THOMAS KUHN: LA STRUTTURA DELLE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE

RIFLESSIONI SUL LIBRO DI THOMAS KUHN: LA STRUTTURA DELLE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE[1]

-PENDOLI O PIETRE DONDOLANTI? GLI ESEMPI DI KUHN
-IL PARADIGMA: FUNZIONE ED ESSENZA
-IL FUNZIONAMENTO DEL PRESUPPOSTO
-INTERNALISMO
-LA SCIENZA NORMALE: L’ATTIVITÀ GUIDATA DAL PARADIGMA STABILE
-INSEGUENDO I ROMPICAPO
-IL RUOLO DELLA CRISI
-LA DEFINIZIONE DI UN VOCABOLARIO?
-INCOMMENSURABILITÀ E IRRAZIONALITÀ NELLA TRANSIZIONE FRA -PARADIGMI
-INTIMITÀ DEL PARADIGMA
-SMETTERE DI SAPERE
-UN VERSO NELLA PSICHE
-ALCUNE CONCLUSIONI: LA RAZIONALITÀ RITROVATA

PENDOLI O PIETRE DONDOLANTI? GLI ESEMPI DI KUHN

Nell’esemplificare il succedersi dei paradigmi scientifici, Kuhn ci racconta molti episodi di storia della scienza, come l’ispirazione data a Galileo dagli scolastici in base alla quale divenne possibile vedere come un pendolo ciò che prima era soltanto una pietra dondolante;[2] o la concezione dell’elettricità come un fluido che può scorrere nei conduttori, e non come un effluvio che emana dai non conduttori;[3] o ancora l’idea che le onde di luce dovessero basarsi su un sostegno materiale chiamato etere, ed il tentativo di inserirne gli effetti nelle equazioni di Maxwell;[4] senza dimenticarsi di quello che secondo Kuhn “è forse il nostro più completo esempio di rivoluzione scientifica”:[5] il passaggio dalla teoria delle affinità elettive all’idea di Dalton per cui la relazione fra gli atomi dei reagenti chimici deve essere espressa da due numeri interi.[6]

IL PARADIGMA: FUNZIONE ED ESSENZA

Kuhn indica il paradigma come un sapere condiviso da una certa comunità scientifica ed in grado di guidare la ricerca definendo le questioni concrete da affrontare e i metodi per gestirle. Eccone un esempio:
“…il paradigma Frankliniano suggerì quali esperimenti sarebbe valsa la pena condurre e quali no, in quanto rivolti a fenomeni secondari o troppo complessi dell’elettricità. Soltanto col paradigma il lavoro divenne di gran lunga più efficace, in parte per via della fine dei dibattiti fra scuole diverse che si concludevano in continue ripetizioni sui fondamentali, e in parte perché la sicurezza di essere sulla strada giusta incoraggiò gli scienziati a intraprendere lavori più precisi, esoterici ed impegnativi.”[7] [8]
Se la funzione guida del paradigma è molto chiara, altrettanto non si può dire della sua essenza. Nel poscritto del 1969, nel rispondere ad alcune critiche che gli sono state mosse, Kuhn suddivide il concetto di paradigma in due componenti principali, delle quali la prima è denominata matrice disciplinare ed è costituita da elementi prossimi al sapere discorsivo, fra cui i valori, i presupposti metafisici del discorso scientifico, e le espressioni simboliche per mezzo delle quali si può usufruire della potenza del linguaggio matematico.
La seconda componente del paradigma, quella più caratteristica della visione di Kuhn, viene indicata con il termine exemplars, e consiste in una conoscenza tacita, automatica e non disponibile alla volontà umana, in quanto collocata in zone della mente più profonde ed inconsce rispetto alla normale razionalità operativa.
Kuhn si richiama a Wittgenstein[9] per chiarire che il paradigma può svolgere la sua funzione anche senza la consapevolezza di cosa esso sia esattamente. Gli scienziati possono condividere un paradigma pur senza essere in grado di descriverlo compiutamente, così come si è in grado di affermare che un certo oggetto è una sedia pur senza la necessità di dire esattamente l’essenza della sedia.[10]

L’articolo integrale é stato pubblicato sul sito filosofiprecari.it

 

  1. [1]La versione presa in esame è quella in lingua originale: Kuhn, T. S. (1996) The structure of Scientific Revolutions, third edition, Chicago, The University of Chicago Press.
    Dove non è indicato diversamente, i riferimenti di pagina nelle note seguenti sono riferiti a quest’opera. La traduzione delle citazioni è a cura dell’autore di questo articolo.
  2. [2]Pagg. 119-120
  3. [3]Pag. 14
  4. [4]Pagg. 73-74, 107
  5. [5]Pag. 133
  6. [6]Pagg. 130-135
  7. [7]Pag. 18
  8. [8]Può essere utile considerare il controesempio di un sapere che non ha tale effetto guida: “Ma anche se questo tipo di raccolta dei fatti è stata essenziale per l’origine di molte scienze significative, chiunque esamini, per esempio, gli scritti enciclopedici di Plinio o le storie naturali di Bacone del diciassettesimo secolo scoprirà che ci conduce in un pantano.” Pag. 16
  9. [9]“Cosa abbiamo bisogno di sapere, chiedeva Wittgenstein, per poter impiegare termini come sedia, o foglia, o gioco inequivocabilmente e senza provocare discussioni? Questa domanda è molto vecchia e generalmente gli si è risposto dicendo che noi dobbiamo conoscere, consapevolmente o istintivamente, cosa sono una sedia, una foglia o un gioco. Noi dobbiamo, sarebbe a dire, cogliere un qualche insieme di attributi che tutti i giochi e soltanto tutti i giochi hanno in comune. Wittgenstein, comunque, concludeva che, dato il modo in cui usiamo il linguaggio e il tipo di mondo in cui lo applichiamo, non c’è bisogno che esista un tale insieme di caratteristiche. […] Per Wittgenstein, in breve, giochi, sedie, e foglie sono famiglie naturali, ciascuna costituita da una rete di somiglianze sovrapposte e incrociate. L’esistenza di tale rete è in grado di spiegare a sufficienza il nostro successo nell’identificare gli oggettti o le attività corrispondenti.” Pagg. 44-45
  10. [10]“Gli scienziati possono […] essere d’accordo sull’identificazione di un paradigma senza essere d’accordo su, o senza nemmo tentare di produrre, una completa interpretazione o razionalizzazione di esso. La mancanza di un’interpretazione standard o di una riduzione in regole concordata non impedirà al paradigma di guidare la ricerca.” Pag. 44

Le emozioni di base secondo Panksepp

Le emozioni di base secondo Panksepp“Le sette emozioni di Panksepp non sono un punto di arrivo, ma il punto di partenza per un lavoro su se stessi. È come aver trovato i capi liberi che fuoriescono da un gomitolo aggrovigliato.”

Dalle neuroscienze affettive emerge un nuovo paradigma psicologico destinato a cambiare la concezione che abbiamo di noi stessi. Sette emozioni fondamentali sono state identificate come parti precise del sistema nervoso: paura, rabbia, eccitazione sessuale, cura, pena della solitudine, gioco e ricerca/voglia di fare. Queste emozioni sono la radice della coscienza ed il presupposto della nostra socialità. Offrono una nuova chiave di comprensione a fenomeni quali la depressione e la mania, la dipendenza da droghe, l’identità sessuale, il legame sociale.
La teoria dei sistemi emotivi trova una sistemazione organica grazie al lavoro di Jaak Panksepp (1943-2017), psicologo fisiologico emigrato dall’Estonia agli Stati Uniti. Il libro descrive in linguaggio divulgativo questa nuova visione della mente e i tratti fondamentali di ciascuna emozione fondamentale. Segue una riflessione che ne mette in luce la rilevanza al fine della crescita personale e della ricerca di una sintesi sociale nuova.

SOMMARIO
INTRODUZIONE: IL MIO INCONTRO CON PANKSEPP
IL CERVELLO VISTO DA PANKSEPP
LE SETTE EMOZIONI
– LA RICERCA, O LA VOGLIA DI FARE
– LA PAURA
– LA RABBIA
– L’ECCITAZIONE SESSUALE
– L’IDENTITÀ SESSUALE
– LA CURA
– LA PENA DELLA SOLITUDINE
– IL GIOCO
PROSPETTIVE PER LA PSICOTERAPIA
RIFLESSIONI E CONNESSIONI FILOSOFICHE
BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE: IL MIO INCONTRO CON PANKSEPP

Da molto tempo ero in cerca di un sapere scientifico sulla mente che fosse fruttuoso nell’ambito di un percorso di autocomprensione. Nel 2013 ero rimasto affascinato dalla teoria di Giulio Tononi, il quale prometteva una formula matematica in grado di catturare l’essenza della coscienza. Dopo avere studiato alcuni articoli dedicati alla cosidetta information integration theory però, mi sono reso conto che non si trattava di ciò che cercavo. I complessi calcoli statistici di cui è composta la teoria conducono infatti a dei parametri numerici simili alle “firme di un pensiero cosciente” di cui parla Stanislas Dehaene nel suo recente libro sul cervello, ma purtroppo non forniscono una visione illuminante per l’autopercezione di noi stessi.
Dopo l’immersione nella statistica ho cercato dunque un’interpretazione del cervello più prossima all’esperienza personale, ed è stato così che ho incontrato Jaak Panksepp, il quale non tenta di estrarre l’essenza della coscienza per mezzo di un’elaborazione delle combinazioni dei neuroni accesi e spenti, ma ci parla di sistemi emotivi che possiamo connettere al volo con il nostro vissuto personale. Tra le altre cose, Panksepp è noto per avere identificato nei ratti un’emissione vocale equivalente alla risata, caratterizzata da una frequenza di circa 50Khz, al di sopra quindi della gamma di suoni udibili dall’orecchio umano. Questa emissione vocale è tipicamente emessa nelle situazioni in cui i ratti praticano giochi di lotta e di inseguimento. Secondo l’impostazione di Panksepp i sistemi emotivi fondamentali sono gli stessi in tutti i mammiferi, e quindi dallo studio degli animali si possono ricavare dei dati impiegabili anche per gli esseri umani. Detto questo è d’obbligo puntualizzare che Panksepp non adotta un approccio riduzionista che porta a perdere le specificità più preziose dell’umano, ma ci dà una descrizione delle fondamenta su cui può elevarsi l’edificio spirituale. L’attitudine umana di Panksepp si riconosce nelle foto che lo ritraggono mentre sorride naso a naso coi roditori che così spesso si incontrano nei suoi studi.
Panksepp individua il proprio territorio d’indagine con l’espressione ‘neuroscienze affettive’, ed adotta un approccio triplice allo studio delle emozioni, costituito dall’osservazione del comportamento degli animali, dallo studio del funzionamento fisico-chimico del cervello, e dai resoconti introspettivi dei soggetti umani. Ad esempio nel caso della paura avremo un ratto con due elettrodi inseriti nelle corrispondenti zone sottocorticali del cervello. A seguito dell’applicazione di un livello minimo di corrente il ratto si immobilizza, mentre con un livello più elevato di corrente l’animale scappa. A questa osservazione dei comportamenti di immobilizzazione e fuga si associa il resoconto di uomini a cui viene praticata una stimolazione elettrica simile a quella applicata al ratto, resoconto nel quale i soggetti coinvolti dichiarano di essere spaventati.
I primi studi di questo genere risalgono alla metà del ventesimo secolo, ma è stato necessario molto tempo perché emergesse una visione complessiva dei sistemi emotivi come quella elaborata da Panksepp. Nelle pagine a seguire troverete un’introduzione ai suoi risultati basata sul libro L’archeologia della mente, un testo di lettura non facile per via della ricchezza dei dettagli chimici ed anatomici che vi vengono descritti. Nel comporre la sintesi che costituisce la prima parte del qui presente libro ho lasciato cadere quasi completamente tali dettagli, essendo io interessato ad un discorso non specialistico. Sulla base di tale sintesi segue una seconda parte del libro costituita da riflessioni di taglio filosofico sul modo in cui le idee di Panksepp possono essere connesse alla creazione di una sintesi sociale nuova.

IL CERVELLO VISTO DA PANKSEPP

All’inizio del suo discorso Panksepp fornisce una ricostruzione storica per giustificare il fatto che l’attenzione della ricerca scientifica sia arrivata a concentrarsi sulle emozioni soltanto negli ultimi anni.
Il desiderio di costruire un edificio del sapere che sia inattaccabile e che risponda in ogni sua parte ad un’infallibile criterio di verità può spingere a diffidare dei riferimenti alle profondità invisibili della soggettività umana. Questo è quanto purtroppo succede con la corrente di pensiero del comportamentismo, che domina l’ambito degli studi psicologici accademici fino agli anni sessanta del secolo scorso, e che si propone di studiare soltanto il comportamento osservabile, vietandosi di impiegare il dato dei resoconti introspettivi. È per questo che Panksepp individua nel comportamentismo uno dei fattori che sono d’ostacolo allo studio delle emozioni.
A partire dalla metà del ventesimo secolo però, la prassi dei calcolatori rende possibile concepire l’uomo come una macchina dotata di software, istituendo una metafora con cui si puó concepire in modo scientificamente accettabile il pensiero che sta invisibile dentro la testa. Tale concezione è influenzata dal fatto che il software è di fatto un’implementazione di quella parte di filosofia che è la logica formale, la quale si occupa delle regole di ragionamento equivalenti ad operazioni esatte sui segni. L’impiego della metafora del pensiero come software è il tratto distintivo della corrente di pensiero che in psicologia prende il nome di cognitivismo e che si sostituisce al comportamentismo come orientamento dominante a partire dagli anni settanta.
Abbiamo dunque in psicologia una tradizione comportamentista prima che vieta per principio di fare riferimento al vissuto personale, ed un cognitivismo poi, che accetta di parlare dei mondi invisibili della soggettività, ma soltanto per coglierne i tratti di razionalità riflessiva più affini al pensiero logico. Secondo Panksepp l’influenza del comportamentismo e del cognitivismo ha ritardato fino ad oggi uno studio scientifico e sistematico delle emozioni, e tale influenza è ancora viva in molti studiosi attivi nel campo delle neuroscienze.

Venendo a descrivere la situazione attuale degli studi sul cervello, Panksepp riscontra che è difficile capirsi fra aree specialistiche diverse, perché diverso è il modo in cui vengono utilizzati termini simili. Per questo motivo propone di fare chiarezza distinguendo le strutture biologiche del cervello in tre livelli: il livello primario (quello di cui si occupa Panksepp) che corrisponde alle risposte emotive grezze, il livello secondario che è composto dai meccanismi di memoria ed apprendimento, ed il livello terziario in cui troviamo le complessità cognitive della riflessione.
Per fissare le idee possiamo esemplificare il livello primario con il terrore immobilizzante o con la fuga che nascono trovandosi di fronte ad una tigre, il livello secondario con il ricordo dei segni, dei luoghi e degli odori del predatore, ed il livello terziario con la discussione di un progetto per catturare la tigre.

Pensando al cervello di solito ci immaginiamo quelle pieghe grigie che formano la corteccia cerebrale, mentre il lavoro di Panksepp riguarda soprattutto ciò che vi sta sotto. Un principio empirico a cui spesso Panksepp fa riferimento è quello che collega la posizione dei componenti del cervello con la loro età evolutiva. Quelli più vicini alla colonna vertebrale sono i più antichi, mentre quelli in posizione più lontana sono i più recenti. Fra questi vi è la corteccia cerebrale, che possiamo concepire come un mantello venuto ad avvolgere infrastrutture preesistenti.
La localizzazione dei circuiti emotivi avviene inserendo degli elettrodi nel cervello per produrre una stimolazione elettrica in punti specifici. Fondamentale per i sistemi emotivi è il ruolo della zona sottocorticale denominata grigio periacqueduttale (GPA), con le emozioni a valenza negativa che tendono ad essere collocate sul dorso di essa, ed altre a valenza positiva situate sul lato opposto.

