Paul Ekman e le emozioni di base

In questo post mi propongo di sintetizzare la concezione delle emozioni di base così come è descritta da Paul Ekman nel terzo capitolo del libro “Handbook of Cognition and Emotion”.1 Tale sintesi è fatta allo scopo di introdurre alla più recente e profonda visione delle emozioni sviluppata da Jaak Panksepp, fondatore del campo di ricerca delle neuroscienze affettive. A riguardo degli studi sulle emozioni di Jaak Panksepp ho di recente pubblicato un’introduzione divulgativa di cui si possono leggere le prime pagine online.

All’inizio del testo citato, Ekman fa il punto delle sue ricerche sulle emozioni ricordando l’importanza degli studi interculturali sulle espressioni facciali, il cui significato emotivo non è appreso socialmente e culturalmente, bensì è innato. Ekman nota che rispetto agli inizi della sua carriera ha abbandonato la concezione secondo cui le emozioni sarebbero descrivibili con due assi basati sui concetti attivo-passivo e piacevole-spiacevole. Tale concezione ha lasciato posto all’idea che vi sono alcune emozioni di base qualitativamente ben distinte fra loro. Ciascuna di esse ha i suoi specifici tratti caratterizzanti, ad esempio per quanto riguarda il modo in cui è valutata, per gli antecedenti che ne provocano la manifestazione, per il comportamento collegato, e per l’aspetto fisiologico.

L’espressione “emozioni di base” sta a indicare anche lo svolgimento di una funzione vitale fondamentale. Le emozioni di base sono dei metodi per affrontare situazioni ricorrenti quali ad esempio il pericolo dovuto ai predatori o la lotta con chi compete per il cibo o per il partner. L’espressione “di base” può anche riferirsi alla possibilità che tali emozioni principali si combinino a formare emozioni più complesse e sfumate; Ekman però ci segnala che non ha dedicato molto spazio a questo aspetto perché gli altri ricercatori attivi nel campo delle emozioni non vi hanno dato molto peso.

Anche se le emozioni si possono manifestare in assenza di altri individui, secondo Ekman il loro ruolo è da collegarsi anzitutto alle situazioni di incontro con altre persone. Secondo Ekman le emozioni hanno un ruolo cruciale nello sviluppo delle relazioni interpersonali (sia nell’infanzia che nel corteggiamento) e nella modulazione dell’aggressione. Egli cita il caso dei malati che a causa di paralisi non sono in grado di assumere espressioni facciali o che non sono in grado di gestire o riconoscere la modulazione del parlato collegata all’emotività: questi individui hanno gravi difficoltà di relazione interpersonale.

Secondo Ekman è fondamentale il fatto che le emozioni informino i nostri conspecifici a riguardo di ciò che sta accadendo. L’informazione riguarda quello che succede dentro la persona, ciò che è avvenuto prima, e le possibili conseguenze. Ad esempio, dall’espressione di disgusto capiamo, oltre a ciò che prova la persona osservata, che essa ha incontrato qualcosa di sgradevole al gusto o all’olfatto, e che probabilmente se ne allontanerà.

Benché le espressioni facciali e vocali siano manifestazione delle emozioni, possiamo avere sia il caso di emozioni che non vengono espresse, sia il caso di espressioni simulate che non corrispondono ad emozioni realmente provate. Vi sono comunque differenze tra le espressioni sincere e quelle falsificate, ed è dunque possibile distinguerle, soprattutto nel caso delle espressioni facciali.

Ekman riconosce che ciascuna emozione può essere collegata a specifiche attivazioni del sistema nervoso autonomo, in preparazione a comportamenti determinati quali la fuga e l’attacco. Questo è chiaramente in contrasto con la visione di chi pensa che le emozioni siano esclusivamente un costrutto sociale. Sono stati infatti eseguiti degli studi che mostrano come gli schemi di attivazione del sistema nervoso siano simili anche tra culture differenti. Va comunque segnalato che non a tutte le emozioni è chiaramente associata una specifica attivazione del sistema nervoso autonomo, come ad esempio nel caso di sorpresa e godimento. Oltre all’attivazione del sistema nervoso autonomo, Ekman ipotizza anche un’attivazione del sistema nervoso centrale, in modo da poter rendere conto delle specificità di ciascuna emozione per quanto riguarda le dinamiche di memoria, immaginazione, e aspettativa.

Ekman nota che vi sono significative somiglianze interculturali anche in ciò che causa le emozioni. Ad esempio la perdita di una persona significativa è in ogni cultura un antecedente tipico della manifestazione di tristezza. Il danno fisico o psicologico è invece un tipico antecedente della paura. Purtroppo è difficile utilizzare in modo interculturale i questionari per accrescere l’evidenza disponibile in tale campo d’indagine. Similmente è difficile impiegare lo strumento dei questionari per stabilire la specificità del vissuto di ciascuna singola emozione.

Ekman ritiene che la valutazione delle emozioni da parte degli individui possa avvenire secondo due modalità differenti. Ci può essere un riconoscimento automatico, rapido, di tipo inconscio, ed un riconoscimento più lento e cognitivamente mediato. Ekman non è però in grado di individuare le strutture anatomiche esatte che sottostanno a tali processi.

