, un giocattolo o un oggetto che il bambino desidera avere sempre con sé e che lo rassicura quando deve dormire da solo.

Noi adulti vediamo l’oggetto transizionale come se fosse, appunto, un oggetto materiale, un entità a sé stante, indipendente dalla sfera psichica del bambino. Questi però, il bambino, vede le cose in modo diverso. Il bambino non riesce ancora a osservare il suo orsacchiotto preferito, per esempio, soltanto come un oggetto inanimato, ben distinto da sé stesso e dai propri sentimenti. Il bambino non sa concepirlo compiutamente come separato dalla propria interiorità, di cui ancora non padroneggia le complessità. In questo senso l’oggetto transizionale, come il gioco, non sta né dentro né fuori.

La comprensione del gioco, ci dice Winnicott, esige l’indagine di una terza area di esperienza che non si lascia catturare nello schema usuale che divide l’esteriorità dall’interiorità. Nel gioco l’esperienza interiore incontra il mondo senza confini predefiniti. Il gioco non è né dentro né fuori. Il gioco è il terreno della possibilità che ancora deve prendere forma.

La parte finale dell’articolo include alcune nostre considerazioni riguardanti l’area psichica interessata dal gioco in quanto frontiera di comprensione del mondo. Questo scritto fa parte di un più ampio progetto di ricerca sulla natura del gioco nell’uomo e negli animali.

 

IL PROCESSO DI SVILUPPO

LO STATO DI FUSIONE ALL’INIZIO DELLO SVILUPPO

Nelle fasi iniziali di vita il neonato si trova in uno stato psicologico di fusione fra il sé e l’ambiente, che non gli appaiono ancora come distinti. La percezione del neonato non dà luogo fin da subito al riconoscimento degli oggetti materiali circostanti, come avviene invece nell’adulto. In un certo senso la percezione del neonato assomiglia ad un flusso indistinto di luci, colori e suoni. Ci vorrà del tempo perché queste sensazioni imparino a raggrupparsi in formazioni stabili corrispondenti agli oggetti materiali.

Non è cosí facile cogliere la profonda diversità percettiva in cui si trova il bambino rispetto all’adulto, ed un paio di esempi potrebbero esserci d’aiuto. Quando vediamo un oggetto che va a finire dietro un ostacolo che lo nasconde alla vista, noi rimaniamo perfettamente consapevoli della sua permanenza pur al di fuori della nostra vista. Per il bambino invece questo non è scontato; si tratta di una competenza che non è presente da sempre, bensì appare ad un certo punto dello sviluppo.

Un altro esempio: nel vedere un telefono sul tavolo noi siamo immediatamente coscienti della possibilità di afferrarlo. Il bambino, invece, manca di questa coscienza, e la acquisisce soltanto a seguito di un’esperienza di manipolazione degli oggetti (quest’ultima può avere luogo in modo intensivo solo dopo l’acquisizione della padronanza della posizione seduta, la quale libera le mani dalla funzione di supporto).

Il neonato manca di molte strutture psicologiche di cui noi adulti disponiamo prontamente, ed in tale situazione di profonda immaturità non è in grado di organizzare la propria attività verso la soddisfazione dei desideri. Affinché ciò accada è necessario che la mamma si coordini alle iniziative che scorge nel piccolo, portandole a buon fine. Un esempio importante ne è l’atto di porgere il seno al neonato quando se ne manifesta il bisogno. Winnicott usa un’espressione diventata famosa per indicare questa sintonizzazione messa in atto della madre. Winnicott parla di mamma sufficientemente buona. La mamma sufficientemente buona è quella in grado di fornire al bambino l’esperienza di fiducia iniziale nel mondo, fiducia che diventerà il punto di partenza per il successivo processo di crescita.

Col passare del tempo il neonato acquisisce una capacità sempre maggiore di gestirsi da solo, nel corso di una lenta maturazione destinata a durare molti anni, al termine della quale si giunge ad un individuo in grado di distinguere ciò che è dentro di sé da ciò che è fuori di se, ciò che è me da ciò che è non-me. Nel corso di questo processo la mamma, secondo Winnicott, dovrebbe progressivamente ridurre il supporto portato al bambino, spingendolo moderatamente a prendere iniziativa autonoma.

GLI OGGETTI TRANSIZIONALI

Gli oggetti transizionali e i fenomeni transizionali sono cosí chiamati perché fanno parte di questo processo di transizione che prende le mosse da uno stato di iniziale fusione (fra ambiente esterno e zona interna), e che conduce, nel tempo, alla piena competenza nel distinguere gli oggetti esterni dalla propria interiorità.

Un esempio molto noto di fenomeno transizionale è succhiarsi il pollice, ma l’idea di fenomeno transizionale si estende ad un insieme piuttosto vario di attività, che possono includere tanto il generico portarsi gli oggetti alla bocca per succhiarli, quanto il tirare i fili di lana piuttosto che l’emettere i primi balbettii. Nell’ambito di queste attività “può emergere qualcosa o qualche fenomeno – forse un batuffolo di lana o l’angolo di una coperta o di un piumino, o una parola o una tonalità o un’abitudine – il cui uso diventa di importanza vitale per il bambino al momento di andare a dormire, e che sono una difesa contro l’angoscia, soprattutto l’angoscia di tipo depressivo. Forse qualche oggetto soffice o di altro tipo è stato trovato ed usato dal bambino e questo diventa allora ciò che io chiamo oggetto transizionale. Questo oggetto diventa sempre più importante. I genitori vanno accorgendosi del suo valore e lo portano con sé quando viaggiano. La madre lo lascia diventare sporco e anche puzzolente, sapendo che lavandolo introdurrebbe una rottura nella continuità dell’esperienza del bambino, rottura che può distruggere il significato e il valore dell’oggetto.”2

Come Winnicott sottolinea, il coinvolgimento emotivo del bambino in questi fenomeni ed oggetti transizionali è molto intenso, ed il bambino non è in grado di gestirli come entità separate da sé stesso, come oggetti di cui semplicemente fare uso.

Gli oggetti transizionali corrispondono a dei nuovi modi di essere che non hanno ancora trovato una sistemazione chiara e definitiva nell’ambito di una rappresentazione ordinata del mondo, la quale presiede ad una compiuta distinzione tra ciò che è dentro di noi e ciò che è fuori di noi. Lo si vede bene nel caso di Winnie Pooh, che è citato come esempio dallo stesso Winnicott. Quando l’orso di pezza è osservato dai genitori, è soltanto un oggetto esterno ed inanimato ben distinto dalla vita interiore del bambino. Quando il medesimo orso è osservato dal bambino, esso si anima e prende vita, con un’evidente sovrapposizione fra l’oggetto materiale e la vita interiore del bambino. Il bambino non ha ancora la capacità di vedere l’oggetto materiale inanimato come un’entità distinta dal fluire dei propri desideri e della propria immaginazione.3 4

L’ELEMENTO FEMMINILE PRIMORDIALE E L’ESPERIENZA DI ESSERE

Il processo di maturazione conduce dallo stato di fusione del neonato allo stato dell’adulto, in grado di articolare un vasto repertorio di attitudini e relazioni fra dominio interiore ed esteriore. Nel corso di tale processo compare e si affina la capacità di usare gli oggetti con distacco. Questa capacità di fare-uso di qualcosa è un tema che si presta ad interessanti approfondimenti, ma, prima di procedere in tal senso, c’è ancora qualcosa di importante da dire a riguardo dello stato di fusione iniziale.

Fin dalle primissime fasi di vita, forse anche prima della nascita, il bambino ha la possibilità di vivere quella che Winnicott indica come esperienza di ESSERE5 6 Si sarebbe tentati di dire che l’esperienza di ESSERE è una sorta di identificazione fra sé e l’ambiente, ma bisogna tener presente che il bambino non è ancora in possesso delle strutture psicologiche che corrispondono al sé e all’ambiente. La parola identificazione è usata da Winnicott per riferirsi a fenomeni più strutturati, che appaiono più avanti nel corso dello sviluppo. “Esperienza di ESSERE” è un’espressione specifica che Winnicott impiega per riferirsi allo stato di fusione iniziale, all’apeiron indefinito in cui le strutture psichiche dell’adulto non sono ancora delineate.