Panksepp circoscrive il proprio oggetto di studio individuando i tratti formali dei sistemi emotivi. Ognuno di essi può rispondere inizialmente ad alcuni semplici stimoli innati e successivamente può imparare ad attivarsi a seguito di molteplici oggetti e situazioni che si incontrano nell’ambiente. Ogni sistema emotivo è inoltre caratterizzato dalla capacità di elaborare contemporaneamente più stimoli in ingresso. Per quanto riguarda invece l’output, ciascun sistema emotivo produce un particolare tipo di risposta sotto forma di un comportamento che non riguarda oggetti predefiniti, come si nota ad esempio con la tendenza distruttiva della rabbia, che può trovare sfogo su oggetti diversi. Un terzo punto è che i sistemi emotivi non rispondono alle influenze dell’ambiente in modo immediato: al contrario della lampadina che si accende e si spegne istantaneamente premendo l’interruttore, i sistemi emotivi si comportano come delle ruote che una volta messe in movimento vanno avanti a girare per inerzia e hanno bisogno di tempo per fermarsi. Altra caratteristica importante è che i sistemi emotivi sono soggetti a regolazione da parte delle zone riflessive del cervello, e a loro volta hanno una profonda influenza sul funzionamento di tali zone. Infine è rilevante il fatto che noi percepiamo direttamente la qualità affettiva e distintiva di ciascuna emozione, il suo particolare sapore mentale.

Le emozioni fondamentali descritte da Panksepp sono sette, ed a ciascuna di esse abbiamo dedicato un capitoletto nelle pagine seguenti. Alcune di queste emozioni rientrano nel novero di quelle normalmente impiegate nel discorso psicologico, mentre altre vi appariranno insolite. Tutte ricevono un significato particolare dall’essere state individuate come una parte fisica del cervello. Esse sono la ricerca/voglia di fare, la paura, la rabbia, l’eccitazione sessuale, la cura, la pena della solitudine, il gioco. La loro elaborazione cognitiva nei processi secondari e terziari può dare luogo ad una molteplicità di manifestazioni più variegate quali ad esempio coraggio, invidia, colpa, gelosia, orgoglio, vergogna, disdegno.

I sistemi emotivi non esauriscono l’intero spettro affettivo, che si completa prendendo in considerazione anche gli affetti di natura sensoriale e quelli…

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BIBLIOGRAFIA

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La reificazione interpretata con Simondon

In ogni compravendita avviene che un bene od un servizio vengano concepiti per mezzo di un numero che indica la quantità di denaro necessaria all’acquisto. Questo è il punto di partenza della mercificazione dei rapporti sociali, della loro riduzione alla condizione di cose materiali, processo questo che indichiamo con la parola reificazione. Impiegando i termini di Gilbert Simondon potremmo dire che ogni comportamento di acquisto, ogni interazione con la merce, fornisce un germe da cui la reificazione puó partire. In tale ottica la natura umana reificata costituisce una condizione più stabile rispetto alla quale gli stati di maggiore ricchezza spirituale dell’uomo sono metastabili. Metastabile si dice di uno stato che puó conservarsi in isolamento, ma che inizia a disgregarsi in favore di un altro stato più stabile se i due stati vengono messi “a contatto”. Ciò si accorda bene con l’idea di Simondon per cui gli stati stabili sono quelli con una minore energia potenziale, in quanto la reificazione corrisponde ad uno stato in cui c’è meno potenziale nei progetti di vita degli uomini che ne sono affetti. Messa in questi termini la questione, si arriva abbastanza facilmente a chiedersi come si possa cambiare la dinamica provocata dai germi degli atti di compravendita, per evitare che la reificazione abbia luogo.

La concezione di Simondon prende spunto dalla cristallizzazione dei minerali, e questo ci puó essere d’aiuto per l’inquadramento del nostro problema. Nel caso dello zolfo succede che ponendo dei germi di cristallo rombico (forma alfa) in un reticolo di cristalli a forma di ago (forma beta) si da inizio ad un processo di trasformazione dell’intera massa di zolfo in un reticolo cristallino rombico. D’altra parte, alzando la temperatura ad esempio a 96 gradi, l’equilibrio chimico cambia e non si verifica più la riproduzione del germe cristallino rombico a scapito dei cristalli a forma di ago. Se ritorniamo dalla cristallizzazione dello zolfo al caso della società in cui si verifica la reificazione degli umani, ci chiediamo se esistono delle condizioni socio-psicologiche in grado di bloccare la propagazione dei germi di reificazione costituiti dagli atti di compravendita, così come l’innalzamento di temperatura è in grado di bloccare la proliferazione dei germi di cristallo rombico nello zolfo.

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CONTRO IL RUMORE

Le aringhe, le donne e i discorsi

Questo articolo è stato scritto in risposta all’articolo di Federico Sollazzo: “Se una para-democrazia si fa dogma” pubblicato sulla rivista Critica Liberale il 17 giugno 2013.

1 – LA DISTRAZIONE DEL PREDATORE

Konrad Lorenz si chiedeva il motivo per cui molti pesci piccoli ed indifesi come le aringhe si muovono in branchi. A prima vista non è molto logico, sembra che si faccia un favore al predatore riunendo tutti gli obiettivi in un volume relativamente piccolo. Non sarebbe meglio, dal punto di vista delle aringhe, disperdersi in uno spazio il più ampio possibile? La spiegazione di Lorenz è che quando il predatore si lancia all’attacco non riesce a mantenere la concentrazione su una singola aringa perché viene distratto dalla possibilità di catturarne un’altra che nel frattempo è divenuta più vicina. Spostando continuamente la concentrazione da un’aringa all’altra, il predatore si trova a dover prevedere la posizione futura di una preda di cui conosce la posizione presente ma non la velocità e la direzione di provenienza.

2 – IL MOMENTO DI CHIUSURA

Io non sto facendo immersioni fra i banchi di aringhe, sto bevendo un succo di frutta in un caffè nella via centrale di Szeged, dove fa caldo e per strada passano tante donne vestite poco. Ma se mi giro a guardarle tutte, non ne conquisterò nessuna. Forse la mia situazione non è poi tanto diversa da quella descritta da Lorenz.

È finito il tempo in cui si diceva che i sensi erano una cosa cattiva, ma un’autodisciplina è necessaria. Non possiamo guardare tutto quello che ci si propone alla vista. Bisogna esercitare un autocontrollo tenendo le porte normalmente chiuse ai suggerimenti dei sensi. L’apertura al mondo è necessaria ma va circoscritta, non nei suoi tratti qualitativi, ma dal punto di vista dell’estensione. Infatti, tale apertura trova un suo motivo d’essere nella possibilità che ci dà di attingere all’inesauribile alterità del mondo, e questo si lega al suggerimento di Federico di non definire la qualità che richiediamo ad un discorso. Sempre parlando di donne ma intendendo discorsi: non bisogna farsi distrarre da tutte quelle che passano per strada, bisogna coltivare alcune amicizie in privato.

3 – UNA SITUAZIONE SFAVOREVOLE

C’è da dire che in quanto fruitori di discorsi ci troviamo in una situazione più svantaggiata rispetto ai predatori di aringhe e a quelli di donne. Nel momento in cui il predatore dovesse risolvere la sua incertezza, scegliendo definitivamente la preda da inseguire, riuscirebbe a prevederne i movimenti e a mangiarla (o almeno si spera, dal punto di vista del predatore…).

Mettiamoci invece nei panni del cittadino, soprattutto di quello giovane in fase di formazione, che si trova a dover valutare un ventaglio di discorsi politici. Il suo primo problema è quello di scegliere fra questi discorsi che si rinnegano l’un l’altro. Ma se anche poi si decide a compiere una scelta, non è detto che con ciò abbia risolto il problema, anzi, è facile che il discorso politico scelto si riveli essere un inganno.

4 – IL SOVRACCARICO

Forse possiamo individuare un paio di caratteristiche della situazione di rumore nella presenza di molti discorsi alternativi e nell’inconsistenza di molti di essi. Si pone quindi il problema di adottare una strategia di ricerca fra le alternative. Dedicando poco tempo a ciascuna alternativa si finisce per non essere in grado di riconoscere i discorsi più profondi, passandoci sopra senza riconoscerli. Se invece vogliamo esaminare con più attenzione ogni alternativa, il carico di lavoro che ci sobbarchiamo diventa insostenibile. E’ così che si attua la censura del rumore.

5 – INSUFFICIENZA DEI METODI PREDETERMINATI

Il ruolo dei dispositivi selettivi sarebbe quello di sfoltire il fascio delle alternative eliminando quelle di qualità insufficiente. Una prima osservazione che mi viene in mente da fare su questi dispositivi selettivi riguarda la loro natura. La necessità, evidenzata da Federico, di preservare la natura sfuggente della qualità dei discorsi ci consiglia di evitare qualsiasi metodo predeterminato e sembra richiede l’impiego in prima linea della capacità di giudizio di una mente. Un esempio di questo lo si trova nelle riviste di maggior prestigio internazionale, le quali adottano dei meccanismi di revisione paritaria per valutare gli articoli da pubblicare.

6 – UNA REDENZIONE TOTALE?

Una seconda osservazione riguarda l’ambito di applicazione di tali meccanismi selettivi. A tratti percepisco nelle parole di Federico l’idea di una rimozione completa del rumore, altre volte mi sembra che abbia in mente uno spazio privilegiato, per esempio nel passo in cui dice che gli scenari di qualità si dovrebbero distinguere anche “nei tempi e nei luoghi […] dal rumore”.

Personalmente, mi pare che l’uomo libero lasciato a sé stesso abbia dimostrato che nel 90% dei casi ha per obiettivo di vita lo starsene seduto tranquillo in poltrona a guardare la TV. O qualcosa di simile. Con questa premessa, temo che ciò in cui possiamo sperare sia al massimo la creazione di luoghi circoscritti in cui il rumore non abbia accesso. Mi sembra difficile una rimozione del rumore da tutte le case e le strade del mondo.

7 – UN GIARDINO PRIVATO

Se penso a dei luoghi ristretti nei quali abbia luogo la rimozione del rumore, mi vengono in mente un paio di alternative. La prima è che ad essere bonificate dal rumore siano le zone sociali prossime o interne alle istituzioni dello stato. Ad esempio i discorsi del parlamento. Questo sarebbe auspicabile, ma fatico a credere che possa avvenire. La seconda alternativa è che ad essere pulito dal rumore sia un contesto sociale privato, delimitato, altro dalle istituzioni. Qui il rischio è quello di trovarsi a non parlare più di questioni politiche generali, ma della gestione di un’organizzazione specifica con fini specifici.

8 – I MOLTI GIARDINI

Come si può fare ad evitare questo rischio, ad assumere una posizione contraria al rumore che sia praticamente sostenibile ma senza ritirarsi in un ambito politicamente troppo circoscritto? E’ possibile enunciare una serie di norme da mettere in atto per “vivere intensamente”1 (e non soltanto sopravvivere) in un mondo di rumore? E’ concepibile un manuale pratico contro il rumore, avente per destinatari i cittadini e in grado di facilitare la loro cooperazione in organismi sociali in grado di difendersi da un ambiente irrimediabilmente rumoroso?

  1. Come auspicava Federico in un precedente scambio di pareri.

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JACQUES MONOD: IL CASO E LA NECESSITÀ

RIFLESSIONI SUI CONCETTI PRINCIPALI DEL LIBRO DI JACQUES MONOD: IL CASO E LA NECESSITÀ.[1]

LE TRE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DEI VIVENTI
LA DIFFERENZA FRA TELEONOMIA ED INVARIANZA
LA STRUTTURA DELLE PROTEINE
IL CASO
LA NECESSITÀ NEL DISCORSO SELEZIONISTA
IL BISOGNO DI SPIEGAZIONI
IL CONFLITTO FRA LA SCIENZA E LE SPIEGAZIONI
CONCLUSIONI: VERITÀ O VOLONTÀ?
NOTA BIOGRAFICA

LE TRE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DEI VIVENTI

Jacques Monod - foto

Jacques Monod

Jacques Monod inizia questo libro proponendosi di stabilire come distinguere gli oggetti naturali dagli oggetti artificiali prodotti da una creatura intelligente. Inizialmente prende in considerazione la regolarità e la ripetizione come proprietà tipiche degli oggetti artificiali, ma finisce per constatare che questi criteri strutturali non sono adeguati allo scopo, in quanto presenti anche negli esseri viventi (i quali sono considerati come oggetti naturali), oltre che nei cristalli e nei prodotti di alcuni animali, come ad esempio i favi delle api.

Successivamente Monod sposta l’attenzione sulla definizione di alcune proprietà di carattere diacronico[2] che consentono di individuare in modo oggettivo gli esseri viventi. La prima caratteristica fondamentale dei viventi, a cui viene dato il nome di teleonomia,[3] è che sono oggetti dotati di un progetto. Questa proprietà non è però sufficiente da sola a distinguere gli esseri viventi dagli oggetti artificiali, in quanto anche questi ultimi sono dotati di un progetto.
Il passaggio successivo consiste nell’osservare che, mentre la costruzione degli oggetti artificiali avviene principalmente per mezzo dell’azione di agenti esterni, gli esseri viventi si costruiscono da sé. Questa proprietà viene chiamata morfogenesi autonoma.[4]
La terza caratteristica degli esseri viventi è costituita dal “potere di riprodurre e di trasmettere l’informazione corrispondente alla loro struttura”[5] e viene denominata riproduzione invariante, o semplicemente invarianza. Essa si riferisce chiaramente al DNA che i viventi si tramandano di generazione in generazione.

LA DIFFERENZA FRA TELEONOMIA ED INVARIANZA

Riflettendoci, viene la tentazione di considerare la teleonomia come un sottinteso dell’invarianza e di ritenere il progetto teleonomico equivalente all’informazione trasmessa col DNA, la quale è denominata “contenuto di invarianza”.[6] Ma quando si parla di teleonomia il progetto che ha in mente Monod non è il codice sorgente del DNA, bensì il fatto che le varie parti del corpo sono strutturate in funzione di uno scopo: le gambe sono costruite per camminare, le ali per volare, e l’occhio per captare immagini.[7] Con il concetto di progetto teleonomico ci si riferisce all’insieme delle prestazioni tipiche del vivente compiuto, “che si possono considerare come aspetti o frammenti di un unico progetto primitivo, cioè la conservazione e la moltiplicazione della specie.”[8]

Per rimarcare la differenza fra questi due concetti, Monod porta ad esempio il confronto fra l’uomo ed il topo: per quanto riguarda l’invarianza notiamo che il DNA di questi due esseri viventi ha dimensioni e contenuto molto simili, mentre per quanto riguarda l’aspetto teleonomico osserviamo che molte prestazioni dell’uomo sono inesistenti nel topo, e si pongono su di un livello qualitativo completamente differente. Il fatto che il topo e l’uomo abbiano un contenuto di invarianza molto simile ma prestazioni teleonomiche molto differenti indica che l’invarianza e la teleonomia costituiscono due caratteristiche ben distinte.

A questa osservazione di Monod si potrebbe obiettare che l’insieme delle prestazioni teleonomiche del vivente è già dettagliatamente descritta nel codice sorgente del DNA, e che dunque anche la differenza fra le prestazioni deve per forza di cose essere già inclusa nel DNA.[9] Se guardando l’uomo ed il topo vediamo due DNA molto simili e due corpi dalle prestazioni molto differenti, forse è per via del fatto che non siamo in grado di apprezzare a sufficienza la portata delle differenze presenti nel DNA umano rispetto al topo, o forse perché sovrastimiamo la differenza fra l’uomo ed il topo, che si ridimensiona se li mettiamo entrambi a paragone con il mondo inorganico.

Ciò che è evidente è che esiste una trasformazione esatta la quale dal DNA conduce al corpo, e che nel corso di questa trasformazione certe differenze vengono amplificate, almeno dal punto di vista della capacità osservativa umana. Non disponiamo ancora di un linguaggio formale per descrivere significativamente il DNA, l’insieme delle prestazioni del corpo e la trasformazione che li lega, ma in una certa misura possiamo considerare il progetto teleonomico come il risultato di una trasformazione che ha come input il contenuto di invarianza del DNA. Ciò sembrerebbe richiedere un ulteriore esame per esplicitare meglio le relazioni fra questi due concetti che possono essere considerati distinti ma non indipendenti.