La lista delle emozioni fondamentali che Ekman propone a seguito dei suoi studi è la seguente: divertimento, rabbia, disprezzo, contentezza, disgusto, imbarazzo, eccitazione, paura, senso di colpa, orgoglio del risultato, sollievo, tristezza/sofferenza, soddisfazione, piacere sensoriale, vergogna. Tali emozioni, precisa Ekman, sono più precisamente intendibili come famiglie di stati emotivi simili. Da questo elenco Ekman esclude l’interesse, in quanto ritiene si tratti più esattamente di uno stato cognitivo. Vengono esclusi anche l’amore parentale, l’odio, e la gelosia, in quanto si tratterebbe secondo Ekman di schemi emozionali durevoli nel corso dei quali ci possono essere diverse manifestazioni di emozioni fondamentali.

Nel chiudere il capitolo dedicato alle emozioni di base, Ekman riassume come segue i tratti caratteristici che distinguono le emozioni fondamentali fra di loro e rispetto ad altri fenomeni affettivi.

  • Segnali universali specifici (ad esempio le espressioni facciali)
  • Attivazione fisiologica specifica
  • Valutazione automatica
  • Tratti comuni specifici negli antecedenti
  • Specifica comparsa nel corso dello sviluppo
  • Presenza negli altri primati
  • Attivazione rapida
  • Breve durata
  • Attivazione spontanea
  • Memorie e pensieri specifici
  • Esperienza soggettiva specifica

Come già detto all’inizio del post, questo riassunto della concezione di Ekman è proposto come approccio al lavoro più profondo sviluppato da Jaak Panksepp. Se si legge il lavoro di Ekman dopo aver studiato Panksepp, il lavoro di Ekman appare come un primo abbozzo di ciò che si rivelerà essere un affresco più vasto ed organico. Il lavoro di Panksepp appare come un upgrade del lavoro di Ekman, riuscendo a spiegare diversi nessi causali che nel discorso di Ekman sono soltanto intuiti.

1Paul Ekman , Basic Emotions, Capitolo tre in T. Dalgleish and M. Power (Eds.). Handbook of Cognition and Emotion. Sussex, U.K.: John Wiley & Sons, Ltd., 1999.

Le emozioni facciali di Ekman interpretate con le neuroscienze

Paul Ekman ha lavorato sulle espressioni facciali delle emozioni. In questo post riporto un estratto del libro “Le emozioni di base secondo Panksepp”, nel quale lo studio delle emozioni tramite le espressioni facciali viene messo in relazione con le più recenti scoperte delle neuroscienze affettive.

“Il ruolo delle emozioni come fondamento della dimensione sociale è molto chiaro nel discorso di Panksepp, e costituisce una novità rispetto all’analisi delle emozioni che si può trovare in altri campi di ricerca. Se prendiamo ad esempio gli studi collegati all’analisi statistica delle espressioni facciali, vediamo che una tipica lista delle emozioni fondamentali è costituita da rabbia, paura, disgusto, gioia, tristezza (1). Rabbia e paura sono elementi in comune col discorso di Panksepp, il quale però non considera il disgusto come un sistema emotivo ma come un più primitivo affetto sensoriale. La gioia può essere collegata al gioco o al sistema della ricerca/voglia di fare, ma è chiaro che questi due concetti impiegati da Panksepp rendono molto più esplicitamente l’idea di un coinvolgimento col mondo fisico e sociale che non è invece scontatamente incluso nel concetto di gioia. Notiamo poi che la tristezza identificata per mezzo delle espressioni facciali di per sé può anche essere concepita come un sentimento individuale, mentre Panksepp parla di una pena della solitudine che si origina con tutta evidenza dalla situazione sociale. Inoltre, nelle liste di emozioni comunemente impiegate è assente la cura, il cui significato sociale è profondo ed evidente.”

Jaak Panksepp è stato il fondatore delle neuroscienze affettive. Per un’introduzione al suo lavoro puoi leggere il libro “Le emozioni di base secondo Panksepp”, che ho pubblicato di recente.

 

(1) – Paul Ekman, “What Scientists Who Study Emotion Agree About,” Perspectives on Psychological Science Vol. 11-1 (2016), 31-34, doi: 10.1177/1745691615596992

Alcune splendide frasi di Maria Montessori sul bambino

Il bambino come uomo che lavora, come vittima che soffre, come compagno migliore di noi, che ci sostiene nel cammino della vita, è una figura ancora sconosciuta. Su di essa esiste una pagina bianca nella storia dell’umanità. È questa pagina bianca, che noi vogliamo incominciare a riempire. (BF – 12)

Il gran problema è questo: il bambino possiede una vita psichica attiva anche quando non può manifestarla, perché deve a lungo elaborarne nel segreto le difficili realizzazioni. (BF – 29)

Il bambino è sensibilissimo a tutto ciò che sente dall’adulto e vorrebbe tanto obbedirgli; noi non abbiamo idea di come egli sia pronto ad obbedirci fin nelle fibre del suo corpo, in modo perfetto, sempre: anzi, questo è ciò che lo caratterizza. (BF – 35)

Il bambino ama moltissimo l’adulto. Quando va a letto vuole sempre vicina una persona amata. E la persona amata dice: “Bisogna impedire questo capriccio: il bambino non deve prendere la cattiva abitudine di non sapersi addormentare senza una persona vicina.” (BF – 36)

Tutti noi abbiamo la tendenza a dormire sulle cose e occorre un essere nuovo che ci svegli e ci tenga desti, con modi che non sono i nostri, qualche essere che agisca diversamente da noi ed ogni mattino venga a dirci: “Guarda, c’è un’altra vita, vivi meglio.” (BF – 38)