L’esperienza di ESSERE riveste una posizione fondamentale nell’ambito delle complesse vicende che presiedono allo sviluppo del bambino.7 Winnicott considera questa esperienza di ESSERE come l’elemento femminile presente in ciascuno di noi (sia nelle femmine che nei maschi): “Lo studio dell’elemento femminile distillato non contaminato puro ci porta all’ESSERE, e questo forma la sola base per la scoperta di sé e di un senso di esistere…”.8

L’esperienza di ESSERE si presenta inizialmente in forma labile e si va consolidando anche grazie all’interazione con la madre, soprattutto quando questa è in grado di sintonizzarsi adeguatamente al bambino. La mamma soddisfa i desideri immediati del bambino, ne completa le tendenze, ed evita così l’insorgere di un dolore, di una qualche forma di sofferenza che interrompa la magia in cui il bambino si trova sospeso. Usiamo la parola magia per indicare una forma di coordinamento perfetto fra le diverse parti della persona, incluso il flusso di eventi e percezioni in cui ci si trova immersi, che può avvenire solo se questi eventi e percezioni sono sufficientemente armonizzati, grazie all’assistenza della madre sufficientemente buona.9

LA MADRE CHE RISPECCHIA L’EMOTIVITÀ DEL BAMBINO

La situazione di faccia a faccia fra la madre ed il bambino costituisce un esempio interessante di come l’azione della madre può facilitare la maturazione del bambino assecondandone le tendenze ancora abbozzate.

Nella fase di fusione iniziale tra l’individuo e l’ambiente il neonato non è assolutamente in grado di interpretare il volto della madre come espressione dell’emotività della madre, e non è nemmeno consapevole del legame fra uno stato interno di benessere e la propria azione del sorridere. Se la madre però rispecchia col suo volto l’emotività del bambino, allora il bambino trova nel volto della madre un’esperienza che gli consente di sintonizzarsi su se stesso. Se volessimo fare un piccolo gioco di fantasia e creare una verbalizzazione immaginaria che renda conto, in qualche modo, dell’esperienza dal punto di vista del neonato, potremmo supporre che questo esclami in sé stesso: “Oh, ecco, io vedo che mamma sorride proprio nel momento in cui io ho cominciato a sentire questa sensazione calda di benessere che non so ancora come si chiama. Ma se mamma ha sorriso proprio in questo punto del mio processo interiore, allora io qui devo stare attento, perché proprio qui c’è qualcosa di importante di cui devo rendermi conto.”

Se invece la madre mostra costantemente al bambino un volto inespressivo o si concentra sempre sull’espressione della propria emotività, il bambino si troverà a confrontarsi con un’esperienza che non è ancora in grado di comprendere, e ciò potrebbe ostacolare lo sviluppo di una fiducia nella relazione fra sé stesso e la madre, e dunque fra sé stesso e il mondo.10

Winnicott usa la metafora dello specchio 11 per descrivere questa relazione di faccia a faccia tra la madre e il bambino, e descrive un caso esemplare. C’era una madre che mentre teneva in braccio la figlia continuava sempre a parlare con altre persone, cosí che non si concentrava adeguatamente sul rispecchiamento degli stati d’animo della sua bambina. Winnicott riporta una frase molto significativa pronunciata da questa bambina una volta diventata adulta, nel corso di una seduta terapeutica: “Non sarebbe terribile se il bambino guardasse nello specchio e non vedesse nulla?”12

L’ELEMENTO MASCHILE, L’IMPULSO AGLI OGGETTI, LA DISTRUZIONE

La fusione, l’essere e la femminilità appartengono dunque ad una fase della psiche di natura primordiale. Essi costituiscono il contesto, la base su cui si può innestare l’azione di quello che Winnicott chiama elemento maschile (presente, anche questo, sia nelle femmine che nei maschi) e che compie la distinzione dell’io dall’oggetto.13 Winnicott associa “l’impulso riferito agli oggetti (anche la voce passiva di questo) con l’elemento maschile”.14

Nell’ambito di ciò che Winnicott considera elemento maschile possiamo collocare l’istinto alla distruzione.15 La distruzione di cui parla Winnicott non è (o almeno non lo è sempre) una forma di reazione come quella a cui pensiamo normalmente quando si parla di rabbia: “L’attacco in stato di collera, relativo all’incontro con il principio di realtà, è un concetto più sofisticato, poiché pospone la distruzione che io postulo qui. Nella distruzione dell’oggetto a cui io mi riferisco non vi è rabbia.”16

Quando il bambino tenta di distruggere qualcosa, allora si renderà conto della resistenza che quel qualcosa è in grado di offrire. Le tendenze distruttive del bambino favoriscono cosí lo sviluppo dell’idea di un oggetto indipendente dal soggetto. In questo senso, i processi innescati dalla distruzione contribuiscono alla creazione della realtà. Ma, affinché questa maturazione possa compiersi, è necessario che l’oggetto (o la persona) resista e sopravviva ai tentativi di distruzione del soggetto. L’oggetto si crea tramite la sopravvivenza ad un atto di distruzione.17

Si intende generalmente che il principio di realtà coinvolge l’individuo in rabbia e distruzione reattiva, ma la mia tesi è che la distruzione ha un ruolo nel fare la realtà, collocando l’oggetto al di fuori del sé.18

“… dopo “il soggetto entra in rapporto con l’oggetto”, viene “il soggetto distrugge l’oggetto” (quando diventa esterno); e poi potrebbe venire: “l’oggetto sopravvive alla distruzione da parte del soggetto”. Ma la sopravvivenza può esserci o non esserci.”19

Winnicott parla di distruzione, ma al riguardo può sorgere una domanda: il fenomeno di cui parla Winnicott è sempre originariamente una distruzione, oppure può anche essere un movimento che nasce interiormente come un’affermazione di sé, e che diventa una distruzione solo per gli effetti esteriori che produce? Questa è una domanda che lasceremo aperta. Ciò che conta è che in ogni caso siamo in presenza di un’azione a cui viene offerta resistenza, ed è la resistenza offerta alla nostra azione che presiede alla consapevolezza di ciò che è altro da noi.20

RESISTERE ALLA DISTRUZIONE DEGLI ADOLESCENTI

Il ruolo della resistenza alla distruzione non è limitato all’infanzia, ma si stratifica attraverso le stagioni di vita, e si ripropone anche tra il genitore ed il figlio adolescente. Il conflitto con il figlio, infatti, è generalmente inevitabile. Anzitutto, è impossibile non fare errori, e gli errori verranno rinfacciati dai figli ai genitori. Poi, anche se il genitore è perfetto, l’adolescente ha bisogno di diventare adulto attraverso la vittoria contro un altro adulto. Dunque i genitori si troveranno comunque ad essere sotto attacco, ed il loro ruolo è quello di resistere e di sopravvivere agli attacchi del figlio.

Non ci si può aspettare dall’adolescenza la visione a distanza, la consapevolezza soppesata del patrimonio culturale, la creazione di progetti responsabili, sostenibili, attendibili. E, d’altra parte, l’irresponsabilità dell’adolescente può fornire un contributo di vitalità alla società.

Ma, affinché l’adolescente viva la sua avventura, è necessario che il ruolo della responsabilità sia esercitato dagli adulti. È necessario che gli adulti resistano sulle loro posizioni, delimitando così lo spazio concettuale degli adolescenti, fornendo loro un punto di riferimento. Questo dovrebbe avvenire senza vendetta, senza ritorsione, piuttosto come fosse un arginare.

Se invece gli adulti lasciano il campo libero agli adolescenti, se per così dire abdicano dal loro ruolo, se tentano di risolvere ogni conflitto nascondendo il conflitto, cosi facendo tolgono all’adolescente il punto di riferimento contro cui combattere e affermarsi, e implicitamente gli richiedono un’assunzione di responsabilità di cui non sono capaci, creando una sorta di falsa maturità.

Winnicott sintetizza in questo modo il suo punto di vista sul ruolo dei genitori: “il meglio che essi possano fare è di sopravvivere, di sopravvivere intatti, e senza rinunciare ad alcun principio importante.”21 22

LA FASE DELL’IO SONO E LE IDENTIFICAZIONI

Chiusa la digressione sul conflitto fra genitori e adolescenti, torniamo al processo di sviluppo che ha luogo nell’infanzia.

Lo stabilirsi di una consapevolezza di sé stessi distinti dal mondo esterno non avviene in un singolo atto, ma si stratifica, si specifica e si consolida nel corso di una maturazione che dura negli anni. Winnicott parla di fase dell’io sono23 per indicare un’esperienza di essere che già ha iniziato a consolidarsi ed è presente insieme ad una consapevolezza di ciò che è non-me.24 A partire dalla fase dell’io-sono diventano possibili i meccanismi di identificazione, che senza un io e un non-io non hanno senso (perché l’identificazione presuppone un io che esegua delle proiezioni di significato fra sé stesso e ciò che è altro da sé stesso). Tanto più si sviluppa questa consapevolezza della differenza fra me e non-me tanto più diviene possibile articolare delle forme di identificazioni strutturate, che si evolvono sulla base della consapevolezza di un sé distinto dagli altri. Al livello della fusione iniziale invece, non è lecito inferire una simile articolazione dell’identificazione.