Un altro argomento che Monod utilizza per sostenere la distinzione fra invarianza e teleonomia è che tale distinzione corrisponde a quella fra le due classi principali di macromolecole presenti nelle cellule. Infatti l’invarianza si realizza per mezzo degli acidi nucleici che compongono il DNA,[10] mentre la realizzazione delle strutture corporee che consentono le prestazioni del progetto teleonomico avviene per mezzo delle proteine.[11]

LA STRUTTURA DELLE PROTEINE

Esistono proteine filamentose e proteine globulari. Queste ultime sono le più importanti per il funzionamento dell’organismo, e sono costituite da una catena di amminoacidi che si ripiega spontaneamente su sé stessa a formare un gomitolo dalla struttura molto precisa.[12]

I legami fra gli atomi si dividono in legami covalenti e legami non covalenti. I primi sono quelli in cui due atomi mettono in comune un elettrone che con i suoi percorsi li avvolge entrambi, mentre i secondi sono quelli dove ogni elettrone rimane a percorrere orbite limitate al proprio atomo. Il legame non covalente è molto più debole di quello covalente, di circa dieci volte;[13] per via di tale debolezza, il legame non covalente può sussistere solo quando gli atomi che si legano si trovano ad una distanza molto bassa.
I legami covalenti sono quelli che tengono insieme gli anelli della proteina, mentre i legami non covalenti sono quelli disposti “lungo il bordo della catena proteica”; sono questi ultimi quelli che determinano il modo esatto in cui la proteina si ripiega.

Immaginatevi ora la superficie di una proteina una volta che si è ripiegata nella sua forma definitiva. Su tale superficie, ricca di creste e avvallamenti, ci sono atomi predisposti a formare legami non covalenti, ma perché questo accada sarà necessario che la proteina incontri un’altra proteina con una superficie combaciante con la propria, in modo che gli atomi sul fondo delle proprie valli possano essere vicini agli atomi che si trovano sulle creste dell’altra proteina, e viceversa.

La debolezze dei legami non covalenti fa sì che due proteine riescano a legarsi solo quando le loro superfici si accoppiano in modo preciso, e le rende così capaci di riconoscersi in base alla forma. Possiamo esprimere questo concetto dicendo che le proteine hanno un comportamento stereospecifico.[14]

La conseguenza è che all’interno di un ambiente in cui sono presenti miriadi di composti chimici è possibile che una proteina formi dei legami soltanto con certe altre proteine di tipo ben preciso. Ciò rende fattibile la coesistenza di innumerevoli processi chimici fra loro indipendenti, il che è un presupposto importante per l’esistenza di una cellula altamente organizzata.

jacques monod - il caso e la necessità

jacques monod – il caso e la necessità

IL CASO

Dopo aver dedicato ampio spazio alle notevoli caratteristiche delle proteine, Monod ci fa notare che la sequenza degli amminoacidi che formano una proteina è del tutto casuale, nel senso che “conoscendo esattamente l’ordine di centonovantanove residui in una proteina che ne comprende duecento, è impossibile formulare una regola, teorica o empirica, che consenta di prevedere la natura del solo residuo non ancora identificato.”[15]

Le mutazioni che nel corso del tempo hanno portato il DNA di ogni specie allo stato attuale sono essenzialmente casuali, sia perché derivano dal confluire di avvenimenti molecolari tra loro indipendenti, sia perché la mutazione è un avvenimento dai caratteri quantistici e quindi è intrinsecamente imprevedibile per via del principio di indeterminazione.[16] [17]

Nella concezione di Monod il ruolo del caso è molto rilevante non solo per quanto riguarda la formazione del DNA e quindi delle proteine in esso codificate, ma anche per quanto riguarda l’origine della vita e l’esistenza stessa della biosfera: “Secondo la tesi che presenterò qui, la biosfera non contiene una classe prevedibile di oggetti o di fenomeni, ma costituisce un evento particolare, certamente compatibile con i primi principi, ma non deducibile da essi e quindi essenzialmente imprevedibile.”[18] [19]

LA NECESSITÀ NEL DISCORSO SELEZIONISTA

Tutto il ragionamente di Jacques Monod è inscritto in una concezione selezionista: “…si tratta dell’idea darwiniana che la comparsa, l’evoluzione e il progressivo affinamento di strutture sempre più fortemente teleonomiche sono dovuti al sopraggiungere di perturbazioni in una struttura già dotata della propria invarianza, e quindi capace di conservare il caso e di subordinarne gli effetti al gioco della selezione naturale.”[20] [21]
Il termine necessità assume una funzione precisa nel discorso selezionista di Monod là dove viene riferito alla raffinata e precisa organizzazione a livello molecolare destinata a garantire la riproduzione di un’informazione genetica identica all’originale. Potremmo dire che tale necessità, riproducendo per sempre ciò che è avvenuto una volta per caso, è il mezzo grazie al quale il caso diviene la sorgente da cui si possono sviluppare strutture altamente organizzate come i viventi.[22]

Monod specifica come la giusta interpretazione del selezionismo non sia quella di una lotta per la vita; la normale azione del selezionismo non è tanto l’eliminazione dei più deboli, quanto la promozione degli individui che all’interno della specie si riproducono maggiormente.[23] [24] Per quanto riguarda l’uomo però, a partire da quando si è raggiunto un livello di evoluzione tale da dominare l’ambiente circostante, si è creato il presupposto per la lotta fra gruppi distinti all’interno della specie: la guerra.[25]

Un’altra precisazione di Monod è che la selezione non proviene soltanto dall’ambiente esterno, ma è fortemente condizionata anche dalle precedenti scelte evolutive della specie oltre che dalle sue strutture e prestazioni specifiche.[26] In particolare, la notevole autonomia dell’uomo rispetto all’ambiente ha fatto sì che nel suo caso il comportamento orientasse la selezione più che negli altri esseri viventi.

jacques monod - citazione

jacques monod – citazione

IL BISOGNO DI SPIEGAZIONI

Monod osserva che per un tempo lunghissimo dell’evoluzione umana la forte integrazione nel gruppo sociale è stata un carattere premiante, e che quindi ci deve essere stata una selezione in grado di promuovere la coesione sociale. Monod è convinto che ci siano dei caratteri genetici che determinano l’angoscia esistenziale, la quale costringe l’uomo a cercare il significato dell’esistenza creando miti e storie. Questi si pongono a fondamento della legge che garantisce il funzionamento e l’unità del corpo sociale. “Come spiegare”, altrimenti, “l’universalità nella nostra specie del fenomeno religioso su cui si basa la struttura sociale?”.

A questa dinamica sarebbero riconducibili tutte quelle visioni del mondo che Monod cataloga come animistiche, le quali spiegano l’intero percorso evolutivo del cosmo riconducendolo a un progetto complessivo in cui l’uomo ha un posto d’onore. In questa categoria troviamo “tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, che sono testimoni dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza.”[27] In quest’ottica, un’attenzione particolare è data da Monod al materialismo dialettico,[28] che viene riassunto all’incirca nei termini che seguono.[29]

Secondo il materialismo dialettico c’è un solo principio che governa l’evoluzione del mondo intero, che si tratti della materia o dello spirito. Dunque, visto che lo spirito è accessibile alla nostra introspezione, noi possiamo osservare come esso si comporta e poi dire che il mondo si comporta allo stesso modo.[30] Kant, in precedenza, ha ritenuto di dover compiere un’analisi dello strumento con cui l’uomo indaga il mondo: la ragione. Ciò però non va d’accordo con il materialismo dialettico, secondo il quale lo spirito è intimamente connesso al mondo materiale: l’analisi di Kant implica che la ragione abbia dei limiti e che essa non sia “lo specchio perfetto”[31] di ciò che accade nel mondo.
L’idea di un’analisi della ragione si accorda invece con l’esistenza di un sistema nervoso che elabora i dati dei sensi prima di presentarli alla mente. Monod sottolinea che inizialmente l’idea di una critica della ragione era stata propria solo dei filosofi, mentre in seguito questa esigenza iniziò ad essere sentita anche dagli uomini di scienza, nella fase immediatamente precedente l’avvento della teoria della relatività e della meccanica quantistica.

IL CONFLITTO FRA LA SCIENZA E LE SPIEGAZIONI

Il fondamento della scienza, secondo Monod, è il principio di oggettività, che viene fatto risalire a Galileo e Cartesio e coincide con l’assenza di un progetto che governa il divenire del mondo materiale e degli esseri viventi.[32] [33] Questo fa sì che la scienza non possa accettare le storie che raccontano il divenire del cosmo riconducendolo ad un progetto universale assegnando un posto di rilievo agli esseri viventi e all’uomo in particolare.

Alla sua comparsa l’evoluzionismo lasciava una possibilità di mantenere una visione antropocentrica nel pensare l’uomo come erede ultimo e necessario del processo evolutivo, ma a partire dalla seconda metà del novecento questo non sarebbe più possibile, in quanto una ipotetica teoria universale potrebbe prevedere la possibilità degli esseri viventi ma non la loro necessità.

Il problema centrale che oggi ci troviamo di fronte è che la scienza su cui la nostra società è basata entra in conflitto con i nostri sistemi di valori, nel senso che distrugge le storie[34] che li giustificano:
“È vero che la scienza attenta ai valori. Non direttamente, poiché essa non ne è giudice e deve ignorarli; però essa distrugge tutte le ontogenie mitiche o filosofiche su cui la tradizione animistica, dagli aborigeni australiani ai dialettici materialistici, ha fondato i valori, la morale, i doveri, i diritti, le interdizioni.”[35]

Si evidenzia dunque una netta distinzione fra il discorso dei valori, l’etica, e il discorso della conoscenza. Noi perseguiamo dei valori il cui fondamento è negato dai tratti distintivi di una conoscenza di cui non possiamo fare a meno. Con queste premesse si possono impostare dei discorsi autentici soltanto tenendo chiara ed esplicita la distinzione fra il campo dell’etica e quello della conoscenza.[36]
Per eliminare alla radice il problema, Monod propone di adottare un’etica che ponga il raggiungimento della conoscenza oggettiva come obiettivo ultimo: “Essa impone istituzioni votate alla difesa, all’ampliamento, all’arricchimento del Regno trascendente delle idee, della conoscenza, della creazione.”[37]
Dando uno sguardo utopico verso il futuro, trovo possibile intravedere un progresso in cui, una volta risolte le necessità più stringenti del corpo, il sapere diventi il cibo più raffinato con cui formare lo spirito, ma personalmente non condivido l’idea di un’etica della conoscenza così come è stata impostata da Monod. Benché l’acquisizione del sapere sia un importante momento di formazione dello spirito, il sapere mantiene anche una ineliminabile dimensione strumentale, e mi risulta difficile porlo come unico fondamento di un’etica.[38]

CONCLUSIONI: VERITÀ O VOLONTÀ?

Questo libro è un discorso che ruota attorno alla natura degli esseri viventi: prende in esame le loro caratteristiche distintive ed il processo selezionista da cui si sono originati. Tale processo è caratterizzato dall’azione congiunta del caso e della necessità che Monod mette in luce con un esame dettagliato delle strutture cellulari fondamentali: le proteine globulari e il sistema del DNA.
L’esame degli esseri viventi viene condotto sottolineando il rispetto del metodo scientifico, il quale presuppone l’assenza di un disegno predefinito che governa l’evoluzione del cosmo. Il metodo scientifico stesso diviene oggetto del discorso là dove se ne prende in esame la compatibilità con le credenze dell’uomo, le quali sono da considerarsi influenzate dalla storia evolutiva dell’uomo stesso.

Monod ha uno stile scorrevole e fornisce informazioni scientifiche e interpretazioni di grande interesse, ma forse la sua argomentazione non è abbastanza precisa e puntuale per poter dire che abbia sviluppato una teoria solida come sarebbe stato lecito aspettarsi.

Personalmente mi trovo d’accordo con Jacques Monod là dove critica i facili antropocentrismi promossi dal marketing popolare delle concezioni animistiche che garantiscono l’illusione di un paradiso in cambio di una mano alzata, ma penso che l’alternativa non stia tanto nella ricerca della verità (a cui l’etica della conoscenza di Monod assomiglia molto), quanto nell’esercizio della volontà.

Se mettiamo la conoscenza oggettiva dinanzi a tutto, non è difficile immaginarsi creature naturali o artificiali in grado di soppiantare l’uomo. Il regno della conoscenza oggettiva non offre garanzie per la creatura uomo,[39] e ci rendiamo conto che se vogliamo un umanesimo dobbiamo costruircelo. L’umanesimo non è gratis, e l’uomo non può semplicemente credere nell’uomo: l’uomo deve volere l’uomo.[40]

NOTA BIOGRAFICA

Jacques Monod

Jacques Monod nasce a Parigi nel 1910 da una famiglia protestante. Il padre è ammiratore di Darwin e appassionato di musica. A metà degli anni trenta passa un anno al California Institute of Technology di Pasadena. Al ritorno ha la tentazione di fare il musicista per professione, ma alla fine sceglie di essere biologo. Nel corso della II guerra mondiale partecipa alla resistenza contro i tedeschi. Dal 1953 è capo laboratorio all’Institut Pasteur. Nel 1965 raggiunge la popolarità grazie al Nobel per la medicina per le ricerche sulla regolazione cellulare. Nel 1970 pubblica “il caso e la necessità”. Muore nel 1976, 4 anni dopo la moglie.

 

 