Prima di accompagnare una persona rispettabile, le domandiamo se lo permette, così dovremmo fare prima di condurre a spasso il piccolo bambino e non si sbaglierebbe. (BF – 45)

Se si volesse stabilire un principio, diremmo essere necessaria la partecipazione del bambino alla nostra vita, perché nell’epoca in cui egli deve imparare a muoversi, non può imparare bene se non lo vede fare, come non potrebbe imparare il linguaggio se fosse sordo. (BF – 49)

Appena si sono preparati i piccoli mobili di cui i bambini abbisognano, subito vediamo che la loro attività si ordina in modo incredibile. I loro movimenti sono diretti dalla forza di volontà; essi riescono benissimo a rimanere soli, senza pericolo, poiché sanno quello che vogliono. Nei bambini v’è un bisogno di agire quasi più forte di quello di nutrirsi, ma noi non lo possiamo riconoscere poiché è mancato finora il campo di attività adatto. Se noi glielo daremo vedremo questi piccoli tormentatori, sempre malcontenti, convertirsi in allegri operai. Il distruttore proverbiale diventa il più attento custode degli oggetti che lo circondano: il bambino chiassone e disordinato si trasforma in un essere tranquillo e ordinatissimo. (BF – 56/57)

BF = Il bambino in famiglia. Garzanti. Collana “gli elefanti”

Concepire le emozioni a partire da Tonino Griffero

Come le emozioni sono diventate interiori, passando da Achille ad Ulisse

Tonino Griffero è un filosofo italiano che si occupa di atmosfere a partire dal lavoro del tedesco Hermann Schmitz. Per indicare la natura specifica delle atmosfere Griffero impiega il termine quasi-cose, che ne sottolinea la diversità rispetto alle cose materiali. Griffero considera le emozioni1 come simili a delle atmosfere e le colloca nell’esteriorità anziché nell’interiorità, in un modo che come egli stesso riconosce è controintuitivo. Su youtube si trovano alcune sue conferenze molto interessanti su questo tema, una delle quali è indicata sul fondo di questo articolo.2 3

Io credo che valga la pena aggiungere alcune osservazioni a partire dalla sua posizione. Noi infatti poniamo naturalmente gli oggetti materiali là fuori, anche dopo aver capito che essi sono un prodotto del sistema di percezione che sta dentro di noi. E allora, perché consideriamo gli oggetti materiali come esteriori e le emozioni come interiori?

Griffero ci ricorda che per i personaggi dell’Iliade le emozioni stavano fuori. Per esempio Achille non “si arrabbiava”, Achille era “preso dalla rabbia”, che si trovava fuori di lui. Invece Ulisse nell’Odissea, posteriore all’Iliade, gestiva in modo furbo la propria emotività e quella degli altri, considerandola interiore. Mi pare che proprio nel confronto tra Achille ed Ulisse si possa trovare il punto chiave, al di là della realtà storica, utilizzandoli come figure esemplificative ai fini dell’argomentazione. Se considerassimo le emozioni poste fuori alla maniera di Achille, potremmo essere forse più autentici nei confronti del mondo, ma anche più vulnerabili di fronte ad un furbo Ulisse. Chi sa nascondere le proprie emozioni ha un vantaggio manipolativo e organizzativo sugli altri. Chi sa fare a meno delle emozioni ne ricava dei vantaggi, ma ci perde qualcosa, ci perde vividezza del mondo. Che fare dunque? Ci piace l’intensità del mood che era di Achille, ma non vogliamo immergerci in una ingenuità che ci renda disponibili facilmente ai raggiri.

Quello che è successo da Achille ad Ulisse è un’evoluzione. Il vantaggio selezionistico dell’accantonare le emozioni è stato premiato, ma si è portato dietro l’effetto collaterale di un mondo più grigio, più povero d’emozione. Ciò pare avvenuto per mezzo dell’idea che le emozioni siano un che di interiore. Infatti, se pensiamo che le emozioni stiano dentro di noi, con ciò si fa evidente la possibilità di nasconderle. Localizzandole all’interno inoltre, depriva le emozioni della solida natura di cose e ci aiuta a dismetterle nelle loro forme più intense.

Ma non è detto che il vantaggio competitivo del pensare tenendo a bada le emozioni sia necessariamente connesso all’idea che esse siano interiori. Pensando che siano interiori, noi abbiamo una chiave intuitiva per eseguire i comportamenti esteriori, visibili agli interlocutori, come disgiunti dalle emozioni. Ma questo è solo uno stratagemma. Pensare le emozioni come interiori ci aiuta ad assumere comportamenti indipendenti dalle emozioni, ma lo stesso risultato può essere concepito senza localizzare le emozioni all’interno.

Tornando alla nostra situazione quotidiana, noi non possiamo fare a meno di inibire il massimo dell’emotività nel relazionarci con gli altri, ma dovremmo cercare di farlo senza castrarle, senza chiuderle nello spazio di una testa. Dovremmo renderci conto che la collocazione dentro/fuori è una costruzione mentale, ed allenarci ad attribuire liberamente il fuori ed il dentro parimenti alle cose ed a quelle quasi-cose che sono le emozioni. Al di là della circostanza specifica della furbizia di Ulisse, è impossibile concepire una vita contemporanea senza saper assumere una posa razionale che si tenga indipendente dai moti emotivi. Una più profonda consapevolezza del fuori e del dentro può far parte di una cultura che ci consenta di articolare il nostro vissuto tra situazioni di riflessività composta e situazioni di emozioni che pervadono tutta l’atmosfera.