Quindi dalla parte dell’elemento maschile l’identificazione ha bisogno di basarsi su complessi meccanismi mentali, meccanismi mentali cui bisogna dare tempo per manifestarsi, per svilupparsi, e per stabilirsi come parte del corredo del nuovo bambino. Sul versante dell’elemento femminile, tuttavia, l’identità richiede cosí poca struttura mentale che questa identità primaria può essere un tratto fin dal principio e la base per semplicemente essere si può porre (diciamo) dal momento della nascita, o prima, o immediatamente dopo…”25

Il fenomeno dell’identificazione è rilevante anche nell’ambito della relazione fra analista e paziente, fra i quali si stabiliscono delle reti di identificazioni reciproche. Queste corrispondono alla capacità di entrambi di mettersi uno nei panni dell’altro, e Winnicott si riferisce a questo incrocio di identificazioni con l’espressione identificazioni crociate.26 27

I pazienti che hanno una capacità limitata di identificazione introiettiva o proiettiva, presentano serie difficoltà per lo psicoterapeuta (…) In tali casi la principale speranza del terapeuta è di aumentare nel paziente la gamma delle identificazioni crociate…”28

IL GIOCO

IL GIOCO COME SPAZIO POTENZIALE

Nella visione di Winnicott il gioco è una dimensione presente lungo l’intero arco della vita umana, a partire dalla relazione privilegiata fra madre e neonato fino all’età adulta. Winnicott concepisce il fenomeno del gioco nell’ambito di uno spazio potenziale che si manifesta per la prima volta fra la madre ed il bambino: “L’area di gioco è uno spazio potenziale tra la madre ed il bambino, o che congiunge la madre e il bambino”.29 30

IL GIOCO HA BISOGNO DI UN CONTESTO PROTETTO

Uno spazio potenziale è uno spazio di possibilità di agire, del quale il bambino possiede qualche forma di consapevolezza.31 32 L’esplorazione di queste possibilità di agire può avvenire soltanto quando non vi sono altre necessità urgenti da soddisfare. Si gioca, per esempio, quando non si ha troppa fame e quando non si percepisce l’immediata presenza di un pericolo.33 Si gioca quando ci si sente al sicuro. Winnicott sottolinea in modo esplicito che il gioco può avvenire soltanto in un contesto protetto34 35 dove il bambino percepisce di potersi fidare.

IL GIOCO E L’EROTISMO

Il gioco è una forma di soddisfacimento autonoma rispetto all’erotismo, ed anzi, l’equilibrio del gioco è a rischio quando si attivano le zone erogene.36 In un certo senso si potrebbe dire che il contesto protetto in cui può originarsi il gioco implica anche una protezione dagli istinti erotici. (ciò non esclude che nell’adulto si possano sviluppare degli equilibri più complessi in grado di coniugare la sessualità ed il gioco).

IL GIOCO NON STA NÉ DENTRO NÉ FUORI

L’idea che il gioco sia uno spazio potenziale tra la madre ed il bambino si completa con l’idea per cui l’area di gioco non è collocata né dentro né fuori l’individuo: è tra me e gli altri. Il gioco non riguarda anzitutto l’interiorità o l’esteriorità. Il gioco riguarda anzitutto l’interazione fra esterno ed interno: “Questa area del gioco non è la realtà psichica interna. Essa è fuori dell’individuo, ma non è il mondo esterno.”37 e: “La cosa importante del gioco è sempre la precarietà di ciò che si svolge tra la realtà psichica personale e l’esperienza di controllo degli oggetti reali.”38 39

IL GIOCO È INTERAZIONE

La collocazione né dentro né fuori può essere interpretata come una tendenza all’interazione. Il gioco implica l’impiego di entità esterne coordinate da esigenze interne. È l’applicazione di un’interiorità all’esteriorità40: “In questa area di gioco il bambino raccoglie oggetti o fenomeni del mondo esterno e li usa al servizio di qualche elemento che deriva dalla realtà interna o personale. Senza allucinare, il bambino mette fuori un elemento del potenziale onirico, e vive con questo elemento in un selezionato contesto di frammenti della realtà esterna.”41

L’interattività del gioco si manifesta anche nel suo essere una base per la comunicazione umana (che è una forma di interazione).42 Se accettiamo il fatto che l’atto comunicativo è un atto creativo, e se come Winnicott riteniamo che la creatività possa avvenire soltanto nel gioco, allora si arriva all’idea che “…solo nel giocare è possibile la comunicazione; ad eccezione della comunicazione diretta, la quale appartiene alla psicopatologia oppure a un grado estremo di immaturità.”43

IL GIOCO E GLI OGGETTI TRANSIZIONALI

La collocazione né dentro né fuori suggerisce che il gioco sia assimilabile ai fenomeni transizionali, ed infatti Winnicott nota che Vi è una linea diretta di sviluppo dai fenomeni transizionali al gioco, e dal gioco al gioco condiviso, e da questo alle esperienze culturali.44 Non solo, Winnicott spiega anche che proprio lo studio degli oggetti transizionali gli ha consentito di intuire con più chiarezza la natura del gioco: “Per me il significato del gioco ha acquisito una nuova coloritura da quando ho seguito il tema dei fenomeni transizionali…”45

IL GIOCO E LA CREATIVITÀ

Il gioco è collegato alla creatività, intesa non come un’eventualità eccezionale quanto piuttosto come un processo continuo che può rinforzarsi o indebolirsi:46 “È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.”47 48 49

Quando una persona “vive” e “partecipa alla vita della comunità”, allora “ogni cosa che accade è creativa”50. Date le condizioni (di fiducia) opportune, allora ogni dettaglio della vita del bambino è un esempio di vivere creativo”51

LE FASI DEL GIOCO NEL CORSO DELLO SVILUPPO

Il gioco, secondo Winnicott, compare subito dopo lo stato iniziale di fusione tra lattante ed oggetto, nel momento in cui iniziano ad articolarsi le strutture del non-me.52 Quando l’idea degli altri si è sufficientemente sedimentata e stabilizzata, allora diviene possibile giocare da soli, sarebbe a dire con la consapevolezza di essere soli, cosa che nello stato di fusione non è possibile, perché non si è ancora sviluppata a sufficienza l’idea degli altri, ed essere soli non ha dunque senso.53 La fase seguente implica la capacità di accedere ad una sovrapposizione fra la propria area di gioco e quella di altri individui: “Il bambino si sta ora approntando per lo stadio successivo, che è quello di ammettere una sovrapposizione delle due aree di gioco, e di goderne.”54

IL RAPPORTO PSICOANALITICO COME GIOCO

Il gioco per Winnicott non è circoscritto all’età infantile. Il gioco si manifesta anche in età adulta, ad esempio come scelta delle parole e dei toni.55 La psicoanalisi stessa è per Winnicott una forma molto elaborata di gioco: “…la psicoanalisi si è sviluppata come una forma altamente specializzata di gioco, al servizio della comunicazione con sé stessi e con gli altri.”56

Mi sembra che sia valido il principio generale che la psicoterapia si svolge nella sovrapposizione di due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. Se il terapeuta non è in grado di giocare allora non è adatto al lavoro. Se il paziente non è in grado di giocare, allora c’è bisogno di fare qualcosa per mettere il paziente in condizioni di diventare capace di giocare, dopo di che la psicoterapia può cominciare. La ragione per cui giocare è essenziale è che proprio mentre gioca il paziente è creativo.”57

La terapia psicoanalitica è un modo di prendersi cura dell’uomo. Vedere questa forma terapeutica come gioco è tutt’uno col ritenere che nel vivere creativo (e quindi nel gioco) si trovi una chiave di accesso al senso della vita: “Noi vediamo che o gli individui vivono creativamente e trovano che la vita vale la pena di essere vissuta, o che non possono vivere in maniera creativa e dubitano del valore del vivere. Questa variabile negli esseri umani è direttamente in rapporto alla qualità ed alla quantità di opportunità ambientale all’inizio o nelle prime fasi dell’esperienza di vita di ciascun bambino.”58

L’ESPERIENZA CULTURALE E LA TRADIZIONE

La creatività ed il gioco hanno un’origine biologica e sono presenti, in diversi gradi, anche nel mondo animale.59 Quando alla creatività del gioco si aggiunge la possibilità di tramandare le proprie scoperte di generazione in generazione, allora si costituisce l’area dell’esperienza culturale: “Il luogo in cui l’esperienza culturale è ubicata è lo spazio potenziale tra l’individuo e l’ambiente (originariamente l’oggetto). Lo stesso si può dire del gioco. L’esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco.”60 L’esperienza culturale è una forma di creatività che prende le mosse dall’eredità di significato raccolta da chi è vissuto prima di noi. La tradizione risponde al bisogno di avere “un posto dove mettere ciò che troviamo” per conservarlo e passarlo ad altri. “Nel fare uso della parola cultura io penso alla tradizione che si eredita.”61; “…in ciascun campo culturale non è possibile essere originale eccetto che sulla base della tradizione.62 63

PER VIVERE LA TERZA AREA: PROTEZIONE, FIDUCIA E PATRIMONIO CULTURALE

Il gioco secondo Winnicott, lo abbiamo visto, si pone come terza area alternativa alla dicotomia secca fra dentro e fuori. La dimensione del fuori può essere esemplificata pensando a quelle persone che interpretano la vita in base al rapporto con gli oggetti esterni e al comportamento osservabile nel mondo. Vi sono poi altre persone che si concentrano sull’esperienza interiore, mistica, e subordinano ad essa i fatti economici e materiali. Quest’ultimo sarebbe l’approccio a cui ci riferiamo quando parliamo della zona che sta dentro. A Winnicott interessa un luogo intermedio fra questi due poli. Tale è luogo dove normalmente viviamo e del quale indaghiamo la natura, il luogo dove vi è un confronto intenso fra le aspettative generate dal soggetto e il riscontro concreto fornito dal mondo.