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  1. [1]Monod, J. (1997) Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Milano, Mondadori, Oscar classici moderni. Titolo originale: Le hasard et la nécessité, 1970.
    Dove non è indicato diversamente, i riferimenti di pagina nelle note seguenti sono riferiti a quest’opera.
  2. [2]Questo aggettivo non è utilizzato da Monod.
  3. [3]Dal greco télos che significa scopo, e nomia, che indica governo: la teleonomia indica un organizzazione mirata allo scopo. Il termine teleonomia fu introdotto da Colin Pittendrigh nel 1958* per rendere disponibile un termine per indicare che un sistema è organizzato in modo da favorire il raggiungimento di un obiettivo, ma senza che tale obiettivo possa essere considerato la causa che ha dato origine all’organizzazione del sistema.
    La questione presenta delle sfumature più complesse di quanto non sembrerebbe a prima vista; Pittendrigh aveva proposto la parola teleonomia in opposizione alla teleologia di Aristotele, ma secondo Mayr** questa non è un’impostazione del tutto corretta.
    * Pittendrigh, C. S. (1958) Adaptation, Natural Selection and Behavior, in Behavior and Evolution, ed. Roe, a. Simpson, G. G. New Haven, Yale University Press, pp. 390–416; p. 394
    ** Mayr, E. (1965) Cause and Effect in Biology, in Lerner, D. Cause and effect. New York, Free Press, pp. 33–50
  4. [4]Morfogenesi: dal greco morphé=forma. In senso lato è il processo da cui si genera la forma. In embriologia è “l’insieme dei processi che portano al differenziamento dei tessuti e degli organi da elementi indifferenziati” (Enciclopedia Treccani)
  5. [5]Pag. 17
  6. [6]Pag. 18
  7. [7]“… sarebbe arbitrario e sterile voler negare che […] l’occhio, rappresenti la realizzazione di un progetto (quello di captare le immagini)” Pag. 14
  8. [8]Pag. 19
  9. [9]Potremmo forse più correttamente dire: “nel sistema DNA-cellula”, in modo da tener conto che il DNA è significativo solo se associato al proprio sistema di conversione in proteine.
  10. [10]Andrebbe però notato che l’invarianza può aver luogo solo in un processo dove la partecipazione delle proteine è indispensabile. Si potrebbe forse dire che ad essere strettamente legata agli acidi nucleici non è tanto l’invarianza, quanto il contenuto di invarianza.
  11. [11]C’è un ulteriore argomento che Monod porta in favore della distinzione fra invarianza e teleonomia: “Oggetti capaci di riproduzione invariante, ma sprovvisti di qualsiasi apparato teleonomico sono perlomeno concepibili: le strutture cristalline ne sono un esempio” (Pag. 21). Ma il fatto che i cristalli siano sprovvisti di qualsiasi apparato teleonomico è opinabile; è possibile infatti considerare la semplice sussistenza del corpo cristallino come una funzione teleonomica elementare, in quanto influenza la crescita del cristallo (e là dove non la influenza, allora l’informazione della struttura cristallina non può essere considerata come riprodotta, e dunque non c’è riproduzione invariante),
    D’altronde, dopo aver definito “l’unico progetto primitivo” come “la conservazione e la moltiplicazione della specie”(Pag. 19)*, affinché ci sia invarianza riproduttiva senza teleonomia serve che l’informazione corrispondente alla struttura venga riprodotta inizialmente senza poi dar luogo a nessun nuovo corpo, nemmeno alla semplice ulteriore copia di sé, altrimenti la prima copia dell’informazione potrebbe essere considerata il mezzo per giungere alla seconda e assumerebbe così una funzione teleonomica.
    Forse sarebbe meglio considerare come esempio, al posto del cristallo, una cellula rotta la quale non fa altro che riprodurre il proprio DNA mandandolo all’esterno; in questo modo potremmo dire che la cellula non ha funzione teleonomica perché la sua attività non porta alla creazione di altre cellule. L’importante in questo caso è però che il DNA rimanga considerabile come informazione della struttura cellulare pur non disponendo più della possibilità effettiva di essere proiettato in una nuova struttura cellulare. Ciò sembra collegato al modo in cui definiamo il concetto di informazione.
    *Dopo aver parlato dell’”unico progetto primitivo”, Monod riformula il progetto teleonomico essenziale come “la trasmissione da una generazione all’altra del contenuto di invarianza caratteristico della specie” (Pag. 19). In questo modo il concetto di teleonomia si sposta ulteriormente verso quello di invarianza.
  12. [12]Monod sottolinea che nel DNA è scritta la sequenza degli amminoacidi, mentre il modo in cui avviene il ripiegamento è una conseguenza automatica di tale sequenza e dell’ambiente in cui avvengono le reazioni.
  13. [13]“Con una certa semplificazione e precisando che si considerano qui solo reazioni in fase acquosa, si può ammettere che l’energia assorbita o liberata, in media, da una reazione in cui compaiono legami covalenti è dell’ordine di 5-20 kcal (per legame). In una reazione in cui compaiono solo legami non covalenti l’energia media varierebbe da 1 a 2 kcal.” Pag. 54
  14. [14]Stereospecifico: dal greco stereo che indica tridimensionalità. Si ricollega al fatto che i legami chimici in questione si formano in base alla configurazione tridimensionale delle proteine.
  15. [15]Pag. 90
  16. [16]Il principio di indeterminazione implica l’impossibilità di conoscere in modo completo lo stato in cui si trovano le particelle elementari, e di conseguenza rende impossibile prevedere in modo esatto la loro evoluzione.
  17. [17]Non sono un esperto della materia, ma mi risulta che, nonostante le mutazioni casuali rimangano il paradigma di riferimento per l’origine del DNA, non sia più possibile considerare come completamente casuali le sequenze di amminoacidi nelle proteine. Per approfondire:
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3296660/?tool=pubmed Tiessen, A. e Pérez-Rodriguez, P. e Delaye-Arredondo, L.J. (2012) Mathematical modeling and comparison of protein size distribution in different plant, animal, fungal and microbial species reveals a negative correlation between protein size and protein number, thus providing insight into the evolution of proteomes
  18. [18]Pag. 44
  19. [19]A riguardo dell’origine della vita, bisogna notare che Monod prendeva come punto di riferimento un primo essere vivente equivalente ad una cellula dotata già del DNA e del relativo sistema di traduzione costituito di proteine, come negli esseri viventi odierni. Ma a seguito di alcune scoperte, a partire dai primi anni ottanta ha preso sempre più consistenza l’ipotesi di un RNA-world iniziale in cui sia il codice genetico che il meccanismo di traduzione erano costituiti da strutture simili all’attuale RNA (che garantisce una minore fedeltà nel riprodurre l’informazione). Dunque nei primissimi viventi sarebbe stata assente la dicotomia fra acidi nucleici e proteine. Per approfondire:
    http://www.arn.org/docs/odesign/od171/rnaworld171.htm Mills, G.C. e Kenyon D. (1996) The RNA world: a Critique.
    http://www.ploscompbiol.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pcbi.1002024 Takeuchi, N. e Hogeweg, P. e Koonin, E.V. (2011) On the Origin of DNA Genomes: Evolution of the Division of Labor between Template and Catalyst in Model Replicator Systems.
  20. [20]Pag. 26
  21. [21]Per Monod il fatto che l’invarianza sia antecedente alla teleonomia è un punto decisivo* ed è ciò che rende il selezionismo adatto al discorso scientifico. Ma cosa succede se ci chiediamo da dove è originariamente venuta l’invarianza destinata ad accogliere il caso facendone un agente di costruzione? Il fatto di considerare la comparsa dell’invarianza come un eccezionale frutto del caso (l’atteggiamento spesso assunto da Monod) taglia la questione sul nascere, mentre l’individuazione di eventuali passaggi intermedi fra l’assenza del meccanismo di riproduzione invariante e la sua presenza potrebbe forse comportare la necessità di riformulare in modo più sfumato l’affermazione in base alla quale l’invarianza precede la teleonomia. Ad esempio ponendo come punto di partenza un meccanismo invariante più semplice che poi si è evoluto in quello attuale.
    * “…dell’unica ipotesi che la scienza moderna considera accettabile, cioè che l’invarianza precede di necessità la teleonomia.” Pag. 26
  22. [22]“Ancora oggi molte persone d’ingegno non riescono ad accettare e neppure a comprendere come la selezione, da sola, abbia potuto trarre da una fonte di rumore tutte le musiche della biosfera. In effetti, la selezione agisce sui prodotti del caso e non può alimentarsi altrimenti; essa opera però in un campo di necessità rigorose da cui il caso è bandito.” Pag. 110
  23. [23]Pag. 111
  24. [24]La selezione a livello macroscopico avviene comunque soltanto dopo che ogni mutazione ha dovuto sottostare ad una sorta di test d’ingresso che avviene a livello microscopico: “noi abbiamo, della potenza, della complessità e della coerenza della cibernetica intracellulare […] un’idea abbastanza chiara, un tempo sconosciuta, che ci consente di comprendere […] che ogni ‘novità’ sotto forma di alterazione di una struttura proteica, verrà innanzitutto saggiata riguardo la sua compatibilità con l’insieme di un sistema già assoggettato a innumerevoli vincoli che controllano l’esecuzione del progetto dell’organismo.” Pag. 111
  25. [25]Pag. 147
  26. [26]A tal riguardo Monod propone un’ipotesi interessante a riguardo dell’origine dell’intelligenza che distingue l’uomo dagli altri esseri animali. Monod ipotizza che la causa dell’aumento di volume del cervello umano sia stata l’acquisizione del linguaggio. Infatti, senza linguaggio non c’è un grande vantaggio nell’essere più intelligenti, mentre in presenza del linguaggio l’intelligenza maggiore conferisce un vantaggio rilevante. Pagg. 119 e seguenti.
  27. [27]Pag. 44
  28. [28]Monod è attratto dall’idea socialista, ma ritiene che questa debba sganciarsi dalla teoria marxista, verso cui assume una posizione molto critica.
  29. [29]A Monod non interessa una ricostruzione precisa della teoria di Engels e Marx, ma individuare “il significato che di essa rimane nello spirito dei suoi seguaci e che le attribuiscono gli epigoni”. (Pag 37). A maggior ragione il mio brevissimo riassunto non può che essere un’ulteriore semplificazione di tale teoria.
  30. [30]Almeno in una certa misura ciò significa, aggiungo io, negare l’alterità del mondo, la quale è scomoda al pensiero umano, e questo concorda con l’interpretazione del materialismo dialettico come visione consolatoria dell’animo umano.
  31. [31]Pag. 38
  32. [32]Da notare che ciò si pone in contraddizione con il fatto gli esseri viventi sono dotati di un progetto, Monod lo evidenzia (pag. 25), ma non è molto chiaro nell’affrontare la questione. In particolare non distingue in modo preciso fra un progetto chesemplicemente corrisponde alla struttura del divenire ed un progetto perseguito da una volontà attiva; tra una finalità debole ed una finalità forte.
  33. [33]Il postulato di oggettività è un concetto definito da Jacques Monod, e si pone in un ruolo simile al più noto principio di causalità.
  34. [34]“È facile rendersi conto che le ‘spiegazioni’ su cui si fonda la legge, placando così l’angoscia, sono tutte ‘storie’ o più esattamente ontogenie.” Pag. 153.
  35. [35]Pag. 157
  36. [36]Pag. 159
  37. [37]Pag. 163
  38. [38]Sono più prossimo a considerare la conoscenza come un valore derivato: partendo da un’assegnazione di valore allo spirito, il sapere deriva il suo valore dall’essere un arricchimento per lo spirito. E tale valore risulta spostato più verso il processo di acquisizione del sapere da parte dell’uomo (e quindi anche verso la forma in cui il sapere è definito) che verso il processo di accumulo di un sapere fine a sé stesso.
  39. [39]A proposito dell’etica della conoscenza, Monod dice che “essa è anche un umanesimo, poiché rispetta nell’uomo il creatore e il depositario di questa trascendenza”. (Pag. 163) Come si capisce da quanto ho scritto sopra, a me pare che questa garanzia di umanesimo sia piuttosto debole.
  40. [40]Cfr: “Non si può credere nell’uomo. Bisogna volere l’uomo.” Cappello, M. (2011) Aforismi di un futuro, Brescia, Manuel Cappello. Aforisma N°759 pag. 80

HEIDEGGER, LA METAFISICA, L’ESSERCI E L’AZIONE

RIFLESSIONI SU “CHE COS’È METAFISICA?”

“Che cos’è metafisica?”[1] è un breve testo del 1929 in cui Heidegger tocca molti dei temi che saranno tipici del suo pensiero. In esso, allo scopo di mostrare cosa sia la metafisica, si tenta di rispondere alla seguente domanda: “Che ne è del niente?”. Quelle che seguono sono le mie riflessioni al riguardo.[2] I punti 1, 2 e 3 hanno una valenza introduttiva, mentre quelli successivi hanno un contenuto più tecnico.

1 – METAFISICA NO; OPPURE SÌ?
2 – UNA PROSA DIFFICILE – SOMMOZZATORI DI GERMANIA
3 – UN LINGUAGGIO PARTICOLARE – L’ESSERCI
4 – PAROLE E PENSIERI SUL NIENTE: UNA CONTRADDIZIONE INSANABILE
5 – LA VIA DEI SENTIMENTI: L’ANGOSCIA
6 – IL NIENTIFICARE OSCURO
7 – UNO SPOSTAMENTO DI SIGNIFICATO
8 – RELAZIONE DEL NIENTE CON LA METAFISICA
9 – IL TESCHIO DI HEIDEGGER
10 – INTEGRAZIONE

1 – METAFISICA NO; OPPURE SÌ?

Gli oggetti che ci stanno intorno sono la fisica, “meta” significa oltre, e la metafisica è un discorso che oltrepassa gli oggetti smettendo di guardarli. Noi non vogliamo la metafisica, perché non ci piacciono le astrazioni insipide e gli avvocati del ragionamento. Questi rendono il mondo sbiadito, mentre noi desideriamo stare immersi nel contesto concreto dei corpi delle donne e delle cene con gli amici. Abbiamo un debole per le onde del mare, per le fiamme del fuoco e per il fumo di sigaretta. Dunque Metafisica No, perché noi vogliamo il mondo.
Ma noi non ci accontentiamo di vivere il mondo lasciandolo immutato, come personaggi separati dal paesaggio: noi vogliamo una trasfigurazione. Il lavoro e lo studio producono una conoscenza la quale ci porta oltre la superficie degli oggetti materiali presente ai sensi, verso interpretazioni che si articolano fra concetti ed esperienze. Dunque Metafisica Sì, perché il nostro sguardo rende trasparente il mondo, e lo trasforma in un cielo composto dalle idee e dalle storie che abbiamo visto o vissuto.

A volte c’è una differenza evidente tra la metafisica che indebolisce il mondo e quella che lo trasforma in una situazione vivace di cristalli arcobaleno; altre volte la distinzione è più difficile da individuare. Sembra quest’ultimo il caso della prosa di Heidegger.

2 – UNA PROSA DIFFICILE – SOMMOZZATORI DI GERMANIA

Heidegger scrive in modo simile ad altri tedeschi, che chiudono gli occhi e si lasciano sprofondare in sè stessi, come dentro al mondo misterioso del dio del mare. Scendono dalle acque ancora chiare verso il profondo scuro, e nel corso di questa lenta discesa si guardano in giro e prendono nota minuziosamente di tutti i pesci che vedono da tutti i punti di vista. Ne descrivono il retro in relazione al davanti, commentano le differenze fra il sopra ed il sotto, annotano la posizione dei dettagli rispetto all’insieme. Gli piace di inventarsi nuovi nomi per ogni scorcio caratteristico della fauna o dei fondali. Non so se sono dei buoni scrittori, di certo sarebbero dei buoni fotografi.

Il risultato di questa attività di scrittura è un volume di parole che fa una certa impressione ma che non sembra un prodotto finito; assomiglia piuttosto ad un semilavorato da inviare ad una fase successiva di sfrondamento e riordinamento. Potremmo descrivere questo metodo come una narrativa automatica per elencazione, non creata da un istinto artistico: non c’è una preparazione dei personaggi prima della loro entrata in scena, ma un’esposizione minuziosa dei punti di vista che produce in automatico una massa di concetti fra loro collegati. Se tieni duro mentre leggi, alla fine ne ricavi qualcosa di buono.

Queste mie critiche sono una sorta di caricatura umoristica di alcune difficoltà che non arrivano ad intaccare il valore filosofico di Heidegger, ma che vanno tenute presenti avvicinandosi ai suoi testi. C’è la possibilità che il miglior approccio non sia una scalata faticosa in cui ogni nuovo termine costituisca lo spuntone di roccia da oltrepassare sul percorso che conduce alla vetta. Forse, sarebbe meglio non cominciare con la pretesa di avere ragione di ogni risvolto, ma con un atteggiamento più lieve, simile ad una passeggiata in un campo di fiori, per avere una vista d’insieme del paesaggio senza perdersi troppo nei dettagli. Ci sarà poi tempo per una riflessione che torni sui passi come un agronomo per assaggiare il terreno, come un botanico per prender nota dei fiori e delle erbe, o come un geometra per stendere una mappa del campo.

3 – UN LINGUAGGIO PARTICOLARE – L’ESSERCI

Passiamo gran parte della nostra esistenza percorrendo le nostre abitudini senza fare caso ad altro. Persi negli automatismi del pensiero non abbiamo percezione della struttura del mondo. Invece di riflettere sull’essenza degli oggetti li utilizziamo per raggiungere gli scopi che ci siamo prefissati.

“Esserci” è un termine chiave del pensiero di Heidegger. Potremmo concepirlo come il nocciolo del pensiero cosciente che si ottiene quando si tenta (senza mai riuscirci del tutto) di eliminare dalla mente ogni figura visibile o udibile, ed anche ogni pensiero invisibile. Questo modo di porre in silenzio la mente interrompe i processi abituali del pensiero, e ci costringe a guardare al di fuori degli schemi forniti dall’abitudine, la quale passa oltre i propri contenuti senza soffermarsi sulla loro essenza.