Per approfondire il tema delle emozioni puoi leggere l’anteprima del libro che ho scritto sulle sette emozioni fondamentali individuate da Jaak Panksepp.

1Nota che in questo articolo il termine “emozioni” è utilizzato riferendosi a tutti i possibili sviluppi cognitivi della dimensione emotiva, e non specificamente alle sette emozioni di base di cui ho scritto nel libro “Le emozioni di base secondo Panksepp.”

2Tonino Griffero, Quasi-cose. Dalla situazione affettiva alle atmosfere. trópoς, I, numero speciale, 2008, pp. 75-92

3Tonino Griffero, Incontro con Tonino Griffero, youtube 02 Aprile 2016, Società Filosofica Feronia, https://www.youtube.com/watch?v=4hRb7dARc6c&t

Le emozioni di base secondo Panksepp

Le emozioni di base secondo Panksepp“Le sette emozioni di Panksepp non sono un punto di arrivo, ma il punto di partenza per un lavoro su se stessi. È come aver trovato i capi liberi che fuoriescono da un gomitolo aggrovigliato.”

Dalle neuroscienze affettive emerge un nuovo paradigma psicologico destinato a cambiare la concezione che abbiamo di noi stessi. Sette emozioni fondamentali sono state identificate come parti precise del sistema nervoso: paura, rabbia, eccitazione sessuale, cura, pena della solitudine, gioco e ricerca/voglia di fare. Queste emozioni sono la radice della coscienza ed il presupposto della nostra socialità. Offrono una nuova chiave di comprensione a fenomeni quali la depressione e la mania, la dipendenza da droghe, l’identità sessuale, il legame sociale.
La teoria dei sistemi emotivi trova una sistemazione organica grazie al lavoro di Jaak Panksepp (1943-2017), psicologo fisiologico emigrato dall’Estonia agli Stati Uniti. Il libro descrive in linguaggio divulgativo questa nuova visione della mente e i tratti fondamentali di ciascuna emozione fondamentale. Segue una riflessione che ne mette in luce la rilevanza al fine della crescita personale e della ricerca di una sintesi sociale nuova.

SOMMARIO
INTRODUZIONE: IL MIO INCONTRO CON PANKSEPP
IL CERVELLO VISTO DA PANKSEPP
LE SETTE EMOZIONI
– LA RICERCA, O LA VOGLIA DI FARE
– LA PAURA
– LA RABBIA
– L’ECCITAZIONE SESSUALE
– L’IDENTITÀ SESSUALE
– LA CURA
– LA PENA DELLA SOLITUDINE
– IL GIOCO
PROSPETTIVE PER LA PSICOTERAPIA
RIFLESSIONI E CONNESSIONI FILOSOFICHE
BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE: IL MIO INCONTRO CON PANKSEPP

Da molto tempo ero in cerca di un sapere scientifico sulla mente che fosse fruttuoso nell’ambito di un percorso di autocomprensione. Nel 2013 ero rimasto affascinato dalla teoria di Giulio Tononi, il quale prometteva una formula matematica in grado di catturare l’essenza della coscienza. Dopo avere studiato alcuni articoli dedicati alla cosidetta information integration theory però, mi sono reso conto che non si trattava di ciò che cercavo. I complessi calcoli statistici di cui è composta la teoria conducono infatti a dei parametri numerici simili alle “firme di un pensiero cosciente” di cui parla Stanislas Dehaene nel suo recente libro sul cervello, ma purtroppo non forniscono una visione illuminante per l’autopercezione di noi stessi.
Dopo l’immersione nella statistica ho cercato dunque un’interpretazione del cervello più prossima all’esperienza personale, ed è stato così che ho incontrato Jaak Panksepp, il quale non tenta di estrarre l’essenza della coscienza per mezzo di un’elaborazione delle combinazioni dei neuroni accesi e spenti, ma ci parla di sistemi emotivi che possiamo connettere al volo con il nostro vissuto personale. Tra le altre cose, Panksepp è noto per avere identificato nei ratti un’emissione vocale equivalente alla risata, caratterizzata da una frequenza di circa 50Khz, al di sopra quindi della gamma di suoni udibili dall’orecchio umano. Questa emissione vocale è tipicamente emessa nelle situazioni in cui i ratti praticano giochi di lotta e di inseguimento. Secondo l’impostazione di Panksepp i sistemi emotivi fondamentali sono gli stessi in tutti i mammiferi, e quindi dallo studio degli animali si possono ricavare dei dati impiegabili anche per gli esseri umani. Detto questo è d’obbligo puntualizzare che Panksepp non adotta un approccio riduzionista che porta a perdere le specificità più preziose dell’umano, ma ci dà una descrizione delle fondamenta su cui può elevarsi l’edificio spirituale. L’attitudine umana di Panksepp si riconosce nelle foto che lo ritraggono mentre sorride naso a naso coi roditori che così spesso si incontrano nei suoi studi.
Panksepp individua il proprio territorio d’indagine con l’espressione ‘neuroscienze affettive’, ed adotta un approccio triplice allo studio delle emozioni, costituito dall’osservazione del comportamento degli animali, dallo studio del funzionamento fisico-chimico del cervello, e dai resoconti introspettivi dei soggetti umani. Ad esempio nel caso della paura avremo un ratto con due elettrodi inseriti nelle corrispondenti zone sottocorticali del cervello. A seguito dell’applicazione di un livello minimo di corrente il ratto si immobilizza, mentre con un livello più elevato di corrente l’animale scappa. A questa osservazione dei comportamenti di immobilizzazione e fuga si associa il resoconto di uomini a cui viene praticata una stimolazione elettrica simile a quella applicata al ratto, resoconto nel quale i soggetti coinvolti dichiarano di essere spaventati.
I primi studi di questo genere risalgono alla metà del ventesimo secolo, ma è stato necessario molto tempo perché emergesse una visione complessiva dei sistemi emotivi come quella elaborata da Panksepp. Nelle pagine a seguire troverete un’introduzione ai suoi risultati basata sul libro L’archeologia della mente, un testo di lettura non facile per via della ricchezza dei dettagli chimici ed anatomici che vi vengono descritti. Nel comporre la sintesi che costituisce la prima parte del qui presente libro ho lasciato cadere quasi completamente tali dettagli, essendo io interessato ad un discorso non specialistico. Sulla base di tale sintesi segue una seconda parte del libro costituita da riflessioni di taglio filosofico sul modo in cui le idee di Panksepp possono essere connesse alla creazione di una sintesi sociale nuova.