Mentre la realtà esterna e la realtà interna sono entrambe dotate di una loro forma di struttura stabile, la terza area (la sede dell’esperienza culturale e del gioco) è molto variabile e dipende dalle esperienze della singola persona. Affinché si possa vivere in modo adeguato questa terza area, vi sono due esigenze:

La prima necessità (…) è di proteggere il rapporto bambino-madre e bambino-genitore (…) cosicché possa verificarsi l’esistenza dello spazio potenziale in cui, grazie alla fiducia, il bambino è in grado di giocare creativamente.

La seconda necessità è (…) di essere pronti a porre ciascun bambino in rapporto con gli elementi appropriati dell’eredità culturale a seconda delle capacità del singolo bambino e della sua età emozionale, e della sua fase di sviluppo.” 64

Se c’è una singola idea di Winnicott che vogliamo ergere a principio pratico è proprio questa: per promuovere la vita dell’uomo è necessario fornirgli protezione (fiducia) e patrimonio culturale.

La Formula di Winnicott

La Formula di Winnicott

IL FANTASTICARE PATOLOGICO – UN CASO DI FALSO GIOCO

Nel secondo capitolo di Gioco e Realtà, Winnicott si sofferma sul caso di una donna che era solita dissociarsi dalla realtà circostante, dedicandosi a forme di fantasticare di natura patologica. Tale comportamento potrebbe a prima vista essere chiamato gioco, ma costituisce un fenomeno di natura differente. La paziente descritta da Winnicott si era specializzata nel vivere in un suo mondo parallelo anche mentre conduceva ogni tipo di attività insieme ad altre persone. Con l’andare del tempo aveva sviluppato un approccio alla vita per cui nulla era davvero importante, e passava un tempo lunghissimo persa nelle sue immaginazioni. Le immaginazioni non si trasformavano in attività reali, perché nel tentativo di rendere le sue attività più concrete la paziente trovava degli ostacoli pratici che le facevano perdere l’interesse. Preferiva l’onnipotenza del mondo immaginario alla difficoltà di interagire col mondo vero.

Il tratto fondamentale della condizione appena descritta era la profonda dissociazione rispetto alla vita reale.65 Il sognare ad occhi aperti di questa donna si presentava come radicalmente diverso dal sogno vero e proprio, che non è isolato rispetto al vivere quotidiano ma ne riflette gli andamenti emotivi. Winnicott osserva esplicitamente che un simile fantasticare patologico non è una forma di gioco, e che il gioco è più prossimo all’ordine del vivere e del sogno: “Si può qui osservare che il gioco creativo è imparentato con il sogno e col vivere ma essenzialmente non appartiene al fantasticare.”66 In ciò intravediamo la conferma del fatto che la natura del gioco è quella di coinvolgere ed integrare in unità di significato nuove, là dove il tratto distintivo del fantasticare descritto da Winnicott è la dissociazione.67 68 69

CONSIDERAZIONI FINALI

WINNICOTT, IL GIOCO E LE NEUROSCIENZE AFFETTIVE

La nostra ricerca sulla natura del gioco nasce dalla visione delle neuroscienze affettive elaborata da Jaak Panksepp, che considera il gioco come un sistema emotivo di natura biologica. Nel corso della nostra ricerca abbiamo letto una varietà di pubblicazioni che prendono in considerazione il gioco da punti di vista molto diversi. Si va dall’etologia alla filosofia, dalla psicologia alla pedagogia, dallo sviluppo del bambino alle strategie manageriali. In Donald Winnicott abbiamo trovato una visione capace di mettere a fuoco in modo sorprendentemente chiaro e profondo alcuni dei più importanti aspetti del gioco. Il libro Gioco e Realtà, d’altra parte, non costituisce una descrizione sistematica e coerente del gioco, quanto piuttosto una collezione di approcci di estremo interesse ma non portati del tutto a coerenza. Per questo abbiamo ritenuto opportuno fare lo sforzo di riesporre il pensiero di Winnicott, riordinandolo secondo una narrativa il più possibile intuitiva e coerente. Questa narrativa ha preso le mosse dallo stato di fusione iniziale, si è mossa attraverso le fasi di distinzione fra ciò che è me e ciò che è non me,70 e si è quindi soffermata sui vari aspetti del gioco evidenziati da Winnicott.

La sintesi che abbiamo fatto a riguardo del gioco, lo si è visto, ha assunto una forma meno unitaria ed integrata rispetto a quanto detto sul processo di sviluppo. Dare una maggiore fluidità al discorso sul gioco è la sfida di fronte alla quale ci troviamo. Essa sottintende una più profonda comprensione del fenomeno del gioco, e si inserisce nel più ampio panorama dell’indagine scientifica sui sistemi emotivi.

Il lettore attento avrà forse notato che nell’apparato di note a fondo pagina abbiamo già introdotto alcune possibili aperture rispetto alla visione originale elaborata da Winnicott. Qui di seguito ci concentriamo su un aspetto in particolare, e andiamo a mettere in evidenza un nostro approccio (non attribuibile direttamente a Winnicott) relativo alla tematica del dentro e del fuori.

NON FUORI E DENTRO, BENSÌ SULLA FRONTIERA

Winnicott colloca il gioco in una terza area rispetto al dentro ed al fuori, rispetto all’interiorità e all’esteriorità. Queste ultime sono due zone di indagine tipiche della tradizione psicoanalitica e al tempo stesso due concetti molto prossimi al senso comune. In base alla nostra comprensione intuitiva di tali concetti, è molto facile pensare che una qualsiasi entità scelta a piacere stia dentro di noi oppure fuori di noi. Nel momento in cui si indica una terza zona alternativa al dentro e al fuori, dunque, si tende a creare una sorta di paradosso, perché siamo abituati a pensare il dentro ed il fuori come due regioni che esauriscono le possibilità di collocazione delle entità nel mondo. Tale paradosso può essere utile come invito a staccarsi dai modi abituali di pensiero, ma poi è anche necessario dare una sistemazione coerente e non paradossale a tale riflessione, che confluisca nella comprensione del fenomeno del gioco. Ci sembra che sia possibile tentare di impostare la soluzione come segue.

La terza area cui il gioco appartiene può essere interpretata come un’area di frontiera, come un’area di definizione ancora incompleta (l’idea di frontiera tende a stabilire un ponte fra la visione di Winnicott e quella di Vygotsky, che ha elaborato l’idea di Zona di Sviluppo Prossimale). Il gioco è pertinente alla fase di comprensione del mondo, e non sta né dentro né fuori perché non riguarda le proprietà regolari del mondo identificate con sicurezza una volta per tutte. Riguarda invece una zona di elaborazione in corso, una zona liminale, una zona di confine fra il certamente noto e lo sconosciuto rispetto alla quale siamo ancora in fase di approccio.71 72

Prendiamo l’esempio del bambino che sta imparando a camminare. Per lui compiere i passi è una cosa nuova e la vive come un gioco.73 Il sistema nervoso del bambino non è ancora in grado di disporre compiutamente i passi uno dopo l’altro. La competenza del camminare è ancora in fase di formazione, ed il gioco del camminare non sta né dentro né fuori. Potremmo forse dire che sta dappertutto. Sta nelle sensazioni muscolari come nel sostegno offerto dal pavimento, nel luogo che il bambino vuole raggiungere come nel ritmo dei passi che si concatenano uno con l’altro, nelle incitazioni da parte dei genitori come nel desiderio di soddisfarli.

Per l’adulto, diversamente dal bambino, è possibile discorrere del processo del camminare individuandone le diverse proprietà e collocandole nel dominio esteriore piuttosto che interiore. La sensazione del peso sul callo è interiore, mentre il pavimento su cui cammino è esteriore, cosí come il luogo che voglio raggiungere. Il ragionamento che faccio per collocare il passo è interiore, mentre il piede che si appoggia proprio nel punto giusto è più prossimo al dominio dell’esteriorità. Soprattutto, per l’adulto, il camminare può funzionare in modo automatico ed è un’esperienza ben definita, conosciuta, classificata. Per il bambino invece è un universo da scoprire.