C’è un altro modo in cui l’esserci concorre ad oltrepassare l’automatismo, portandoci ad assaporare l’intimità delle cose: utilizzando un termine inusuale per indicare un’abitudine consolidata si porta la riflessione a soffermarsi su tale abitudine. Impiegando il termine “esserci” per indicare quell’aggregato di abitudini consolidate che è l’individuo, si invita il pensiero ad esplorare i meccanismi della coscienza che solitamente si trovano nei retroscena della mente. L’impiego di un gergo particolare ha l’effetto di portare tali meccanismi alla ribalta. Il linguaggio originale di Heidegger consente di ricreare le scintille della novità, risvegliando l’attenzione per parti del pensiero altrimenti trascurate. D’altra parte l’allontanamento dal linguaggio comune rende i suoi testi accessibili soltanto ad una cerchia ristretta.

4 – PAROLE E PENSIERI SUL NIENTE: UNA CONTRADDIZIONE INSANABILE

Le parole sono abituate a gestire gli oggetti; di conseguenza, delle parole a riguardo del niente maneggeranno il niente come se fosse un oggetto. Ciò è in contraddizione con la concezione tradizionale del niente inteso come un non-ente, come l’opposto di ogni oggetto. Domandare del niente […] significa tradurre l’oggetto della domanda nel suo contrario.[3] Più in generale, il pensiero stesso è sempre pensiero di qualcosa, e come pensiero del niente, dovrebbe agire contro la sua propria essenza.[4]

Per evitare tale impasse, Heidegger impone che il niente sia più originario della negazione.[5] Di conseguenza considerare il niente come la negazione dell’ente diventa un fatto secondario, e non l’atto fondamentale di definizione del niente. Inserendo il niente in un contesto di parole o nel pensiero, la contraddizione comunque accade; ma essa smette di costituire un’obiezione totale alla possibilità di accedere al niente, possibilità che viene affidata a metodi diversi dal pensiero proteso alla definizione razionale.

5 – LA VIA DEI SENTIMENTI: L’ANGOSCIA

Heidegger utilizza i sentimenti come parte fondamentale del proprio discorso. Io non penso per questo ad una filosofia che diventa meno rigorosa; credo invece che vada modificata la percezione del sentimento, togliendolo dalla nebbia del romantico e considerandolo come funzione della specie umana.[6]

L’angoscia, con l’indeterminatezza che le è propria, è lo stato d’animo che porta l’uomo più vicino alla percezione del nulla. L’esperienza che si prova nell’angoscia è quella degli oggetti che perdono consistenza, ed è in tale occasione che il nucleo più intimo del pensiero ha modo di relazionarsi agli enti come ad un qualcosa di diverso da sè, perché li vede allonanarsi anziché essere perso in essi come capita nel quotidiano. Il niente è tale rinvio verso l’insieme delle cose che si allontanano dall’individuo.[7] In tal senso il niente diventa il presupposto grazie al quale il nocciolo della coscienza percepisce gli enti differenziati da sè stesso.[8]
Il niente è ciò che rende possibile l’evidenza dell’ente come tale per l’esserci umano. Pag 71[/ref] Se non vedessimo mai gli oggetti del mondo separati da noi stessi, non potremmo costruirci un’idea di noi stessi distinta da un’idea del mondo.

L’angoscia è la situazione in cui l’attività usuale di determinazione degli oggetti mentali è per qualche motivo compromessa; il senso più profondo del niente è la percezione di tale processo nel momento della sua difficoltà, mentre la norma è che esso funzioni come un buon automatismo senza dare nell’occhio.

6 – IL NIENTIFICARE OSCURO

È opportuno soffermarsi sulla terminologia utilizzata nel paragrafo precedente. Heidegger parla di un’attività nientificante del niente: Il niente nientifica ininterrottamente, senza che noi, col sapere in cui quotidianamente ci muoviamo, veniamo veramente a sapere di questo accadere.[9]Questo modo di esprimersi mi pare eccessivamente oscuro. Io preferisco ipotizzare un’attività positiva complementare a tale azione nientificante del niente, chiamandola attività di determinazione continua.[10] Se vi è più chiaro potete pensare ad un processo ininterrotto di costruzione di struttura.

7 – UNO SPOSTAMENTO DI SIGNIFICATO

Tirando le somme, anziché un recupero del niente tradizionale inteso come negazione dell’ente, l’operazione di Heidegger sembra una ridefinizione del significato del niente, che forse torna ad avvicinarsi alla sua essenza più antica,[11] staccandosi dall’idea di negazione dell’ente che è stata introdotta dai meccanismi linguistici in tempi più recenti. Tale ridefinizione del significato sembra giustificata proprio nella misura in cui consente l’accesso a strutture più originarie, e nel suo essere progressiva là dove rende possibile un discorrere sensato sul niente, scavalcando un vicolo cieco dell’intelletto.

8 – RELAZIONE DEL NIENTE CON LA METAFISICA

La domanda attorno al niente è metafisica in quanto provoca un andare oltre l’ente, là dove implica un ragionare che interrompe il consueto stato mentale nel quale l’uomo vive usando gli enti, rimanendo loro molto vicino e per così dire sovrapposto, senza arrivare a concepirsi come distinto da essi. Di più: il niente è il presupposto dell’esserci[12] e la metafisica è intrinsecamente contenuta nella struttura dell’esserci[13]
La metafisica è l’accadimento fondamentale nell’esserci. Essa è l’esserci stesso. Pag 77[/ref] il quale ha la caratteristica di trascendere l’ente, di differenziarsi da esso.[14]

Oltre a ciò, la domanda relativa al niente ha un’importanza particolare per la metafisica, in quanto ci costringe a porci dinanzi al problema dell’origine della negazione, cioè, in fondo, dinanzi alla decisione sulla legittimità del dominio della “logica” nella metafisica.[15]

9 – IL TESCHIO DI HEIDEGGER

Sul finire del proprio discorso, anche Heidegger prende in mano quel famoso teschio e rinnova la domanda che vorrebbe rintracciare il motivo per scegliere a favore dell’ente contro il niente: …la domanda fondamentale della metafisica, a cui il niente stesso costringe: perché è in generale l’ente e non piuttosto il niente?[16]

La pretesa di portare il pensiero a cogliere la struttura dell’essere, l’essenza delle cose, è in cotrapposizione con l’utilizzo degli enti al fine di raggiungere un obiettivo, nel senso che per usare le cose in modo efficace è richiesta un’attitudine mentale differente da quella richiesta per indagarne la struttura. L’uomo d’azione e l’uomo della conoscenza hanno meccanismi di pensiero differenti. Heidegger richiede una meditazione che rischia di uccidere l’azione. Ed Amleto è esattamente questo, perciò ho utilizzato l’immagine del teschio.[17]

10 – INTEGRAZIONE

La domanda che ci chiede di scegliere fra l’ente e il non-ente è stimolante per alcune volte, ma poi la destrutturazione che induce diviene simile ad una malattia. La decomposizione delle strutture determinate che formano il pensiero probabilmente si inserisce nel progresso dell’uomo,[18] ma forse non è necessario scendere continuamente ad un livello zero in cui gli effetti del niente impediscano l’azione. Bisogna aver conosciuto il nulla, ma non continuamente ritornarci.

L’angoscia ha reso esplicita per la prima volta la differenza sostanziale fra gli enti e il nucleo attivo dello spirito che è l’esserci. Dunque tale differenza ha avuto bisogno di una struttura dedicata[19] per venire definita inizialmente. Ma non è possibile che in seguito essa sia continuamente evocata e presente alla coscienza anche senza tale struttura dedicata? È possibile integrare la percezione della struttura dell’essere nell’ambiente produttivo quotidiano? È possibile abituarsi a cogliere la struttura dell’essere anche nei momenti d’azione?

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  1. [1]Heidegger, Che cos’è metafisica? – “Segnavia”, Biblioteca Filosofica, Adelphi 1987, a cura di Franco Volpi, Friedrich-Wilhelm von Herrmann . Pagg 59-77. Le indicazioni di pagina riportate nelle note successive sono riferite a questa edizione.
  2. [2]Io non sono un professionista del settore filosofico, e non ho una conoscenza approfondita dei testi scritti da Heidegger. Di conseguenza le mie parole derivano essenzialmente da un lavoro on-the-book, non dal raffronto del contenuto del testo in oggetto con altri lavori di Heidegger o di altri autori.
  3. [3]Pag 63
  4. [4]Pag 63
  5. [5]Da parte nostra affermiamo che il niente è più originario del “non” e della negazione. Pag 64
  6. [6]Senza che ciò comporti una perdita di complessità o di bellezza da parte del sentimento: io non sono riduzionista.
  7. [7]Questo rinviare […] all’ente nella sua totalità che si dilegua […] è l’essenza del niente. Pagg 69-70
  8. [8]L’essenza del niente […] sta in questo: è anzitutto esso che porta l’esserci davanti all’ente come tale. Pag 70
  9. [9]Pag 72
  10. [10]Come si evince dai termini impiegati, mi è parso opportuno mantenere il carattere della continuità, a meno di temporanee disfunzioni e/o inibizioni.
  11. [11]Mi riferisco ad un contesto che non sono in grado di definire con precisione, ma che immagino antecedente al “mondo antico”.
  12. [12]L’esserci, in quanto esserci, già da sempre proviene dal niente. Pag 70
  13. [13]L’andare oltre l’ente accade nell’essenza dell’esserci. Ma questo andare oltre è la metafisica. Pag 77
  14. [14][…] l’esserci è già sempre oltre l’ente nella sua totalità. […] Questo essere oltre l’ente noi lo chiamiamo trascendenza. Pag 70
  15. [15]Pag 75
  16. [16]Pag 77
  17. [17]Ho utilizzato l’immagine del teschio per richiamare Amleto che pronuncia il famoso dilemma, ma in realtà il teschio non è in scena mentre Amleto si interroga sul da farsi.
  18. [18]A questo riguardo sarebbe utile un confronto con il pensiero di Konrad Lorenz nei passi dove parla di una maggiore scomposizione dei movimenti in sottoparti accessibili alla volontà.
  19. [19]L’angoscia.

SINCRONICO E DIACRONICO

Chiavi di interpretazione del progetto uomo nella dimensione tempo.

INTRODUZIONE
ACCORDO E MELODIA
NARRATIVA E METAFORA
L’ASPETTO PROGETTUALE
AFFRONTARE LA NECESSITÀ
APPENDICE: DISCORSI SINCRONICI O DIACRONICI?

INTRODUZIONE

Sincronico e diacronico sono due concetti impiegati originariamente da Ferdinand De Saussure[1] per descrivere il modo in cui si studia il linguaggio. Il prefisso dia- indica attraverso, mentre crono è il tempo: una visione dia-cronica implica degli oggetti in viaggio attraverso il tempo. Il prefisso sin- significa con/insieme, e ci dice che gli oggetti del discorso sin-cronico avvengono insieme nello stesso tempo; una visione sincronica prende in considerazione le posizioni reciproche degli oggetti in un certo momento, senza considerarne il movimento.[2]

Prima di De Saussure era predominante un’analisi del linguaggio di tipo diacronico, fondata sull’esame del divenire storico degli elementi della lingua. Con De Saussure diventa lecito anche un altro approccio che parte dall’ipotesi di trascurare il processo di formazione del linguaggio avvenuto nel passato, proponendosi di descrivere le strutture del linguaggio soltanto in base alle relazioni in atto in un tempo presente.[3]

Diacronico è il tempo che scorre come un film raccontandoci una storia. Sincronica è la realtà disegnata dall’intuito in un’unica immagine fissa come una fotografia.

ACCORDO E MELODIA

La piacevolezza dell’accordo di DO maggiore è legato ai rapporti fra le frequenze delle tre note che lo compongono: Do, Mi e Sol. Per riconoscerlo è sufficiente sentire la sovrapposizione di questi tre suoni per una frazione di secondo. Nel caso della melodia invece abbiamo a che fare con una successione di note riprodotte una dopo l’altra. Immaginiamoci una melodia che venga ripetuta per sei volte, ogni volta con una variazione minima. Nel momento in cui sta per iniziare la settima melodia, la mente non è per così dire vuota, ma ha in sé l’aspettativa di una sequenza somigliante alle prime sei. Poniamo che la settima sequenza abbia un inizio simile alle altre, ma uno sviluppo differente. L’intuizione tenterà di completare tale inizio sulla base del modello costituito dalle prime sei melodie, ma si creerà una differenza fra questo tentativo di completamento e l’andamento reale. La mente ascoltatrice se ne accorgerà e interpreterà lo scarto come un fatto stilisticamente significativo.
Se avessimo suonato fin dall’inizio la settima sequenza senza farla precedere dalle altre sei, nell’ascoltatore non si sarebbe prodotta nessuna sensazione di differenza stilistica, in quanto non ci sarebbe stata l’aspettativa indotta dalle prime sei sequenze rispetto alla quale notare lo scarto.

La piacevolezza dell’accordo ha una natura sincronica in quanto risiede nella sovrapposizione istantanea di note, indipendentemente da quanto le precede o le segue. Il modo in cui valutiamo una melodia musicale implica invece delle dinamiche diacroniche, in quanto è collegato ai percorsi temporali con cui gli oggetti musicali giungono all’attenzione della nostra mente. Non solo ogni nota della melodia è valutata sulla base di quella che la precede, ma c’è un ulteriore livello in cui interi gruppi di note assumono significati diversi in base alla loro somiglianza con i gruppi precedenti.

Nel giro degli accordi[4] abbiamo un esempio di struttura artistica basata tanto sulla dimensione sincronica (l’armonia fra le singole note all’interno di un accordo) che su quella diacronica (la progressione degli accordi), strettamente interconnesse fra di loro nell’ambito del sistema tonale.

NARRATIVA E METAFORA

Prendiamo in considerazione la narrativa con cui si costruisce un racconto. Il suo nocciolo operativo consiste nell’aggiungere elementi alla struttura dei personaggi, siano essi persone, concetti o ambienti, avendo cura che quanto viene aggiunto possa assumere una funzione preparatoria di ciò che accadrà in seguito. L’attività costruttiva del narratore gestisce i percorsi dei personaggi nel tempo, ed opera quindi in modo naturale in una dimensione diacronica.

Anche in una poesia possiamo ritrovare una struttura narrativa, ma spesso la poesia preferisce affidarsi alla dimensione metaforica. La metafora è una sovrapposizione di concetti diversi, è un invito alla mente ad effettuare una comparazione, riconoscendo in che modo la struttura e le sottoparti di due concetti diversi siano corrispondenti. La metafora è una struttura sincronica nel senso che il suo effetto è simile a quello di un accordo di concetti, mentre è piuttosto evidente che la narrativa degli eventi ha una struttura che possiamo considerare affine alla melodia, la quale potrebbe forse essere chiamata narrativa delle note.

L’ASPETTO PROGETTUALE

I CRUSCOTTI

Mi ricordo di un aneddoto letto non so dove: c’era un giovane ingegnere che si occupava di progettare l’interno delle automobili. Aveva iniziato da poco a lavorare e disegnava dei cruscotti belli da vedersi ma troppo articolati e pieni di sottosquadri, scontrandosi con le esigenze della produzione e con la difficoltà di realizzare stampi complessi e costosi. Si lasciava guidare da un’idea sincronica dell’armonia estetica fra le parti della plancia, e trascurava la riflessione sui processi di produzione per mezzo dei quali la sua idea avrebbe potuto diventare una realtà.

I BRONZI DI RIACE

Siete un artista molto creativo con la testa fra le nuvole. A breve vi trasferirete al decimo piano in un palazzo del centro e vi state immaginando come potreste arredare il soggiorno. Nel mezzo della parete di sinistra verrà messo uno specchio di grandi dimensioni, mentre in quella di destra sarà posizionato un orologio bianco con i caratteri neri. Nel mezzo ci sarà un tavolo di cristallo su cui troverà posto una pianta grassa in un vaso opaco. State frugando nella mente in cerca del personaggio principale: un oggetto protagonista in grado di dare un senso alla stanza; qualcosa di classico e inaspettato al tempo stesso. Eccolo! La riproduzione a grandezza naturale dei Bronzi di Riace. Coi riccioli eleganti e gli occhi azzurri[5] a coronamento di quella massa imponente. Con la posa plastica che rivela un’aristocratica consapevolezza del corpo. Con quel sapore di Antica Grecia che rimane sempre intimamente connesso ad una visione profonda del futuro. E non sarebbe bello ridipingere le pareti alla ricerca del migliore abbinamento con la tonalità del bronzo?