IL CERVELLO VISTO DA PANKSEPP

All’inizio del suo discorso Panksepp fornisce una ricostruzione storica per giustificare il fatto che l’attenzione della ricerca scientifica sia arrivata a concentrarsi sulle emozioni soltanto negli ultimi anni.
Il desiderio di costruire un edificio del sapere che sia inattaccabile e che risponda in ogni sua parte ad un’infallibile criterio di verità può spingere a diffidare dei riferimenti alle profondità invisibili della soggettività umana. Questo è quanto purtroppo succede con la corrente di pensiero del comportamentismo, che domina l’ambito degli studi psicologici accademici fino agli anni sessanta del secolo scorso, e che si propone di studiare soltanto il comportamento osservabile, vietandosi di impiegare il dato dei resoconti introspettivi. È per questo che Panksepp individua nel comportamentismo uno dei fattori che sono d’ostacolo allo studio delle emozioni.
A partire dalla metà del ventesimo secolo però, la prassi dei calcolatori rende possibile concepire l’uomo come una macchina dotata di software, istituendo una metafora con cui si puó concepire in modo scientificamente accettabile il pensiero che sta invisibile dentro la testa. Tale concezione è influenzata dal fatto che il software è di fatto un’implementazione di quella parte di filosofia che è la logica formale, la quale si occupa delle regole di ragionamento equivalenti ad operazioni esatte sui segni. L’impiego della metafora del pensiero come software è il tratto distintivo della corrente di pensiero che in psicologia prende il nome di cognitivismo e che si sostituisce al comportamentismo come orientamento dominante a partire dagli anni settanta.
Abbiamo dunque in psicologia una tradizione comportamentista prima che vieta per principio di fare riferimento al vissuto personale, ed un cognitivismo poi, che accetta di parlare dei mondi invisibili della soggettività, ma soltanto per coglierne i tratti di razionalità riflessiva più affini al pensiero logico. Secondo Panksepp l’influenza del comportamentismo e del cognitivismo ha ritardato fino ad oggi uno studio scientifico e sistematico delle emozioni, e tale influenza è ancora viva in molti studiosi attivi nel campo delle neuroscienze.

Venendo a descrivere la situazione attuale degli studi sul cervello, Panksepp riscontra che è difficile capirsi fra aree specialistiche diverse, perché diverso è il modo in cui vengono utilizzati termini simili. Per questo motivo propone di fare chiarezza distinguendo le strutture biologiche del cervello in tre livelli: il livello primario (quello di cui si occupa Panksepp) che corrisponde alle risposte emotive grezze, il livello secondario che è composto dai meccanismi di memoria ed apprendimento, ed il livello terziario in cui troviamo le complessità cognitive della riflessione.
Per fissare le idee possiamo esemplificare il livello primario con il terrore immobilizzante o con la fuga che nascono trovandosi di fronte ad una tigre, il livello secondario con il ricordo dei segni, dei luoghi e degli odori del predatore, ed il livello terziario con la discussione di un progetto per catturare la tigre.

Pensando al cervello di solito ci immaginiamo quelle pieghe grigie che formano la corteccia cerebrale, mentre il lavoro di Panksepp riguarda soprattutto ciò che vi sta sotto. Un principio empirico a cui spesso Panksepp fa riferimento è quello che collega la posizione dei componenti del cervello con la loro età evolutiva. Quelli più vicini alla colonna vertebrale sono i più antichi, mentre quelli in posizione più lontana sono i più recenti. Fra questi vi è la corteccia cerebrale, che possiamo concepire come un mantello venuto ad avvolgere infrastrutture preesistenti.
La localizzazione dei circuiti emotivi avviene inserendo degli elettrodi nel cervello per produrre una stimolazione elettrica in punti specifici. Fondamentale per i sistemi emotivi è il ruolo della zona sottocorticale denominata grigio periacqueduttale (GPA), con le emozioni a valenza negativa che tendono ad essere collocate sul dorso di essa, ed altre a valenza positiva situate sul lato opposto.