Con questo esempio forse si vede meglio che la caratteristica del gioco è solo in seconda battuta quella di non essere né fuori né dentro74 ed in maniera più profonda quella di stare sulla frontiera di comprensione del mondo, là dove sta avvenendo un’integrazione di informazione che provoca un notevole senso di unità e di fluidità.75

Winnicott ha scelto di organizzare il tema del gioco sulla dicotomia dentro-fuori. Noi crediamo che questa coppia di opposti sia sì importante, ma crediamo anche che vi sia un modo alternativo di affrontare la questione, per certi versi più proficuo. La nostra ipotesi di lavoro si può descrivere brevemente in questo modo: ciò che comanda (nel senso di ciò che è più primitivo, originario, ancestrale nell’architettura della mente) non è la distinzione fra fuori e dentro. Ciò che comanda è la scoperta di ciò che è stabile, di ciò che dura, di ciò che torna.76 La distinzione fra fuori e dentro può quindi essere vista come un’articolazione che si sviluppa in parallelo alla scoperta degli enti stabili che incontriamo nel mondo.

Fra le cose che si dimostrano solide e durevoli nel nostro mondo vissuto, si arriva presto a distinguere la famiglia dei corpi fisici materiali, la quale include sia gli oggetti animati che quelli inanimati. I corpi fisici materiali hanno delle notevoli caratteristiche intrinseche di stabilità, e queste caratteristiche sono pubbliche77, ovvero appartengono a un dominio condiviso con le altre persone.78 Gli oggetti materiali hanno una forma stabile, sono dotati di un certo grado di durezza, sono colorati, non sono interpenetrabili e sono incontrabili dalle nostre mani. Ciò che noi chiamiamo fuori si fonda normalmente su questa famiglia di entità (in modo speculare, l’interiorità riguarda entità di tipo soggettivo, accessibili soltanto alla singola persona).

L’essere umano, d’altra parte, non sembra essere organizzato in modo tale da individuare una precisa linea che distingua ciò che gli è interno da ciò che gli è esterno. E lo si intuisce meglio se si prova a riflettere sulla precisa collocazione di entità come ad esempio i numeri, o la bellezza o l’armonia, solo per fare un esempio. Oppure i colori, le forme, le leggi fisiche, le parole, il sapere e le convenzioni sociali. Incluse le regole dei giochi.

La discussione su ciò che sta dentro e ciò che sta fuori si colloca nell’ambito del più ampio dibattito fra realismo ed idealismo, e induce in chi la affronta una sottile traslazione dello sguardo. Ogni organismo vivente pare essere calato nel fluire della realtà come in un grande apeiron indefinito di cui è chiamato a scoprire la struttura nascosta, inclusa la mappatura dei luoghi che si possono indicare come esteriori o interiori.

Winnicott ha collocato il gioco in una terza area alternativa ad interiorità ed esteriorità. Noi abbiamo tentato di interpretare questo luogo misterioso come una sorta di frontiera di comprensione del mondo. Winnicott suggerisce anche che fornire il patrimonio culturale adeguato promuova il gioco. Ma cosa significa fornire patrimonio culturale, se non andare ad alterare proprio la nostra frontiera di comprensione del mondo?

È questa un’osservazione che per ora poniamo soltanto senza tentare di trarne tutte le conseguenze. Le idee appena esposte hanno bisogno di tempo per sedimentare, e il prossimo passo della nostra ricerca potrebbe essere l’esposizione della visione di un altro grande teorico del gioco. Potrebbe essere Piaget, o forse Huizinga.

In attesa degli sviluppi ulteriori di quest’indagine, vorremmo lasciare al lettore un’immagine che ne sottolinei l’importanza.

La frontiera di cui stiamo parlando si configura come un luogo cui è desiderabile stare vicini, ma non è questo un compito facile. La frontiera di se stessi non è una sorta di linea regolare che trasla in avanti come il limite delle terre dissodate, delle paludi bonificate, o dei territori nemici conquistati. La struttura della frontiera di comprensione assomiglia più alla forma delle fiamme, o al profilo delle nuvole in un giorno ventoso. Essa è mobile, complessa e sfuggente.

Saremo in grado di scrivere la formula di queste nuvole e di queste fiamme? Riuscirci significherebbe porsi in modo diverso di fronte al tempo e ai giorni. Significherebbe sapere in ogni situazione quale è l’atto di comprensione giusto che consenta di stare nella luce. Avremmo allora a che fare con una trasfigurazione capace di spostare qualitativamente il piano in cui il nostro vivere accade.

Ecco, noi siamo ottimisti, e dalla comprensione del fenomeno gioco non ci aspettiamo niente di meno che questo. Una nuova arte dei giorni, di un tipo che mai si era visto prima.

INDICE DEL LIBRO GIOCO E REALTÀ

Gioco e Realtà - indice 1/2

Donald Winnicott 1971, Gioco e Realtà, Indice (prima parte).

Gioco e Realtà - indice 2/2

Donald Winnicott 1971, Gioco e Realtà, Indice (seconda parte).

BIBLIOGRAFIA DEL LIBRO GIOCO E REALTÀ

Gioco e Realtà - bibliografia 1/2

Donald Winnicott 1971, Gioco e Realtà, Bibliografia (prima parte).

Gioco e Realtà - bibliografia 2/2

Donald Winnicott 1971, Gioco e Realtà, Bibliografia (seconda parte).

***

1Winnicott, Donald Woods. Gioco e realtà. Armando editore, 1971 (undicesima ristampa del 1993).

2Winnicott 1971, 27-28.

3Esempi di oggetti transizionali sono l’orsacchiotto, l’angolo di una coperta, un pezzo di stoffa, giocattoli morbidi oppure duri.

4Vorrei impiegare un esempio, che non appartiene a Winnicott, per dare meglio l’idea di cosa sia l’oggetto transizionale. Pensate ad un adolescente che ha appena iniziato ad esplorare la dimensione della propria sessualità. Di questo ragazzo, o di questa ragazza, possiamo dire che ha trovato qualcosa, ma non sa ancora come funziona. Non sa ancora come la propria sessualità si comporterà a seguito di questa o quella azione. Non ha ancora sviluppato un repertorio di competenze consolidate in questa nuova sfera dell’essere. Non è ancora in grado di argomentare le cause e le conseguenze della sessualità riconducendole alle architetture di sapere acquisite fino a quel momento, e quindi non è nemmeno in grado di collocare propriamente dentro o fuori di sé i singoli aspetti della sessualità.

L’aura di indeterminazione che avvolge la sessualità al momento della sua scoperta mi sembra avere molto in comune con l’emotività suscitata in un bambino dagli oggetti transizionali.

(P.S. qui il paragone non è fra la sfera transizionale e la sfera sessuale, ma fra la sfera transizionale ed il momento di scoperta della sfera sessuale.)

5Il maiuscolo è di Winnicott.

6Tra pagina 143 e pagina 149-150. Winnicott dice chiaramente che questa modalità di essere è disponibile a partire da una fase originaria, forse anche da prima della nascita.

7“…ciò che è forse la più semplice di tutte le esperienze, l’esperienza di essere.” Winnicott 1971, 143.

8Winnicott 1971, 146-147.

9Se la madre sa rappresentare questa parte per un congruo periodo di tempo, senza lasciare che nulla interferisca in tale compito, il bambino vive allora qualche esperienza di controllo magico, cioè l’esperienza di ciò che viene chiamato onnipotenza nella descrizione dei processi intrapsichici.” Winnicott 1971, 92.

10Successivamente, più avanti nel percorso di sviluppo del bambino, ci si troverà nella situazione in cui ci sarà bisogno di resistere all’azione affermativa del bambino per far si che egli si renda conto dell’esistenza di un altro individuo di cui deve tenere conto.

11Vedi il capitolo nove: “La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile.”

12Winnicott 1971, 198.

13Qui sarebbe interessante un confronto con le idee di Simondon. Sarebbe interessante anche capire come è implicata in questo processo la stratificazione dei sistemi di memoria.

14Winnicott 1971, 150.

15Winnicott associa esplicitamente l’elemento maschile al manifestarsi di determinati istinti:

“Desidero dire che l’elemento che chiamo “maschile” ha a che fare con lo stabilire un rapporto attivo o il subire un rapporto passivo, entrambi essendo sostenuti dall’istinto.” Winnicott 1971, 141.

Sono arrivato ad un punto in cui affermo che entrare in rapporto con l’oggetto in termini di questo puro elemento femminile non ha nulla a che fare con la pulsione (o istinto). Entrare in rapporto con l’oggetto col sostegno della pulsione istintuale appartiene all’elemento maschile nella personalità non contaminata dall’elemento femminile.” Winnicott 1971, 146.

16Winnicott 1971, 163.

17Nel seguente riferimento bibliografico dovrebbe essere possibile rintracciare il riferimento a un gruppo di teorici (incluso Piaget) che intendono il gioco come proiezione di un elemento interno sull’esterno: D.B. ELKONIN (2005) Chapter 3 : Theories of Play, Journal of Russian & East. European Psychology, 43:2, 3-89)

18Winnicott 1971, 159.