Nel lasciarvi guidare dalle necessità estetiche della stanza avete ragionato in modo sincronico, pensando il vostro soggiorno come un oggetto di cui ottimizzare la bellezza, manipolandone gli oggetti d’arredo. Ma forse i Bronzi di Riace sono troppo grandi e pesanti per passare sia dall’ascensore che dalla tromba delle scale. Non basta immaginarseli nella collocazione finale, bisogna anche farsi un film nella testa simulando tutte le fasi intermedie che collegano la situazione desiderata con quella di partenza, che sono le copie dei bronzi consegnate al piano terra, ancora imballate, lì sul marciapiede.

AFFRONTARE LA NECESSITÀ

Le necessità del mondo fisico e del sistema economico-produttivo richiedono che l’uomo raggiunga risultati concreti nel rispetto di vincoli stringenti. Nel confrontarsi con tale esigenza la mente umana opera sia in modo sincronico che diacronico.
Sincronicamente la mente si lascia dominare da grandi ispirazioni che definiscono sia la visione da seguire sia i concetti da impiegare per descrivere il mondo. L’uomo sembra costruito appositamente per appassionarsi a queste architetture di idee in cui ogni parte ha il suo ruolo nei confronti delle altre. La costruzione della visione armonica avviene solitamente tralasciando la riflessione su come la si possa trasformare in realtà. Tale riflessione avviene in una fase successiva, quando la visione sincronica (per il semplice fatto di esistere nella mente) inizia a confrontarsi con gli eventi del quotidiano. Avviene allora il passaggio da una fase creativa ad una più organizzativa, e prende avvio la valutazione delle modalità di realizzazione del progetto nella dimensione diacronica delle cause e degli effetti, annodati come fili sottili attraverso la massa tormentata del divenire.

Nel migliore dei casi il risultato è la forma più alta dello spirito, che ha qualcosa di simile al giro degli accordi, il quale è dotato di una coerenza sia diacronica che sincronica. Ciò a cui mi riferisco è un nocciolo spirituale che percepisca sincronicamente la mente ed il mondo come un tutto nella magia del Qui ed Ora, ma senza venire travolto dal divenire economico, in quanto capace di impiegare le categorie e le procedure diacronicamente giuste per soddisfare le richieste del corpo, della società e dei processi produttivi. Una struttura spirituale che faccia fronte alle necessità economiche riuscendo a mantenersi estetica e musicale.

Nel bosco del tempo
pianifica i sentieri
degli oggetti necessari
alla visione realizzata.

APPENDICE: DISCORSI SINCRONICI O DIACRONICI?

Utilizzando i concetti di diacronico e sincronico si può avere la tentazione di chiedersi se un certo discorso sia diacronico oppure sincronico. Sono più propenso ad assumere un’attitudine differente, considerando la diacronia e la sincronia come due dimensioni che possono appartenere contemporaneamente ad uno stesso discorso, rendendolo più ricco. Le due domande corrispondenti a questi atteggiamenti differenti sono: “Questo discorso è sincronico o diacronico?” e “Quanto questo discorso è diacronico e quanto è sincronico?”.

Posizione del discorso fra il puro sincronico e il puro diacronico.

Fig. 1 Il modello geometrico sottinteso alla domanda: “Questo discorso è sincronico o diacronico?” Un eventuale aumento di argomentazione sincronica o diacronica provocherebbe uno spostamento a destra o rispettivamente a sinistra del cerchietto rosso che indica la posizione del discorso.

Il modello geometrico insito nella prima domanda è un segmento che ha per estremi il diacronico puro ed il sincronico puro. In questo modello l’aggiunta ad un discorso di elementi descrittivi diacronici o sincronici non porta ad un aumento visibile del valore del discorso, ma ad uno spostamento della posizione del discorso verso uno dei due estremi del segmento.

Area/Valore del discorso in base al contributo sincronico e diacronico.

Aumento di valore del discorso, per contributo di argomentazione sincronica.

Fig. 2-3 Il modello geometrico sottinteso alla domanda: “Quanto questo discorso è diacronico e quanto è sincronico?”. Nella seconda immagine è rappresentato l’aumento di valore del discorso conseguente ad un aumento di argomentazione di carattere sincronico.

Il modello implicito nella seconda domanda è invece un piano cartesiano le cui due dimensioni sono la sincronia e la diacronia. In questo caso l’aggiunta di nuovi elementi sincronici o diacronici all’analisi aumenta il corrispondente lato del rettangolo discorso e di conseguenza il suo valore, che considero equivalente alla sua area. In questo modo appare evidente l’opportunità di integrare in uno stesso discorso (cosa non semplice) sia elementi sincronici che elementi diacronici.
È del tutto ovvio che rappresentare in questo modo un discorso è una semplificazione che non rende giustizia della complessità intrinseca del linguaggio, ma quello che mi interessa è soltanto far notare come quella che può apparire una sfumatura da poco (la differenza fra le due domande che caratterizzano i modelli) può influenzare i giudizi di valore che presiedono allo sviluppo dei discorsi.

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  1. [1]La sua opera più conosciuta, Corso di linguistica generale, è stata pubblicata postuma nel 1916.
  2. [2]Si tratta di concetti da utilizzare con una certa elasticità; ad esempio una visione sincronica si può concentrare sulle dinamiche che avvengono in una certa epoca storica trascurando il modo in cui essa si è originata dalle precedenti. In tal caso l’espressione “senza considerarne il movimento” si riferisce al movimento fra epoche storiche differenti, non al brusio dei fatti quotidiani che avviene all’interno di una singola epoca, e che può a pieno titolo rientrare in un discorso sincronico.
  3. [3]De Saussure ha introdotto una metafora nella quale paragona il linguaggio ad una partita a scacchi: ogni configurazione del linguaggio è come una configurazione della scacchiera, che può essere esaminata indipendentemente dalla sequenza di mosse che l’ha prodotta.
  4. [4]A titolo di curiosità, il giro degli accordi è stato messo a punto nel Seicento in Europa. “Mentre in una polifonia cinquecentesca l’organizzazione melodica era predominante nel senso che la sovrapposizione delle varie melodie doveva semplicemente aver cura che le armonie derivate fossero formate di accordi «legittimi» (cioè fondamentalmente di intervalli consonanti), nella nuova organizzazione tonale le sequenze dei giri armonici hanno invece un’importanza strutturale primaria e la melodia ne deve tener conto e deve adattarsi ad esse.” Baroni, Fubini, Petazzi, Santi, Vinay 1988, Storia della musica, Torino, Einaudi, Piccola Biblioteca Einaudi 25, Nuova serie. Pag 149.
  5. [5]Nelle copie che mi sono immaginato gli occhi sono azzurri. Negli originali le cornee sono andate perse.

EMMANUEL TODD CONTRO LA CRISI: IL PROTEZIONISMO EUROPEO

RIFLESSIONI SULLO SCRITTO DI EMMANUEL TODD[1]: APRÈS LA DÉMOCRATIE (DOPO LA DEMOCRAZIA)[2]

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI 2.0[3]

(Sulla contrazione della domanda provocata dalla globalizzazione)
C’era una volta una grande Fattoria in cui i Cani compravano solo le merci prodotte dai Cani e i Gatti compravano soltanto quelle prodotte dai Gatti. I capi dei Cani non avevano interesse ad abbassare gli stipendi dei loro dipendenti Cani, perché altrimenti questi avrebbero comprato di meno dalle bancarelle del mercato dei Cani.

Poi venne un giorno in cui i capi di tutte le specie animali della Fattoria fecero una Riunione Generale in cui si decise una svolta verso il Libero Scambio. Il mercato dei Cani non sarebbe più stato diviso da quello dei Gatti, dei Conigli, dei Maiali e di tutti gli altri animali della Fattoria. Ognuno avrebbe potuto acquistare anche i prodotti degli altri animali, scegliendo liberamente quello di qualità migliore e al prezzo più conveniente.

Il presidente del consiglio dei cani
Nei giorni successivi alla Riunione Generale, i capi dei Cani fecero una riunione segreta fra di loro, in cui qualcuno disse: “Perché tenere alto lo stipendio dei nostri dipendenti Cani se poi quelli lo usano per comprare anche le merci dei Gatti e dei Cavalli? Se noi gli abbassiamo lo stipendio i nostri prodotti costeranno di meno e potremo venderli anche sui mercati degli altri animali, vincendo la concorrenza!”.

Così fecero. All’inizio alcuni dei dipendenti Cani protestarono per la riduzione dello stipendio, ma poi videro che con il Libero Scambio potevano comprare i collari ed i guinzagli dai Topi ad un prezzo molto più basso rispetto alle bancarelle dei Cani. Così i dipendenti Cani compensarono il ridimensionamento della busta paga con la disponibilità di prodotti più economici, in particolare quelli provenienti dai Topi, dalle Galline e dai Corvi.

I capi dei Cani erano tre volte contenti: potevano anche loro comprare dei prodotti a miglior prezzo, i loro dipendenti costavano meno, e avevano iniziato a vendere anche ai Maiali, alle Mucche ed ai Cavalli. C’era stata in particolare l’acquisizione di una commessa di carrozze che aveva portato buonumore nel quartier generale dei Cani; fu in quell’occasione che sui giornali dei Cani apparvero dei titoli che lodavano i successi del Libero Scambio, grazie al quale il Progresso ed il Benessere avrebbero regnato per sempre in tutta la Fattoria; soprattutto nella zona dove vivevano i Cani.

Ma era destino che le cose andassero diversamente. A distanza di un paio di mesi dalla Riunione Generale, anche i capi dei Gatti decisero di abbassare lo stipendio dei loro dipendenti per avere manodopera a basso prezzo, contrastando così la strategia dei Cani. A breve seguirono le Anatre e poi i Cavalli, che volevano riprendersi gli ordini di carrozze che avevano perso. Nel giro di una stagione tutti i capi delle diverse razze animali presenti nella Fattoria avevano deciso di abbassare lo stipendio dei loro dipendenti, ed i Cani persero il vantaggio competitivo che avevano acquisito sui mercati degli altri animali.

Ci fu allora un’altra riunione dei capi dei Cani in cui si decise un ulteriore abbassamento degli stipendi. Anche in quel caso il vantaggio acquisito fu solo temporaneo, perché i capi degli altri animali seguirono un’altra volta la strada intrapresa dai Cani. Gli animali dipendenti si lamentavano, perché a questo punto l’abbassamento dello stipendio prevaleva sul vantaggio di avere alcuni prodotti a minor costo; ma questo ai capi non interessava molto, perché abbassando gli stipendi riuscivano comunque a tener bassi i costi di produzione e ad aumentare i profitti delle loro aziende.

Si innestò così una spirale di riduzione degli stipendi che portò tutti gli animali dipendenti a guadagnare di meno. La conseguenza fu che ad un certo punto i mercati della Fattoria erano frequentati da animali più poveri ripetto all’epoca in cui era iniziato il Libero Scambio, e complessivamente le vendite di tutte le bancarelle della Fattoria erano notevolmente diminuite.

I capi degli animali avevano intrapreso una lotta fra di loro per aumentare la rispettiva fetta di mercato, ma avevano finito per provocare un restringimento del mercato nel suo complesso.

All’inizio della storia gli stipendi dei Cani non venivano abbassati perché i capi dei Cani sentivano il mercato dei Cani come una cosa propria, e sapevano che abbassando gli stipendi il mercato sarebbe diventato più debole e le industrie dei Cani poi avrebbero venduto meno prodotti. Con il Libero Scambio, i capi dei Cani non hanno più pensato che il mercato dei Cani in qualche modo gli appartenesse, perché anche gli altri animali potevano entrarvi a piazzare dei punti vendita per i loro prodotti.[4] Con il Libero Scambio, i capi dei Cani hanno iniziato a pensare ai dipendenti soltanto come ad un bene da sfruttare il più possibile per aumentare i profitti e abbassare il costo dei prodotti, destinati alla vendita in tutta la Fattoria, non soltanto ai Cani. Abbiamo visto come l’esito di questa strategia si sia rivelato fallimentare.

La soluzione a questo stato di cose esiste, ed è che in tutta la Fattoria ci sia un’unica assemblea dei capi che decida gli stipendi. Così facendo l’assemblea dei capi potrà tornare a pensare che tutelando gli stipendi di chi produce si tutela la forza del mercato a cui si vendono i prodotti. Il nesso fondamentale che emerge dalla favola è che ci dev’essere una corrispondenza fra l’estensione del mercato e la struttura decisionale che regola il mercato, fra spazio economico e spazio politico. E visto che il progresso tecnologico ed il contesto internazionale hanno creato dei mercati più ampi, ne segue che anche la struttura politica si deve ampliare.

A questo punto il pensiero potrebbe scivolare facilmente nell’idea di un unico governo mondiale che risolva alla radice il problema, ma non è questa la via che ci indica Emmanuel Todd.

UN PROTEZIONISMO EUROPEO PER SALVARE LA DEMOCRAZIA E LA DOMANDA

Il libro di Todd si intitola “Dopo la democrazia”, analizza la società francese, e si preoccupa del futuro. Alcune delle problematiche che tratta sono la mancanza di valori collettivi e la divisione della popolazione in una fascia di istruzione elevata e in una di livello inferiore, la natura irresponsabile delle élite al potere e la possibile deriva politica in direzione razzista o antisemita.

Secondo Todd, il problema principale che minaccia il proseguimento dell’esperienza democratica in Francia come in Europa è la compressione indefinita dei salari, la quale è conseguenza della dottrina del Libero Scambio impostosi come pensiero unico a partire dagli anni Ottanta: “Si tratta di sfuggire all’incubo attuale: la caccia alla domanda esterna, la contrazione indefinita dei salari per far abbassare i costi della produzione, l’abbassamento conseguente della domanda interna, la caccia alla domanda esterna, etc., etc.”[5]

Come abbiamo visto sopra la soluzione può essere una ritrovata coincidenza fra lo spazio economico e quello politico, ma non a livello mondiale: “La democrazia planetaria è un’utopia. La realtà è che, all’opposto, abbiamo la minaccia di una generalizzazione delle dittature. Se il Libero Scambio dovesse generare uno spazio economico planetario, la sola forma politica concepibile alla scala mondiale sarebbe la «governance», designazione pudica di un sistema autoritario in gestazione. Ma perché allora, visto che esiste uno spazio economico europeo già ben integrato, non si può elevare la democrazia al suo livello?”[6]

Secondo Todd dunque la Fattoria giusta in cui unificare il governo non è il mondo ma l’Europa, e naturalmente questa Fattoria non deve praticare il Libero Scambio nei confronti delle altre Fattorie, altrimenti il gioco perverso verrebbe semplicemente spostato ad una scala maggiore. Stiamo dunque parlando di protezionismo a livello europeo.

I teorici statunitensi fanno l’elenco dei danni che il Libero Scambio ha arrecato agli Stati Uniti, ma poi concludono la loro analisi dicendo che non c’è alternativa, in quanto negli Stati Uniti la struttura industriale si è deteriorata eccessivamente e rende inverosimile una rapida ricostituzione della capacità produttiva, che sarebbe necessaria in uno scenario protezionista. Al contrario l’Europa è ancora in grado di produrre di tutto, e si trova ad essere, fra il declino degli Stati Uniti e la crescita della Cina, la maggior concentrazione di competenze tecniche del pianeta.[7]

Il protezionismo di cui parla Todd non è una chiusura netta: “Per quanto mi concerne, spingo la moderazione del protezionismo fino a distinguere accuratamente, al contrario degli ideologi della globalizzazione mascherati da economisti, il movimento delle merci da quello dei fattori di produzione. Da buon discepolo di Friedrich List, sono favorevole alla libera circolazione del capitale e del lavoro.”[8] [9]

L’obiettivo primario del protezionismo europeo è di opporsi alla crisi economica e di salvare la democrazia evitando il dramma di una continua diminuzione dei salari.: “Lo scopo del protezionismo non è, fondamentalmente, di respingere le importazioni provenienti dai paesi esterni al privilegio comunitario, ma di creare le condizioni per una crescita dei salari.”[10] “La crescita dei redditi implica un rilancio della domanda interna europea, che comporta di per sé stessa un rilancio delle importazioni.”[11]

Posto il protezionismo europeo come obiettivo, Todd fa un gioco di simulazione (da un punto di vista Francese) per capire come lo si possa raggiungere. Per quanto riguarda l’Inghilterra, Todd dice che inizialmente non potrà accettare una svolta in senso protezionistico perché il Libero Scambio è una parte troppo importante dell’identità nazionale inglese. La Germania sta al centro del suo ragionamento: la Francia dovrebbe affrontarla in modo diretto convincendola a preoccuparsi di più del mercato interno europeo e invitando i tedeschi a una svolta verso il protezionismo a livello europeo. Se si rifiutano, la Francia dovrebbe minacciare la propria uscita dall’Euro, che provocherebbe in modo quasi automatico la stessa mossa da parte dell’Italia.