Panksepp circoscrive il proprio oggetto di studio individuando i tratti formali dei sistemi emotivi. Ognuno di essi può rispondere inizialmente ad alcuni semplici stimoli innati e successivamente può imparare ad attivarsi a seguito di molteplici oggetti e situazioni che si incontrano nell’ambiente. Ogni sistema emotivo è inoltre caratterizzato dalla capacità di elaborare contemporaneamente più stimoli in ingresso. Per quanto riguarda invece l’output, ciascun sistema emotivo produce un particolare tipo di risposta sotto forma di un comportamento che non riguarda oggetti predefiniti, come si nota ad esempio con la tendenza distruttiva della rabbia, che può trovare sfogo su oggetti diversi. Un terzo punto è che i sistemi emotivi non rispondono alle influenze dell’ambiente in modo immediato: al contrario della lampadina che si accende e si spegne istantaneamente premendo l’interruttore, i sistemi emotivi si comportano come delle ruote che una volta messe in movimento vanno avanti a girare per inerzia e hanno bisogno di tempo per fermarsi. Altra caratteristica importante è che i sistemi emotivi sono soggetti a regolazione da parte delle zone riflessive del cervello, e a loro volta hanno una profonda influenza sul funzionamento di tali zone. Infine è rilevante il fatto che noi percepiamo direttamente la qualità affettiva e distintiva di ciascuna emozione, il suo particolare sapore mentale.

Le emozioni fondamentali descritte da Panksepp sono sette, ed a ciascuna di esse abbiamo dedicato un capitoletto nelle pagine seguenti. Alcune di queste emozioni rientrano nel novero di quelle normalmente impiegate nel discorso psicologico, mentre altre vi appariranno insolite. Tutte ricevono un significato particolare dall’essere state individuate come una parte fisica del cervello. Esse sono la ricerca/voglia di fare, la paura, la rabbia, l’eccitazione sessuale, la cura, la pena della solitudine, il gioco. La loro elaborazione cognitiva nei processi secondari e terziari può dare luogo ad una molteplicità di manifestazioni più variegate quali ad esempio coraggio, invidia, colpa, gelosia, orgoglio, vergogna, disdegno.

I sistemi emotivi non esauriscono l’intero spettro affettivo, che si completa prendendo in considerazione anche gli affetti di natura sensoriale e quelli…

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William I. Thomas, Dorothy Swaine Thomas, The Child in America, (New York: Alfred A. Knopf, 1928).

Evan Thompson, Mind in Life. Biology, phenomenology, and the sciences of mind, (Cambride: The Belknap Press of Harvard University Press, 2010).

Michael Tomasello, “The ultra-social animal,” Eur. J. Soc. Psychol. 44, (2014), 187-194, doi: 10.1002/ejsp.2015

Francisco J. Varela. “Neurophenomenology: a methodological remedy for the hard problem,” Journal of Consciousness Studies 3: 330-350, 1996.

La reificazione interpretata con Simondon

In ogni compravendita avviene che un bene od un servizio vengano concepiti per mezzo di un numero che indica la quantità di denaro necessaria all’acquisto. Questo è il punto di partenza della mercificazione dei rapporti sociali, della loro riduzione alla condizione di cose materiali, processo questo che indichiamo con la parola reificazione. Impiegando i termini di Gilbert Simondon potremmo dire che ogni comportamento di acquisto, ogni interazione con la merce, fornisce un germe da cui la reificazione puó partire. In tale ottica la natura umana reificata costituisce una condizione più stabile rispetto alla quale gli stati di maggiore ricchezza spirituale dell’uomo sono metastabili. Metastabile si dice di uno stato che puó conservarsi in isolamento, ma che inizia a disgregarsi in favore di un altro stato più stabile se i due stati vengono messi “a contatto”. Ciò si accorda bene con l’idea di Simondon per cui gli stati stabili sono quelli con una minore energia potenziale, in quanto la reificazione corrisponde ad uno stato in cui c’è meno potenziale nei progetti di vita degli uomini che ne sono affetti. Messa in questi termini la questione, si arriva abbastanza facilmente a chiedersi come si possa cambiare la dinamica provocata dai germi degli atti di compravendita, per evitare che la reificazione abbia luogo.

La concezione di Simondon prende spunto dalla cristallizzazione dei minerali, e questo ci puó essere d’aiuto per l’inquadramento del nostro problema. Nel caso dello zolfo succede che ponendo dei germi di cristallo rombico (forma alfa) in un reticolo di cristalli a forma di ago (forma beta) si da inizio ad un processo di trasformazione dell’intera massa di zolfo in un reticolo cristallino rombico. D’altra parte, alzando la temperatura ad esempio a 96 gradi, l’equilibrio chimico cambia e non si verifica più la riproduzione del germe cristallino rombico a scapito dei cristalli a forma di ago. Se ritorniamo dalla cristallizzazione dello zolfo al caso della società in cui si verifica la reificazione degli umani, ci chiediamo se esistono delle condizioni socio-psicologiche in grado di bloccare la propagazione dei germi di reificazione costituiti dagli atti di compravendita, così come l’innalzamento di temperatura è in grado di bloccare la proliferazione dei germi di cristallo rombico nello zolfo.

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Jaak Panksepp, frasi chiave tratte dal libro: L’Archeologia della mente

Quelle che seguono sono alcune frasi chiave di Jaak Panksepp, tratte dal libro “L’Archeologia della mente” (1). Ho impiegato queste citazioni nel libro che ho appena scritto come introduzione divulgativa alla teoria di Panksepp: “Le emozioni di base secondo Panksepp. Introduzione e connessioni filosofiche.”

“I mammiferi e gli uccelli diventano dipendenti alla compagnia reciproca, e di conseguenza formano legami sociali che consentono loro di vivere in società armoniose”.