19Winnicott 1971, 157.

20Tra le molteplici strutture psicologiche che noi esseri umani adulti diamo per scontate senza farci caso, vi è l’idea che noi esistiamo in un contesto di oggetti durevoli. Abbiamo un’idea più o meno precisa degli oggetti materiali e delle strutture relazionali che siamo destinati a ritrovare giorno per giorno nella nostra attività quotidiana, e organizziamo le nostre varie tendenze ad agire armonizzandole a questo schema di strutture durevoli. Sappiamo che il tavolo reggerà il bicchiere, che il calore della fiamma (o del microonde) scalderà la minestra, che l’interruttore accenderà la luce, che la nostra compagna verrà ad aiutarci quando ne avremo bisogno, che il vento freddo ci farà ammalare, che l’alcol ci renderà le idee confuse, che lunedì mattina ci dobbiamo alzare a una certa ora. Il bambino non ha la consapevolezza di questo sfondo di regolarità del vivere quotidiano. Di conseguenza darà corso ai suoi istinti senza tenere conto di questo sfondo che per noi è ovvio, e facilmente compierà delle azioni che non tengono conto di questa rete di regolarità del mondo reale, semplicemente non ne ha consapevolezza. Di conseguenza, pur senza la volontà di rompere le regole, è molto facile che il suo agire abbia effetti distruttivi nei confronti di ciò che per noi esiste.

Forse, quella che Winnicott chiama distruzione può essere meglio compresa (almeno in alcuni casi) come un’azione che non è stata armonizzata adeguatamente alle regolarità del reale, che per noi sono cosí ovvie.

Questa impostazione di considerare la distruzione come una forma di azione poco coordinata al reale, implica che si possa intendere il processo di creazione dell’oggetto come lo stabilirsi di una rete di comprensioni del tipo: a questa azione seguirà quella risposta. Che sarebbe una generalizzazione di una comprensione del tipo: a questo tentativo di distruzione segue quella capacità di sopravvivere.

Tutta questa argomentazione non è motivata dal fatto che riteniamo il bambino neonato incapace di rabbia, visto che è più probabile l’opposto. Si tratta piuttosto di chiarire che un comportamento chiamato distruzione può avere almeno due origini distinte. Una sta nel sistema emotivo fondamentale della rabbia. L’altra sta in una diversa visione del medesimo contesto materiale.

Qualunque ne sia l’origine, rimane il fatto che i comportamenti distruttivi chiamano in causa la capacità di resistere da parte degli oggetti e da parte delle altre persone. Il bambino si ricorderà di ciò che gli ha resistito, e la volta successiva ne terrà conto. La volta successiva si comporterà con una maggiore consapevolezza della struttura del reale.

21Winnicott 1971, 240.

22Sul tema della distruzione considera anche queste due citazioni:

““Mentre io ti amo, continuamente ti distruggo nella fantasia” (inconscia)” Winnicott 1971, 157.

“…lo stabilire un rapporto da parte dell’elemento maschile con l’oggetto presuppone l’esserne separato. Non appena l’organizzazione dell’io è disponibile, il bambino consente all’oggetto la qualità di essere non-me o separato, e sperimenta soddisfazioni istintuali che comprendono la collera per la frustrazione.” Winnicott 1971, 143.

Per quanto riguarda la distruzione nell’ambito del rapporto con l’analista, si può osservare che nel corso del recupero della capacità di identificarsi cresce l’abilità di gestire l’interazione fra se e gli altri, e possono aver luogo anche degli sbilanciamenti, delle affermazioni di se impositive a cui lo psicanalista deve resistere per ristabilire l’equilibrio. Confronta con: Si dovrebbe aggiungere che insieme con questa nuova capacità di empatia, era subentrata nel transfert una nuova crudeltà e una capacità di fare delle grosse richieste all’analista, quasi sottintendesse che l’analista, ora fenomeno esterno o separato, avrebbe badato a difendersi. Winnicott 1971, 226.

23A pagina 217 Winnicott osserva che l’io sono viene prima dell’io faccio. Del resto a pagina 218 Winnicott osserva anche che la fase dell’io sono è quella in cui il bambino dice di essere me in opposizione all’essere non me. Ma la dimensione del non-me implica che si sia usciti almeno parzialmente dalla fase di fusione iniziale individuando appunto il non-me. E la dimensione del non me è la dimensione degli oggetti e del fare. Dunque la fase dell’io sono sarebbe almeno parzialmente posteriore a quella del fare, il che crea un’ambiguità rispetto a quanto detto alla pagina precedente.

Mi pare che il modo migliore di sistemare quest’ambiguità sia la posizione descritta qui di seguito.

Vi è una fase iniziale in cui il neonato è predisposto ad esperire una forma di essere labile e priva del riconoscimento di oggetti. Grazie all’aiuto della madre l’esperienza di essere si va consolidando e diviene la base per una definizione via via più accurata della dimensione del non-me. Winnicott parla di fase dell’io sono per indicare un’esperienza di essere che già ha iniziato a consolidarsi ed è presente insieme ad una consapevolezza di ciò che è non-me. Ripeto per chiarezza: lo stabilirsi di una consapevolezza di sé stessi distinti dal mondo esterno non avviene assolutamente in un singolo atto, ma si stratifica, si specifica e si consolida nel corso di una maturazione che dura degli anni (e che potenzialmente non finisce mai. Si pensi al modo in cui un adulto si può identificare o meno con una squadra sportiva, con una nazione, o con il gruppo aziendale). Tanto più si sviluppa questa consapevolezza della differenza fra me e non-me tanto più divengono possibili delle forme di identificazione che si costruiscono non come fusioni indistinte, ma come fenomeni più elaborati, basati su una consapevolezza di distinzione.

24“…trovo che la caratteristica dell’elemento femminile nel contesto dell’entrare in rapporto con l’oggetto è l’identità, che dà al bambino la base per essere, e quindi, più tardi, una base per un senso di sé.” Winnicott 1971, 150.

25Winnicott 1971, 143.

26Il sopravvivere dell’analista alla distruttività (…) fa sì che una cosa nuova accade, cioè l’uso dell’analista da parte del paziente, e l’inizio di un nuovo rapporto basato sulle identificazioni crociate (vedi cap. VI). Il paziente può ora cominciare a mettersi con l’immaginazione nei panni dell’analista e (al tempo stesso) è possibile ed è bene, per l’analista, mettersi nei panni del paziente pur da una posizione di stare con i propri piedi in terra.” Winnicott 1971, 228.

27Vi sono però dei pazienti incapaci di identificazione e di empatia. In tal caso si può cercare di lavorare su zone specifiche di esperienza dove l’identificazione è possibile. Ad esempio Winnicott racconta il caso di una paziente che negava l’importanza di addolorarsi per le persone morte, ma le era capitato di sentirsi addolorata per le persone oppresse di tutto il mondo, oppure poteva parzialmente identificarsi coi propri studenti.

Vedi anche, al riguardo, le considerazioni di Winnicott sull’esperienza vicaria, per esempio a pagina 225.

28Winnicott 1971, 202.

29Winnicott 1971, 93.

30La nozione di spazio potenziale è ripresa più volte nel corso del libro. Ecco un’altra citazione significativa: “Propongo come idea, per discuterne il valore, la tesi che per il gioco creativo e per l’esperienza culturale, fino ai suoi sviluppi più sofisticati, la posizione è lo spazio potenziale tra il bambino e la madre.” Winnicott 1971, 184.

31Non è immediato passare dal concetto di spazio potenziale all’idea di consapevolezza delle possibilità. Si potrebbe obiettare che queste possibilità rimangono a livello incosciente. Vi sono alcune affermazioni di Winnicott che fanno propendere verso l’idea che il bambino sia cosciente di tali possibilità:

La fiducia nella madre produce qui un’area di gioco intermedia, dove si origina l’idea del magico, poiché il bambino fa effettivamente esperienza, in qualche misura, dell’onnipotenza.” Winnicott 1971, 92-93.

Fin dall’inizio il bambino ha esperienze estremamente intense nello spazio potenziale tra l’oggetto soggettivo e l’oggetto percepito oggettivamente, tra le estensioni-del-me e il non-me. Questo spazio potenziale è al punto dell’azione reciproca tra il non esserci altro che il me e l’esserci oggetti e fenomeni al di fuori del controllo onnipotente.” Winnicott 1971, 173.

32Tale consapevolezza del campo delle possibilità non è sufficiente a definire il gioco, ma sembra essere una caratteristica che si accompagna alle manifestazioni di gioco.

L’idea di uno spazio potenziale di possibili azioni implica che nel gioco non si abbia a che fare con uno schema di comportamento predeterminato, ma con un entità in via di definizione.