Gli economisti che parlano in televisione fanno finta di non conoscere il problema dell’impoverimento dei mercati descritto nella favola, perché altrimenti dovrebbero ammettere che il Libero Scambio genera dei problemi e smetterebbero di essere economisti alla moda (e di prendere sovvenzioni dai capi dei Cani).
Questi economisti dicono che il protezionismo è una cosa vecchia e che non fa parte del futuro luminoso verso cui ci siamo incamminati, ma forse si sbagliano. Emmanuel Todd ci invita a riflettere su di un protezionismo intelligente esteso dalla Gran Bretagna alla Russia: “Lo spazio politico e quello economico coincideranno di nuovo. La nuova forma politica così creata sarà di un genere nuovo, implicante delle modificazioni istituzionali complesse. Ma si può affermare che in questo caso, e solo in questo caso, dopo la democrazia, ci sarà ancora la democrazia.”[12]

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  1. [1]Emmanuel Todd, sociologo e demografo francese formatosi all’Università di Cambridge, è ricercatore presso l’Institut national des études demographiques di Parigi.
  2. [2]Todd, E. (2008) Après la démocratie, Gallimard, Collana: Folio actuel.
    Questo articolo prende spunto dalla lettura dell’ultimo capitolo di Après la démocratie (pagg 259-298). Nel momento in cui scrivo il libro non è disponibile né in lingua italiana né in lingua inglese. Si tratta di un’analisi della società francese che arriva ad alcune conclusioni rilevanti anche a livello europeo. Una più completa esposizione della teoria di Todd (una critica non marxista del capitalismo) si può trovare in:
    Todd, E. (2004) L’illusione economica. La crisi globale del neoliberismo, Milano, Tropea.
  3. [3]La fattoria degli animali è quel libro in cui Orwell racconta le vicende degli animali in un’ipotetica fattoria, facendo la parodia della nascita di una dittatura.
  4. [4]In questo senso potremmo anche dire che il Libero Scambio implica una sorta di comunismo dei mercati, in quanto il mercato di ciascuna specie animale viene ad “appartenere” ai venditori di tutte le specie animali.
  5. [5]“Il s’agit d’échapper au cauchemar actuel: la chasse à la demande extérieure, la contraction indéfinie des salaires pour faire baisser les coûts de production, la baisse résultante de la demande intérieure, la chasse à la demande extérieure, etc.,etc.”
    Todd, E. (2008) Pag 293
  6. [6]“La démocratie planétaire est une utopie. La réalité, c’est, à l’opposé, la menace d’une généralisation des dictatures. Si le libre-échange engendre un espace économique planétaire, la seule forme politique concevable a l’échelle mondiale est la «gouvernance», désignation pudique du système autoritaire en gestation. Mais pourquoi alors, puisqu’il existe un espace économique européen déjà bien intégré, ne pas élever la démocratie à son niveau?”
    Todd, E. (2008) Pagg 290-291
  7. [7]Todd, E. (2008) Pag 292
  8. [8]Todd, E. (2004) Pag 21
  9. [9]Un esempio nel settore tessile potrebbe essere il seguente: i tessuti che si usano in Europa devono essere prodotti in Europa, ma le macchine per fare i tessuti possono essere fatte in Europa e vendute alla Cina o fatte dalla Cina e comprate dall’Europa. La Cina potrebbe usare i suoi soldi per comprare fabbriche europee di tessuti, ma con l’obbligo intrinseco di mantenerle funzionanti in Europa.
  10. [10]“Le but du protectionnisme n’est pas, fondamentalement, de repousser les importations venues des pays situés à l’extérieur de la préférence communautaire, mais de créer les conditions d’une remontée des salaires.
    Todd, E. (2008) Pag 293
  11. [11]“La hausse des revenus implique une relance par la demande intérieure européenne, conduisant ellemême à une relance des importations.”
    Todd, E. (2008) Pag 293
  12. [12]“Espaces économique et politique coïncideraient à nouveau. La forme politique ainsi créée serait d’un genre nouveau, impliquant des modifications institutionelles complexes. Mais on peut affirmer que dans ce cas, et dans ce cas seulement, après la démocratie, ce serait toujours la démocratie.”
    Todd, E. (2008) Pag 298

RACCONTO DI UN VIAGGIO IN CINA

SEI GIORNI A XIAMEN, CINA

Ho preso d’urgenza un volo verso la Cina per fare assistenza tecnica presso un nostro cliente di Xiamen, una città situata sulla costa nella parte meridionale del paese. Xiamen ha vinto il premio di città più pulita della Cina ed è considerata una località turistica. Insieme a me c’è un ragazzo di venticinque anni, un simpatico bergamasco introverso di nome Roberto.[1] Nell’area del ritiro bagagli facciamo subito la prima conoscenza: Giuliana. Anche lei è bergamasca, e lavora qui per controllare le produzioni di un’azienda italiana di abbigliamento. Le chiediamo dove si trova l’ufficio cambi più vicino, ma in questo aereoporto non c’è: ci conviene andare alla Bank of China che si trova nello stesso edificio del nostro albergo, di fronte al palazzo dove abita lei. Nel dirci queste cose continua a camminare a passo svelto; noi le corriamo dietro e saliamo in taxi insieme a lei che litiga in cinese col tassista, il quale vorrebbe farle pagare 10 yuan[2] in più per mettere le valigie anche sul sedile anteriore; le spostiamo dunque nel bagagliaio. Facciamo un po’ di fatica, perché sono piene di pezzi di ricambio e pesano molto. Giuliana è una bella donna di poco sopra i trent’anni, le piace vestirsi in modo appariscente, ha studiato lingue a Venezia ed è venuta per la prima volta in Cina nel 2001, perché già allora si faceva fatica a trovare lavoro in Italia. Torna normalmente a casa ogni sei mesi, ma quello di adesso è un viaggio aggiuntivo fatto per portare dei campionari urgenti. Parla benissimo il cinese. Ha un carattere deciso, ed una volta ha fatto piangere un tassista del posto che ha cercato di raggirarla. Non esce molto per divertimento, ma ha la fissa della palestra e segue una dieta di proteine ricca di carne. I tratti del suo viso sono particolari e non viene quasi mai identificata come italiana; più facilmente come sudamericana.

Xiamen, Cina: Edifici in costruzioneIl viaggio dall’aereoporto all’albergo dura una ventina di minuti e ci da modo di prendere il primo contatto con la città. Ci sono alcune strutture molto moderne, rivestite in vetro, mescolate a molti palazzi visibilmente più datati; sono molti gli edifici in costruzione. La temperatura è alta, l’aria è umida, e le nuvole coprono il sole.

I facchini dell’albergo sono sorpresi dal peso delle valigie e per portarle dentro prendono un carrello. Al check in ci immobilizzano 500 euro sulla carta di credito; la spesa per cinque notti in stanza doppia sarà di 370 euro.[3] Ci troviamo in una zona centrale di Xiamen, e dopo aver sistemato le camicie mi viene voglia di uscire a far due passi. Il mio compagno di viaggio prova meno attrazione di me per l’esplorazione della società circostante, e rimane in stanza a dormire. Appena sono uscito vado in banca a cambiare 400 dollari in valuta locale,[4] per poi incamminarmi verso la passerella pedonale che scavalca la strada di fronte all’albergo, andando in direzione del palazzo dove abita Giuliana. Per terra c’è bagnato, e un pulviscolo umido sospeso nell’aria si colloca a metà strada fra la nebbia ed una pioggerella leggera. Nelle strade c’è gente, e si trovano diversi negozi aperti anche se è domenica. Di scritte in inglese ce ne sono davvero poche, praticamente solo i nomi delle aziende ed alcuni indirizzi internet.

Tornato in albergo trovo Roberto che si lamenta e vorrebbe già essere di ritorno. Siamo al diciottesimo piano e un lato della camera è occupato per tutta la larghezza da una finestra; ci sono alcune scritte cinesi incise nella pellicola oscurante che ricopre i vetri. Roberto è seduto sull’ampio davanzale interno e sta fumando nervosamente. Sul comodino c’è un gadget di cartoncino con una parte rotante simile al disco orario che si usa nei parcheggi; serve ad indicare le condizioni meteo previste per il giorno dopo. Sul tavolo c’è un piatto con tre frutti: una mela e una pera completamente senza sapore ed una banana dal gusto accettabile. Leggendo le istruzioni del televisore capisco che ci dovrebbero essere un paio di canali in inglese oltre a quelli in cinese, ma non ho voglia di cercarli. Nel bagno manca lo spazzolone del gabinetto, ma questo non è un problema, perché il livello dell’acqua è tenuto alto ed impedisce l’impatto fra la ceramica e qualsiasi oggetto che potrebbe sporcarla. Non mi sono portato l’asciugacapelli, ma ne trovo uno in un sacchetto di velluto nero col nome dell’albergo. Le prese elettriche sono adatte ai nostri apparecchi e non ci serve quindi nessun adattatore, il wifi è disponibile e c’è anche un collegamento internet via cavo. Youtube e Facebook sono inaccessibili, mentre Google funziona bene, come pure Skype, che nei giorni successivi sarà il principale mezzo di comunicazione con l’Italia.

Verso le otto di sera scendiamo al piano terra per mangiare nel ristorante dell’albergo. Io voglio provare la cucina locale: ordino dei broccoli fritti ed un piatto che dalla foto assomiglia ad uno spezzatino di carne. Mi va male con entrambi; i broccoli sono lessati anziché fritti, e lo spezzatino è fatto di tofu, un’entità insapore tagliata in cubetti e con la consistenza di una gelatina leggermente soda, per di più piccante. Dopo tre pezzi di tofu alzo bandiera bianca e mi ritiro sul piatto di cavolfiori, che se non altro riesco a mangiare senza nausea. Il mio collega bergamasco invece se l’è cavata con un sandwich di cui mi ha offerto un pezzo. Seduto accanto a noi c’è un gruppo di cinesi. Dal loro tavolo sentiamo provenire dei risucchi e qualche rutto che in Italia potrebbero essere motivo d’imbarazzo, ma che loro inseriscono con naturalezza fra le parole.

Cina-07-costruzioni-moderne-nell-entroterra-di-XiamenLunedì mattina viene a prenderci un’auto mandata dal cliente, e facciamo la conoscenza con Susan, il nostro contatto cinese. Non è molto alta, porta gli occhiali, i capelli sono neri, lisci, tagliati a caschetto. Naturalmente parla anche l’inglese, anche se non benissimo, ed è molto cordiale nei nostri confronti. La nostra destinazione non si trova nell’area cittadina di Xiamen, che è un’isola, ma nell’entroterra; per raggiungerla ci vuole mezz’ora. All’arrivo siamo sorpresi dall’edificio: è imponente ed ha l’aspetto di un moderno centro commerciale; ha otto piani e vi lavorano duemila persone, di cui soltanto una ventina circa non sono cinesi.

Dopo la mattinata di lavoro veniamo accompagnati in una mensa dedicata agli stranieri e alla dirigenza; ci sono cinque vassoi caldi con pietanze vicine ai gusti occidentali. La mia preferenza va ad un’insalata di pollo e ad uno spezzatino di carne bianca con sugo di pomodoro, metre Roberto prende un altro panino e delle patate fritte. Al nostro tavolo si siede un uomo anziano di origine canadese che deve essere informato della nostra presenza in azienda, perché ci fa domande mirate su alcune questioni tecniche. Poi ci presta il suo pass per andare a prendere due lattine di coca-cola al grande bancone della mensa dove si trovano i dipendenti cinesi. Quando il canadese esce dalla mensa abbiamo modo di scambiare due parole con alcuni ragazzi che nel frattempo si sono seduti nel tavolo accanto. Uno di loro si chiama Edward e ci da un caloroso benvenuto. I tratti del suo viso sono un po’ particolari, probabilmente per via della nazionalità dei suo genitori, uno tedesco e l’altro giapponese.

Il motivo del nostro viaggio comporta la presenza presso la sede del cliente nel corso del normale orario di lavoro, ma non sono previsti impegni serali. Attorno alle cinque del pomeriggio l’autobus aziendale ci riporta in albergo insieme ad alcuni stranieri dell’azienda. In questo modo ogni sera ci rimangono delle ore libere per visitare la città. Salutandoci coi nostri colleghi chiedo a Edward cosa c’è di interessante nei dintorni: non lontano da dove alloggiamo c’è un parco dove ogni sera fanno qualcosa.

Alle otto andiamo a cena in un ristorante a duecento metri dall’albergo; si chiama Tuscany, ed in teoria dovrebbe fare cucina italiana. In pratica la carne nell’hamburger sa terribilmente di aglio e la pizza è come quelle surgelate: insapore. La carbonara invece, sebbene un po’ troppo bagnata, ha un gusto compatibile col nome che porta. Uno dei camerieri, Marco, è un ragazzo di Padova, ha 25 anni, e normalmente si presenta ai Cinesi dicendo che è di Venezia, dove anche lui come Giuliana ha studiato lingue (ma non il cinese). Mentre parliamo ci scambiamo i numeri di telefono e provo a fargli un messaggio che mi costa un euro. Gli chiedo come si può fare per avere un numero cinese. Marco dice che qui in Cina la burocrazia è ridotta rispetto a quella che c’è in Italia; nelle vicinanze c’è un negozio della Telecom cinese dove si può facilmente avere un numero nuovo senza bisogno di documenti. Usciamo a fumare insieme una sigaretta (anche se non ci sarebbe un divieto rigoroso di fumare all’interno), mi racconta dei locali che conosce, e nel frattempo saluta alcuni passanti stranieri. È molto attratto dalla vita notturna di Xiamen, e vengo a sapere che qui ci sono dei party sulla spiaggia conosciuti in tutta la Cina. A parte l’impiego come cameriere, lui si occupa anche di importare vini dall’Europa e di esportare borse in Italia. Conosce Giuliana; dice che è un tipo che si fa rispettare. Prima di andare via dal ristorante, Marco mi porta una scheda telefonica cinese che mi ha fatto il favore di comprare senza che glielo chiedessi. Sono 60 yuan,[5] incluso del credito che sarà sufficiente per una ventina di SMS.