“i mammiferi, specialmente quelli molto giovani che sono completamente dipendenti dagli altri, hanno letteralmente una dipendenza nei confronti delle relazioni sociali”

“…la cura inibisce la pena della solitudine, mentre la pena della solitudine riduce il gioco. Insieme all’eccitazione sessuale, questi sistemi di coinvolgimento sociale di base sono fondamentali per l’attaccamento sociale nei mammiferi e negli uccelli.”

“Questo sistema per sentire il dolore dell’isolamento sociale sembra essersi originato evolutivamente dai sistemi del cervello che mediano l’intensità affettiva del dolore fisico”

“A nostro giudizio, molte società si sono distanziate dai bisogni socio-ecologici del nostro passato ominide, e per evitare il declino delle qualità interpersonali della società, forse noi dovremmo costituire più ‘santuari di gioco’ – posti sicuri in cui i bambini possano indulgere in attività prosociali di gioco, iniziate da loro stessi”

“Anche se la neocorteccia non è un elemento essenziale del gioco, la giocosità esercita un effetto particolarmente forte sulla neocorteccia, conducendo a molti cambiamenti nei profili di espressione genetica”

“Le diagnosi psichiatriche correnti sono basate su concetti passatici da pionieri come Bleuler, Freud, Kraepelin. Queste sindromi psichiatriche non sono mai state basate su una comprensione del cervello o dei suoi sistemi emotivi. Questa è una delle ragioni per cui concetti obsoleti hanno causato crescenti problemi dal DSM-I al DSM-IV”

“Una delle scoperte più considerevoli è che la maternità, la quale “accende” molte delle stesse regioni sottocorticali della cocaina, è è attrattiva come tali droghe d’abuso.”

(1) Le citazioni sono prese dalla versione inglese del libro, e sono state tradotte da me.

La doppia natura della depressione, fisica e razionale

Ció che va messo a fuoco della depressione é che si tratta di un malessere fisico e che quindi non puó essere messo a posto con un ragionamento, cosí come una gamba rotta non puó essere aggiustata con la riflessione. Allo stesso tempo peró la depressione é il risultato della stratificazione di abitudini di comportamento e di ragionamento sbagliate. Per questo motivo la depressione puó essere affrontata con la ragionevolezza, ma non con quella ragionevolezza che mostra nulle i giudizi neri della persona depressa, bensí con una ragionevolezza che ci dica quali abitudini cambiare per eliminare le condizioni sistematiche che hanno provocato la depressione. Nel dire abitudini, ripetiamolo, ci si riferisce sia ai comportamenti fisici che al tipo di concetti che usiamo per interpretare mondo.
Per quanto detto la depressione appare caratterizzata da una doppia natura. Da un lato si tratta di un problema concreto, molto piú solido dei ragionamenti fatti di parole, dall’altro é possibile attaccare la riflessione assumendo una adeguata visione del mondo e mantenendola a lungo, in modo che abbia modo di propagare i suoi effetti stratificandoli pian piano in tutte le regioni del nostro vissuto.

Gilbert Simondon e l’innesco dell’individuazione dei cristalli

Nel suo libro sull’individuazione, Gilbert Simondon si propone di definire dei modelli di individuazione tratti dal mondo fisico per poi riproporli in ambito psicologico e sociale. L’individuazione puó essere intesa come il processo di formazione dell’individuo, e uno dei tratti che Simondon ne mette in luce é l’esistenza di ció che potremmo chiamare innesco dell’individuazione, e che puó essere compreso riferendosi al caso della formazione dei cristalli.

Il punto di partenza é la concezione molecolare della materia. Allo stato liquido succede che le molecole sono in un continuo moto disordinato, e chiaramente la loro posizione ed il loro orientamento una rispetto alle altre é casuale. L’intensitá del moto con cui le molecole sbattono corrisponde alla temperatura. Piú la temperatura é alta, piú le molecole sbattono violentemente le une contro le altre. Man mano che la temperatura si abbassa gli urti delle molecole diventano meno violenti, e nasce la possibilitá che esse si dispongano in strutture geometriche ordinate dismettendo il movimento libero che le caratterizzava nella fase liquida. Piú correttamente potremmo dire che nel corso dell’inserimento in un reticolo cristallino, il movimento libero si converte in vibrazione. Con un po’ di semplificazione possiamo immaginarci la molecola libera che si infila con un certo angolo fortunato in una cavitá ai bordi del reticolo cristallino, e inizia a sbattere ripetutamente fra i due lati di questa cavitá rimanendovi incastrata. A questo punto la molecola é parte del reticolo cristallino.

La geometria del reticolo cristallino é conseguenza della forma delle molecole, ed inoltre ad ogni singolo tipo di molecola possono corrispondere diverse strutture geometriche del reticolo (allotropia). Ad esempio lo zolfo puó formare reticoli rombici oppure a forma di ago (1). Il punto chiave é che le molecole di una massa di zolfo priva di struttura cristallina (e per questo motivo detta amorfa, nel senso che é priva di una forma interna regolare) hanno bisogno di sbattere nel modo giusto nel punto giusto di un reticolo cristallino giá esistente per potersi agganciare a tale reticolo. Quindi c’é bisogno che un pezzo di reticolo si sia giá formato perché altre molecole vi si aggiungano. Lá dove un frammento minimo di reticolo cristallino é presente in una massa amorfa, questo frammento svolge la funzione di punto di partenza, di innesco della cristallizzazione. L’immissione di un innesco ottaedrico in una massa amorfa di zolfo provocherá dunque la cristallizzazione ottaedrica di tutta la massa, mentre l’immissione di un innesco prismatico provocherá la cristallizzazione prismatica di tutta la massa.