33Questo ci aiuta a definire meglio la collocazione del gioco nell’ambito dell’architettura degli istinti (o, se preferite, delle predisposizioni biologiche). Il gioco ha un livello di priorità inferiore rispetto alla fame oppure alla paura.

34Il gioco implica la fiducia.” Winnicott 1971, 99.

Interessanti anche le osservazioni sulla rilassatezza a pagina 104-106. Qui Winnicott parla di “rilassamento in condizioni di fiducia basata sull’esperienza.” Winnicott 1971, 106.

35Lo spazio potenziale ha luogo soltanto in rapporto ad un sentimento di fiducia da parte del bambino…” Winnicott 1971, 173.

36“L’eccitamento corporeo nelle zone erogene minaccia costantemente il gioco…” Winnicott 1971, 99.

37Winnicott 1971, 99. Considera anche la stessa citazione, ma in versione più completa: “Il bambino che gioca abita in un’area che non può essere facilmente lasciata, e che non ammette facilmente intrusioni. (…) Questa area del gioco non è la realtà psichica interna. Essa è fuori dell’individuo, ma non è il mondo esterno.

38Winnicott 1971, 93.

39E anche: “…la precarietà del gioco è dovuta al fatto che esso si svolge sempre sulla linea teorica che separa il soggettivo da ciò che è oggettivamente percepito.” Winnicott 1971, 97.

40Questa impostazione si presta ad un collegamento con la visione di Piaget.

41Winnicott 1971, 99.

42Nota che in Gilbert Simondon è la presenza di un retroterra comune preindividuale che rende possibile la relazione. Si tratta di una configurazione analoga a questa del gioco come retroterra che consente la comunicazione. In questo momento non ho il testo sottomano per verificarlo, ma si dovrebbe poter trovare un passo interessante in Gilbert Simondon, L’individuazione alla luce delle nozioni di forma e d’informazione, (Milano-Udine 2011: Mimesis). A pagina 441.

A tal proposito: “…a questo punto dove la creatività o si realizza o non si realizza (o, come alternativa, va perduta), il teorico deve prendere in considerazione l’ambiente, e nessuna formulazione che riguardi l’individuo come isolato può toccare questo problema centrale dell’origine della creatività.” Winnicott 1971, 129.

43Winnicott 1971, 103.

La relazione fra il gioco e la comunicazione avrebbe bisogno di un approfondimento maggiore. In Gioco e Realtà di Winnicott questo tema è affrontato in modo meno approfondito rispetto ad altre questioni. Quest’ultima citazione sulla comunicazione è stata fatta per essere ripresa in un momento successivo della nostra ricerca. In questa sede ci limitiamo ad una considerazione che potrebbe essere il punto di partenza per capire come la comunicazione umana partecipa del fenomeno del gioco. I bambini che giocano si inseguono a ruoli alterni, cosí come pure i cuccioli di molte specie di mammiferi. Nel corso di questo rincorrersi reciproco i partecipanti al gioco alternano ritmicamente la loro posizione psicologica reciproca. Questa struttura a turni potrebbe essere analoga all’alternarsi delle frasi nel dialogo umano.

44Winnicott 1971, 99.

45Winnicott 1971, 82.

46A sostegno del fatto che il processo di creatività può rafforzarsi o indebolirsi: “…si possono studiare le ragioni per cui il vivere creativamente può andare perduto…” Winnicott 1971, 126.

E vedi anche la citazione di cui alla nota 58. ( “Noi vediamo che…”)

47Winnicott 1971, 102-103.

48Ricordiamoci, in vista di un collegamento con Dehaene, che l’essere creativo sembra essere un modo di produrre nuove associazioni, nuove strutture, nuove comprensioni: nuove integrazioni.

49Considera anche: La creatività che noi stiamo studiando appartiene alla maniera che ha l’individuo di incontrarsi con la realtà esterna.Winnicott 1971, 123-124.

50Winnicott 1971, 124.

51Winnicott 1971, 174.

52Vedi i punti A e B a pagina 92-93.

53Lo stadio successivo è quello di stare da soli, alla presenza di qualcuno.” Winnicott 1971, 93.

54Winnicott 1971, 93.

55Ritengo che dobbiamo aspettarci di trovare il gioco in modo non meno manifesto nelle analisi degli adulti di quanto lo sia nel caso del nostro lavoro con i bambini. Esso si manifesta, per esempio, nella scelta delle parole, nelle inflessioni della voce, e soprattutto nell’umorismo.” Winnicott 1971, 82.

56Winnicott 1971, 84.

57Winnicott 1971, 102.

58Winnicott 1971, 129.

59“La creatività di cui mi occupo io qui, è universale. Appartiene al fatto di essere vivi. È da presumere che appartenga alla vitalità di alcuni animali non meno che a quella degli esseri umani, ma deve essere meno fortemente significativa quando si tratta di animali o di esseri umani con bassa capacità intellettiva di quanto lo sia negli esseri umani che hanno capacità intellettiva pressoché media o superiore alla media.” Winnicott 1971, 123.

60Winnicott 1971, 172.

61Winnicott 1971, 171.

62Winnicott 1971, 171.

63Vedi anche: “Per me, il giocare porta in maniera naturale all’esperienza culturale e invero ne costituisce le fondamenta.” Winnicott 1971, 182.

64Winnicott 1971, 188.

65“Con chiarezza inaspettata abbiamo visto che il sogno e il vivere reale sono dello stesso ordine, mentre il sogno ad occhi aperti è di un altro ordine.” Winnicott 1971, 61.

“Le differenze qualitative possono essere estremamente sottili e difficili da descrivere: ciononostante la grande differenza dipende dalla presenta o dall’assenza di uno stato di dissociazione.” Winnicott 1971, 62.

66Winnicott 1971, 69.

67Il puro fantasticare avulso dalla realtà (non la fantasia in generale) rappresenta una situazione di stallo. Sembra che non abbia origine a seguito dell’attrazione per una certa zona d’esperienza, quanto dall’evitamento di qualcosa d’altro. Sembra che non dia luogo ad una integrazione di alcuni elementi di realtà in unità nuove. Ripropone invece percorsi di pensiero sterili che non incidono sulla situazione (emotiva) fondamentale. Nel fantasticare non sembra esserci una vera apertura al possibile, quanto un contenimento del possibile, forse mosso da paura. Forse che il fantasticare è una forma di gioco minore che si produce in un contesto maggiore, del primo ordine, più esterno, determinato anzitutto dalla paura? Qui non si può essere sicuri, servirebbe un approfondimento.

68Potremmo anche dire che questo fantasticare non implica l’apertura ad un apeiron indefinito in cui portare definitezza. Non a caso Winnicott giunge a notare l’assenza dell’informe nel sistema di esperienza di questa paziente: “La parola chiave che doveva essere riportata nel sogno era l’informe, che è la condizione in cui si trova il materiale prima di essere modellato, tagliato, formato e messo insieme. (…) Inoltre, la speranza, che le faceva sentire che qualcosa poteva essere fatta dall’informe, sarebbe dunque venuta dalla fiducia che lei aveva nel suo analista, il quale doveva agire contro tutto quello che lei si portava dalla infanzia. L’ambiente della sua infanzia non sembrava capace di permetterle di essere senza forma ma doveva, cosí come lei lo aveva percepito, modellarla e tagliarla nelle fogge concepite dagli altri. Proprio alla fine della seduta essa ebbe per un momento intense sensazioni in associazione con l’idea che non vi era stato nessuno (dal suo punto di vista), nella sua infanzia, a capire che lei doveva cominciare dall’informe. Non appena giunse a riconoscere ciò si arrabbiò davvero molto.” Winnicott 1971, 72-73.

69Sento qui il bisogno di una precisazione. Noi crediamo nella possibilità di proporre una forma di Romanticismo Positivo. Il Romanticismo non riguarda il fantasticare che fugge dal mondo vero. Il Romanticismo che chiamiamo in causa noi è una forma di coinvolgimento profondo nel mondo. Noi siamo i primi a sostenere che nel modo di vita del bambino vi sia un che di prezioso da salvaguardare e riproporre. Ma proprio perché ciò avvenga è necessario compiere le distinzioni giuste. Il fantasticare a vuoto non è la nostra bandiera. Noi invitiamo alle meraviglie concrete del mondo reale. Del resto è chiaro che l’abitudine al fantasticare si costruisce intorno tutte le sue giustificazioni difensive, e non può essere trasformata rapidamente in una forma di aderenza al mondo.

70Quest’ordine di esposizione è differente da quello originale del libro di Winnicott, che prende le mosse dal concetto di oggetto transizionale e non è ordinato in base alle fasi di sviluppo cronologico del bambino.

71Organizzare il nostro discorso in base all’identificazione degli invarianti e non in base alla distinzione dentro-fuori sembra indurre uno spostamento dal dominio dello spazio a quello del tempo.

72È abbastanza immediato constatare che una riflessione analoga alla contrapposizione dentro-fuori può essere impostata a riguardo della contrapposizione idealismo-realismo. Vedi anche “Le emozioni di base secondo Panksepp”, alle pagine 76-79.

73Questa affermazione fa parte della nostra ipotesi di lavoro e non è scontata.

74Ricordiamoci che questa posizione di Winnicott nasce come polemica contro l’impostazione tradizionale della psicoanalisi con cui lui si confrontava.

75Rispetto all’idea di frontiera di comprensione, si può osservare che la frontiera che si affaccia sull’indefinito non è per forza di cose un luogo che genera comprensione. Può anche essere un affacciarsi che rimane un affacciarsi. Ma non credo di essere ancora pronto ad approfondire questo tema.

76La scienza stessa, è ben noto, si configura come una grande impresa volta a scoprire i caratteri invarianti del mondo.

77Per quanto riguarda la dimensione pubblica degli oggetti, vedi anche Willard Van Orman Quine, Word and Object, (Cambridge: The MIT Press, 1960), 1.

78L’essere condivisi fa si che si verifichi una sorta di risonanza che mette a punto e stabilizza l’idea di questi enti. La risonanza è un ripetersi di anelli che conduce all’oggettività. Ma c’è qualcosa di sfuggente che vorrei aggiungere a riguardo di questo tema, ovvero al modo in cui gli oggetti materiali ad accesso condiviso conducono all’emersione di equilibri stabili. La condivisione interindividuale sembra essere una condizione che conduce ad anelli di stabilizzazione, i quali producono, o trovano, o evidenziano gli invarianti. Stiamo parlando dell’origine dell’oggettività. Se dovessi cercare di formalizzare meglio questo aspetto, sarei tentato di dire che la prima fase dell’emersione degli invarianti è la creazione di anelli. Poi l’invariante vero e proprio si forma come proprietà di questi anelli. Gli anelli durano, perché c’è uno stato che ritorna. Ma sembra quasi che questi anelli possano esistere anche senza che nessuno li veda. Al contrario di quell’albero che cade nella foresta anche senza nessuno che lo sente cadere. Ma non è proprio cosí. E dietro questi anelli ci sono delle forme di omeostasi e di retroazione. È lecito interpretare gli anelli come un principio di individuazione? Si parla di anello quando una traiettoria si chiude. Questo può accadere a qualsiasi livello dell’essere? Quindi avremo anelli galleggianti sopra e sotto profondi spazi e fasi e strutture?

La lista delle emozioni primarie e le neuroscienze affettive

Il modo in cui viviamo le emozioni fa la differenza fra una vita scialba, una vita squilibrata ed una vita ricca di momenti significativi. Per questo è così importante comprenderne il funzionamento. Ma quali sono le emozioni? Una lista di emozioni molto diffusa include gioia, paura, rabbia, tristezza, sorpresa e disgusto. Questo elenco corrisponde alle emozioni primarie individuate da Paul Ekman nel corso dello studio delle espressioni facciali. Le espressioni facciali delle emozioni primarie sono valide in molte culture diverse. Ciò indica che si tratta di componenti innate della personalità. Cinque di esse sono state impiegate per scrivere la sceneggiatura del film “Inside out”. Non a caso Paul Ekman è stato uno dei consulenti scientifici del noto film della Pixar.

Lo stesso gruppo di emozioni primarie è anche alla base del famoso libro Intelligenza Emotiva di Daniel Goleman, che si concentra in particolare sulla paura (collegata all’ansia), sulla rabbia e sulla tristezza (collegata alla depressione.)1

A partire dalle emozioni primarie è possibile costruire degli schemi geometrici nei quali le emozioni si combinano dando luogo a una molteplicità di stati intermedi. A questo tipo di costruzioni appartengono per esempio lo schema circomplesso ideato da Robert Plutchik. Plutchik individua otto emozioni fondamentali che dispone in cerchio in modo che ogni emozione si trovi in posizione opposta rispetto al suo contrario. Fatto questo, Plutchik aggiunge una serie di emozioni piu intense all’interno, ed una serie di emozioni meno intense all’esterno. É così che si ottiene il modello circomplesso delle emozioni.2

Modello Circomplesso delle emozioni

Modello Circomplesso delle emozioni

Anche gli autori di Inside Out hanno elaborato uno schema dove si costruiscono le possibili combinazioni a partire dalle emozioni principali.

Le emozioni di Inside Out

Le emozioni di Inside Out

Tutte queste diverse sfumature emotive possono essere l’occasione per un interessante esercizio di introspezione, ma soltanto alcune di esse hanno dei tratti caratteristici ben distinti dalle altre. Tra queste vi sono naturalmente le sei emozioni fondamentali individuate dagli studi sulle espressioni facciali (rabbia, paura, gioia, disgusto, tristezza, sorpresa) a cui si possono aggiungere vergogna, imbarazzo e, a seguire, colpa, disprezzo, amore, soggezione, dolore, invidia, compassione, orgoglio e gratitudine.3

Gli studi di Ekman sulle espressioni facciali costituiscono un approccio basato sull’osservazione del comportamento esteriore, mentre Robert Plutchik si focalizza su una visione delle emozioni di tipo evoluzionistico. Le neuroscienze affettive di Jaak Panksepp, invece, si focalizzano sull’indagine anatomica e biochimica delle strutture cerebrali in grado di generare l’esperienza emotiva. Le neuroscienze affettive confermano anzitutto che la rabbia e la paura sono emozioni di base. Il fatto che siano emozioni di base significa che esse sono dotate di circuiti nervosi specifici, i quali generano cambiamenti fisiologici e sensazioni interiori tipiche della rabbia e della paura.

Per quanto riguarda la tristezza, le neuroscienze affettive ne evidenziano l’origine sociale, indicando che si tratta di una forma di dolore dovuto alla mancanza dei propri simili. Il comportamento tipico attivato da questa emozione è quello del bambino che scoppia a piangere quando si accorge che la mamma è assente. Gli stessi circuiti nervosi sono attivi anche negli individui adulti, che però hanno sviluppato reazioni più elaborate e controllate rispetto ai bambini.

Le neuroscienze affettive includono nella lista delle emozioni di base anche tre forme di comportamento che conosciamo bene ma che non siamo sempre soliti considerare come emozioni. Questi sono l’eccitazione sessuale, la cura e il gioco. La cura può essere chiamata anche amore materno (benché sia presente sia nelle donne sia negli uomini). La cura è ben esemplificata dalla madre che abbraccia il bambino. Per quanto riguarda il gioco, l’esempio di riferimento é costituito dai bambini che si rincorrono con gioia a ruoli alterni.

L’ultima emozione di base individuata dalle neuroscienze affettive appare più inusuale rispetto alle altre, ma è molto importante. Si tratta di un livello generale di attività e di coinvolgimento nel mondo. In inglese si chiama seeking (ricerca). In italiano possiamo indicarla con l’espressione “voglia di fare“. Quando i circuiti nervosi di questa emozione hanno un’attività cronicamente bassa si parla di depressione. L’instaurarsi della depressione sembra collegato ad un’azione prolungata del dolore della solitudine.

Le neuroscienze affettive non annoverano il disgusto, la sorpresa e la gioia fra le emozioni fondamentali. Il disgusto è considerato come una forma di affettività diversa dalle emozioni, e viene accomunato ad alcuni tipi di dolore ed alle sensazioni gustative ed olfattive. La sorpresa invece è collegata al riflesso dello spavento.

Per quanto riguarda la gioia, le neuroscienze affettive la considerano come una composizione delle quattro emozioni di base a valenza positiva: cura, gioco, voglia di fare ed eccitazione sessuale. Questo naturalmente non va in alcun modo a prevenire l’esperienza della gioia. Al contrario, la comprensione della natura della gioia dovrebbe renderci più facile raggiungerla, ed anche mantenerla. È come se la gioia fosse un accordo emotivo complesso di cui si è finalmente intravista la formula.

Le emozioni positive individuate dalle neuroscienze affettive sembrano un buon punto di partenza per costruire uno stile di vita orientato al benessere e al coinvolgimento nel mondo. Noi crediamo che tale impostazione possa essere anche un approccio efficace contro la depressione.

Scriveva un famoso poeta ligure nel 1925: “Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama.”. A quanto pare, i neuroscienziati del ventunesimo secolo sembrano essere più ottimisti di Eugenio Montale. Sembrano offrirci dei suggerimenti utili a consolidare la felicità. La felicità non apparirebbe più simile ad una cresta sdrucciolevole; prenderebbe invece la forma di un altopiano abitabile.

1Goleman, Daniel. Intelligenza emotiva. Bur, 2011.

2Plutchik, Robert. “The nature of emotions: Human emotions have deep evolutionary roots, a fact that may explain their complexity and provide tools for clinical practice.” American scientist 89.4 (2001): 344-350.

3Ekman, Paul. “What scientists who study emotion agree about.” Perspectives on Psychological Science 11.1 (2016): 31-34.