Gilbert Simondon, L'individuazione alla luce delle nozioni di forma e d'informazione.

Gilbert Simondon, L’individuazione alla luce delle nozioni di forma e d’informazione.

In queste poche righe ho cercato di focalizzare al massimo il ruolo dell’innesco. L’argomentazione di Simondon implica anche delle considerazioni sul livello energetico necessario per l’accesso alle diverse strutture cristalline, e dunque una riflessione sul concetto di energia potenziale. Nel libro di Simondon la discussione della cristallizzazione dello zolfo si trova alle pagine 106-109. Ho volutamente trascurato la formazione degli inneschi di individuazione, che vengono anche chiamati germi di cristallizzazione.

1) Si tratta della forma alfa, ortorombica, e della forma beta, monoclina.

Riferimento bibliografico:
Gilbert Simondon, L’individuazione alla luce delle nozioni di forma e d’informazione, (Milano-Udine 2011: Mimesis).

JAAK PANKSEPP E L’ARCHEOLOGIA DELLA MENTE: ALCUNE PREMESSE STORICHE

Nel libro L’Archeologia della mente Panksepp prende le mosse da una ricostruzione storica del modo in cui le emozioni sono state escluse per lungo tempo dall’indagine scientifica. Secondo Panksepp la corrente di pensiero del comportamentismo, i cui fondatori sono John B. Watson e B.F. Skinner, é uno dei principali responsabili del mancato studio delle emozioni nel corso del ventesimo secolo. L’impostazione positivista del movimento comportamentista é stata di eccessiva chiusura nei confronti del contenuto mentale non direttamente osservabile, ritardando cosí il progresso dello studio delle emozioni, il quale avrebbe potuto essere condotto senza aspettare le tecnologie di laboratorio a noi contemporanee, come dimostrano i lavori di diversi studiosi del passato. Sia Charles Darwin che William James ebbero visioni dell’emotivitá piuttosto avanzate, pur senza il contributo delle moderne tecniche neuroscientifiche. Pavlov riconobbe l’importanza delle emozioni nei suoi famosi lavori sui riflessi nei cani. Nel lavoro di Freud la dimensione emotiva é irrinunciabile e riceve una principale concettualizzazione in termini di un polo positivo e di uno negativo fra loro contrapposti. Edward Thorndike formuló la famosa “Law of Effect” utilizzando le parole satisfaction e discomfort, che chiaramente suggerivano stati mentali e tonalitá emotive, ma i comportamentisti preferirono usare termini piú oggettivi ed osservabili quali reward and punishment. In generale, a seguito dell’influenza del comportamentismo furono eliminati tutti i riferimenti a stati affettivi e motivazionali, e si accettarono solo descrizioni oggettive in terza persona. Studiare gli stati mentali e le emozioni era difficile, nel passato, per mancanza di evidenze empiriche, ma la possibilitá di affrontare piú approfonditamente l’argomento a livello sistemico ci sarebbe stata.

La rivoluzione cognitiva degli anni settanta del novecento ha dato enfasi alle parti del cervello che funzionano in modo piú simile al software di un computer, ovverosia al lavoro di processazione delle informazioni. Con ció si é riportata l’attenzione sulla mente intesa come attivitá riflessiva invisibile, ma é rimasto il pregiudizio che trascura le emozioni. Quando il cognitivismo guarda ad esse, tende a considerarle come un sottoinsieme dei processi cognitivi, ma questi sono tipici della corteccia cerebrale, che é la parte piú recente del cervello, mentre le emozioni risiedono in strutture evolutivamente piú antiche, e giá in ció rivelano una natura intimamente diversa.

Al giorno d’oggi, ci dice Panksepp, ci troviamo in una situazione in cui esistono i mezzi tecnici per lo studio dell’esperienza emotiva, ma permane l’abitudine anacronistica di trascurarla, non piú motivata dall’assenza di metodi di indagine rigorosi. Questo é connesso col fatto che molti studiosi delle neuroscienze hanno una formazione di stampo comportamentista oppure cognitivista.

Panksepp propone una ricostruzione storica in cui é centrale il ruolo di quello che poi fu chiamato Berlin Biophysics Club, sotto l’influsso del quale fu ufficialmente dismessa nell’ottocento la teoria dei quattro fluidi risalente ad Ippocrate.

LE EMOZIONI NON SONO UN’INTERPRETAZIONE RIFLESSIVA

Sul finire dell’ottocento William James e Carle Lange svilupparono indipendentemente una teoria di tipo read-out secondo cui le emozioni sarebbero una sorta di interpretazione riflessiva di un comportamento che funziona in modo automatico e indipendente da esse. Walter Cannon nel 1927 notava che questo non poteva essere vero, in quanto non ci sono i tempi tecnici perché la mente possa generare un’emozione costantemente al passo con un comportamento da essa separato. Le emozioni non potevano essere una sorta di interpretazione a posteriori, ma dovevano originarsi in modo integrato col comportamento. Paul MacLean sviluppó questo concetto estesamente arrivando a definire un sistema limbico inteso come un antico strato del cervello comune a tutti i mammiferi, ma le sue teorie furono accantonate a causa di alcuni errori secondari. Panksepp considera il proprio approccio convergente con quello di MacLean e si ritiene un follower di Cannon e Darwin nel loro riconoscere le emozioni come dirette manifestazioni di attivitá specifiche del cervello.