Marco mi ha confermato che il luogo indicatomi da Edward è interessante. Arrivo in zona che sono le undici di sera. Il parco sorge in prossimità del mare e la riva è costituita da una gradinata alta cinque metri. Provo a scendere avvicinandomi all’acqua, ma devo tornare indietro perché tutta la parte più bassa della gradinata è sporca di alghe, presumo per la marea che dev’essere decisamente maggiore rispetto a quella cui siamo abituati nel Mediterraneo. Lungo la parte superiore della gradinata sono disposti quattro locali che guardano verso il mare; tutti e quattro hanno le luci accese e fanno musica. Ci sono alcune persone che passeggiano e altre sedute ai tavoli esterni, ma all’interno dei locali non c’è nessuno e le sedie sono impilate, probabilmente perché è soltanto lunedi.
Dove finisce la gradinata si trovano un grande ristorante e altri tre locali più simili a discoteche. Provo ad entrare in quello che si chiama Key Club. Mi riconoscono subito come occidentale, una ragazza mi viene incontro e mi accompagna ad un tavolo. Dice che è la manager del posto, ma penso che semplicemente si occupi di public relations. Si chiama Rita, e ci scambiamo il numero di telefono. Ordino da bere un Black Russian e fumo un paio di sigarette. Non rimango a lungo, perché la musica è troppo soft e non è adatta a ballare. Inoltre vedo che il locale è pieno di tavoli e non c’è spazio per muoversi. Quando sono fuori chiedo l’orario di chiusura ad un buttafuori. Riesco a farmi capire a gesti, e dopo avermi mostrato la mano aperta per indicare le cinque del mattino, di sua iniziativa mi viene alle spalle e mi sistema il bavero della giacca. Sulla via del ritorno passo in un punto del parco che prima non avevo visto, camminando su alcune passerelle di pietra e cemento costruite in mezzo a un grande specchio d’acqua. È una vista piacevole. C’è anche un grande viale il cui pavimento è decorato con delle luci affogate nel cemento. Ogni tanto cerco di accendermi una sigaretta con i cerini presi dall’albergo, ma questi non vogliono saperne di accendersi.

Martedì dopo il lavoro mi separo da Roberto e vado in taxi al tempio buddista di Nanputuo. Purtroppo è già chiuso, ma riesco a vederne l’architettura esterna ed il giardino antistante. Sul prato ci sono un paio di anziani intenti a riprodurre con lentezza dei movimenti simili a quelli di un’arte marziale, mentre sulla riva di uno stagno poco distante tre monaci rotondi e sorridenti spezzano del pane che gettano in pasto ad un grosso pesce. Riconosco in lontananza il palazzo dell’Università di Xiamen che avevo visto in qualche immagine di Google prima di partire. Mi incammino in quella direzione, arrivo nella zona dove ci sono le aule e vedo che stanno facendo lezione anche se sono le otto di sera. Mi soffermo accanto ad alcuni finestroni per spiare all’interno: anche qua utilizzano sia lavagne col pennarello sia lavagne col gesso, oltre agli schermi per i proiettori. Ogni tanto ci sono delle scritte in inglese.

Cina-02-centro-commercialeUscendo dalla zona universitaria mi trovo davanti un piccolo centro commerciale addobbato con parecchie luci e con un pannello pubblicitario luminosissimo. Entro, alla ricerca di una maglietta da portare ad un’amica in Italia, ma trovo solo capi con scritte o loghi occidentali, non in cinese come speravo. Mi servirebbero poi un paio di magliette e di mutande per me, visto che mi sono reso conto che quelle portate dall’Italia non mi basteranno. Girando fra i reparti, delle mie magliette e delle mutande mi sono dimenticato presto, ma in compenso ho trovato un bellissimo paio di jeans di marca cinese. Sull’etichetta di cuoio dove passa la cintura c’è scritto: CHINA STREET PUNK STYLE – IDEAL LOVER DESIGN FACTORY. Sono etichettati a 220 yuan, ma la cassiera me li batte a 159.[6] Sono morbidi ed aderenti, come piace a me; li indosso subito uscendo dal negozio, ma poi li metto in valigia per l’Italia, perché penso che qui in Cina sia meglio passare per straniero.

Da queste parti il taxi costa poco; ad esempio il tempio dista quindici minuti dall’albergo e l’andata ed il ritorno costano insieme circa 40 yuan.[7] Quando si chiede lo scontrino il tassista alza il prezzo di due/tre yuan rispetto a quello che appare sul tassametro, e ci consegna insieme allo scontrino alcuni bigliettini su cui sono riportati un numero di serie e dei timbri.
Naturalmente i tassisti non sono assolutamente in grado di leggere l’inglese, e vedo che faticano anche con il cinese, non vi so dire se per loro incapacità o se perché è intrinseca alla scrittura cinese una maggiore lentezza nel riconoscimento visivo delle parole. Fatto sta che non li vedo mai leggere al volo l’indirizzo, devono sempre soffermarsi un momento prima di capirlo.
A parte questo i cinesi guidano male, tagliano la strada e hanno l’inversione facile. Il più pericoloso dei tassisti che abbiamo provato era un giovane con un tick: ogni tanto piegava all’improvviso la testa di lato mettendosi la mano sul collo. Ha rischiato più di una volta di investire dei passanti, evitandoli all’ultimo momento.
Per strada si vedono molte auto nuove e di grossa cilindrata, ma poche di marca europea. In mezzo al traffico normale si trovano facilmente dei mezzi molto vecchi e sovraccarichi; ci è capitato di incontrare anche un carrello elevatore (sarà stato un quindici quintali) che attraversava un incrocio in mezzo al traffico in pieno centro.

Ritrovo Roberto in albergo; mentre faceva le sue passeggiate cercando souvenir nei dintorni dell’albergo ha rivisto Giuliana, con la quale ha combinato una cena a tre per mercoledì sera. Forse è più sveglio di quello che sembra.

Verso le undici di sera esco per andare in una discoteca di nome Lomo che ha aperto da poco e si trova a due passi dal nostro alloggio. Anche qui nel riconoscermi come occidentale mi accompagnano gentilmente al bancone. Nel mezzo del locale c’è una passerella dove si svolge un piccolo spettacolo di ballerine, tutte dal volto occidentale. Il cantante è un uomo di colore. Al bancone ordino un cocktail di nome Lamborghini al prezzo di 80 yuan:[8] è uno dei più costosi, uno di quelli a cui danno fuoco. Solo che dopo avergli dato fuoco il barista mi mette in mano la cannuccia ed io la infilo distrattamente nel cocktail per bere mentre la fiamma è ancora accesa; mentre bevo mi pongo il dubbio se la cannuccia sia abbastanza resistente da sopportare le fiamme, e nel fare questo pensiero tiro due sorsi un po’ troppo abbondanti, poi tolgo la cannuccia dal fuoco e l’infilo rapidamente nel bicchiere di acqua che il barista mi ha messo accanto. Sento l’effetto dell’alcol, mi si fanno gli occhi rossi, rallento il respiro per non mettermi a tossire e mi giro dall’altro lato per non farmi vedere in difficoltà dal barista. Tornata la calma, riprendo ad osservare il locale e vedo che quando il cantante fa il ritornello alcune persone attorno a me lo accompagnano sistematicamente con la mano alzata, in particolare il barista ed alcune belle ragazze sedute al bancone. Immagino che siano pagate per fare coinvolgimento. Finito il cocktail mi metto a cercare lo spazio adatto per ballare; l’unico posto dove riesco a posizionarmi è un tratto della passerella. Ci resto per circa una mezz’ora fumando qualche sigaretta (anche stavolta me le devo fare accendere dai cinesi perché i cerini dell’albergo continuano a non funzionare). Poi mi stanco perché vedo che il coinvolgimento del pubblico nel ballo è limitato, e preferisco andarmene.

Mercoledì a pranzo facciamo un’altra conoscenza alla mensa degli stranieri: Enrico, di Milano, forse trentacinque anni. È alto, indossa una camicia bianca con le maniche arrotolate che lasciano intravedere due grandi tatuaggi sulle braccia: princess da un lato, il suo nome dall’altro. Al collo un papillon nero decorato con degli swarovski. Si trova qui da tre anni e lavora all’ultimo piano, dove c’è il giardino. Mi spiega che il canadese che abbiamo conosciuto in mensa il primo giorno riveste un ruolo importante: è l’unico straniero di cui i padroni dell’azienda (cinesi) si fidano pienamente.
Enrico se ne era andato da Milano perché “gli andava stretta,” ma poi ha iniziato a percepire anche Xiamen come “una scatola” troppo piccola; i nuovi arrivati trovano una serie di cose interessanti da vedere, ma presto l’orizzonte mostra i suoi limiti, soprattutto agli occidentali, in quanto a Xiamen ci sono pochi stranieri. Per questo motivo Enrico è contento di passare metà del suo tempo in un’altra sede aziendale a Shanghai, città che trova molto più interessante.
Enrico dice che i cinesi hanno una propensione molto forte al business e rischiano facilmente i loro soldi in iniziative commerciali. La crisi di cui noi parliamo tanto qui non si sente, e non è difficile sentire la storia di qualche giovane intraprendente che “inizia con un chiosco e si trova dopo pochi anni con una catena di ristoranti.” La differenza culturale fra cinesi ed occidentali è grande e si fa sentire; prima o poi a tutti gli stranieri capita di avere dei giorni in cui si raggiunge il limite della sopportazione, anche se poi passa. Saltiamo da un argomento all’altro; mi colpisce sentir dire che a Xiamen gli impianti di riscaldamento sono abitualmente assenti, e che il grande numero di condizionatori che abbiamo visto installati in molti palazzi ha la sola funzione di raffreddamento. Di conseguenza durante l’inverno bisogna sopportare delle temperature non vicine allo zero ma comunque nettamente al di sotto dei diciotto gradi. Mi incuriosisce anche sapere che i cinesi non hanno rispetto per le code, e che non vanno in spiaggia a spogliarsi per prendere il sole.
Mentre chiacchiero con Enrico provo a mangiare alcune arance della mensa, ma sono improponibili: completamente asciutte. Anche qui però ci sono delle banane che si salvano.

Giuliana ha prenotato tre posti per la cena nel ristorante italiano di Giacomo, un bolognese di circa quarant’anni, in Cina da otto. Prima di questo locale Giacomo ne ha avuti altri tre: con il primo ha perso molti soldi, il secondo l’ha venduto bene, il terzo l’ha venduto male; adesso le cose vanno abbastanza bene. Mi parla di alcune delle problematiche con cui si è dovuto confrontare; la rucola ad esempio arrivava soltanto una volta al mese e non era mai uguale, e lo stesso accadeva con altri prodotti deperibili. Adesso invece arrivano tutti i giorni delle consegne a qualità costante. Quando gli chiedo se la frutta qui è tutta immangiabile come quella che è capitata a me, Giacomo mi fa notare che lui non la serve. Si potrebbe trovare qualcosa di buono, ma non è facile.
Quando parlo delle mie uscite serali e vengo a merito dell’atteggiamento di riverenza che hanno i cinesi nei confronti degli occidentali, lui mi dice che sono stato nei posti sbagliati e che ce ne sono parecchi decisamente migliori, frequentati anche da stranieri. Soffia un po’ di fumo e aggiunge che una volta per “fare serata” bastavano 50 euro, champagne incluso, mentre adesso ce ne vogliono 200. Seduta vicino a lui c’è una donna anziana: è sua madre, che gli da una mano a gestire la cucina.
Nel ristorante c’è un filippino che suona dal vivo una chitarra accompagnato da basi registrate. Giacomo dice che guadagna più di lui e vorrebbe che si sforzasse di parlare coi clienti. Mi piace come suona, e gioco a seguire il suo ritmo articolando le dita della mano destra. Dumb dei Nirvana e Knockin’ on Heaven’s Door. Giuliana mi rimprovera perché non riconosco un pezzo dei Pink Floyd; o forse erano i Dire Straits. Mangio degli spaghetti ai frutti di mare che sono molto buoni;[9] prima di uscire faccio i complimenti a Giacomo per il suo locale.

Se non ho capito male, per determinare le tasse di un piccolo ristorante è sufficiente presentare un contratto di affitto, dichiarare la superficie ed il numero di coperti giornalieri. Non c’è obbligo di dichiarazione IVA e lo stato fornisce un certo numero di fatture in base al volume di affari. Le piccole realtà economiche lavorano con i propri soldi pagando in contanti o con assegni a vista. Non esiste nulla di simile al giro degli effetti basato sulle ricevute bancarie com’è in Italia.

Per quanto riguarda il permesso di soggiorno, averne uno permanente per motivi di lavoro è difficile, servono l’invito da parte di un’azienda locale, un curriculum, gli esami del sangue, il certificato di laurea ed altri documenti che non ricordo. Un’alternativa è quella di utilizzare dei permessi multientrata di sei mesi, facendo poi vedere che si esce dalla Cina una volta ogni due mesi, per esempio recandosi ad Hong Kong. Questo è compatibile con l’essere proprietari di un’attività, ma non con l’esserne dipendenti. Per inciso, io e Roberto abbiamo ottenuto il visto per motivi turistici.

Parlando con gli italiani che vivono da queste parti chiedo spesso informazioni a riguardo del reddito dei dipendenti cinesi e del costo della vita. Un operaio nell’entroterra può prendere circa 150 euro al mese, mentre per un cameriere della città una cifra più verosimile è di 250 euro (ma fino a pochi anni fa era meno della metà). Nelle grosse aziende lo stato interviene per impedire che gli stipendi si alzino troppo, perché altrimenti la Cina diventerebbe meno competitiva rispetto ad alcune nazioni limitrofe come il Vietnam. I costi da sostenere per mangiare ed abitare sono decisamente in crescita. Nell’area cittadina lo stato ha recentemente imposto un raddoppio degli affitti. Enrico vive in un appartamento di centoventi metri quadri che prima gli costava 200 euro e adesso è passato a 400. Per lui non è stato un grande problema, ma non si può dire lo stesso dei lavoratori cinesi, per i quali l’incidenza dell’affitto sulla busta paga è considerevole.
A causa di questa situazione stanno diventando più frequenti i casi in cui gli operai semplici preferiscono licenziarsi per tornare nelle campagne a praticare un’agricoltura di sussistenza. C’è stato un caso in cui, se è vero quello che mi hanno detto, si sarebbero licenziati in blocco settecento dipendenti proprio nell’azienda in cui ci troviamo. Con queste premesse la previsione che fanno tutti è quella di un costo del lavoro in aumento e di uno spostamento di alcune aziende verso le zone più interne e povere, all’inseguimento della manodopera a minor costo.

Si tenga presente, per comprendere meglio lo scenario descritto, che in Italia siamo abituati a immagini di cinesi ammassati nei laboratori clandestini e completamente dediti al lavoro, mentre qui non sono infrequenti le figure di cinesi che danno l’impressione di prendersela piuttosto comoda, sia nell’azienda del nostro cliente, sia nell’ambito di tanti piccoli ruoli di servizio che si possono osservare nel contesto cittadino (portieri, commessi, camerieri, guardie, etc.)

Chiudo questa parentesi economica aggiungendo che Xiamen è una città in cui i costi sono molto inferiori rispetto ad altri luoghi come Shanghai, dove possono essere anche il doppio rispetto a qui.

Siamo dunque arrivati a mercoledì sera verso mezzanotte. Al mio ritorno in albergo scrivo alcuni messaggi con Skype (in Italia sono le sei di sera e qualcuno lavora ancora), poi vado in bagno a lavare alcune delle mutande e delle magliette usate nei giorni precedenti; nel tentativo di asciugarle riesco a bruciare l’asciugacapelli dell’albergo. Spero che i cinesi non se accorgano.

Giovedì a pranzo abbiamo più tempo a disposizione perché dobbiamo aspettare il risultato di alcuni test chimici che verranno pronti nel primo pomeriggio. Ne approfittiamo per ispezionare l’outlet aziendale e arriviamo in mensa più tardi del solito. Quando gli altri si alzano per tornare al lavoro io sono ancora seduto a mangiare e ne approfitto per chiacchierare con Sarah, che come i giorni precedenti è arrivata per ultima. Roberto esce a fumare una sigaretta e dice che mi aspetta fuori. Mi perdo negli occhi neri e scintillanti di lei; le dico che mi piace il modo in cui sceglie i momenti in cui parlare e quelli in cui restare in silenzio. Lei viene da New York e le piace ballare. Ci scambiamo i numeri e ci diamo un appuntamento per la sera.

La rivedo sul solito autobus aziendale che di sera ci riporta a Xiamen. Mentre lei parla con qualcun’altro, ci scambiamo senza farci notare alcuni messaggi per definire l’orario ed il luogo. Ma poi lei nello scendere dall’autobus cambia idea e invita me e Roberto ad andare subito a cena insieme. Roberto dice che a lui non interessa e che ieri ci eravamo accordati per andare all’isola di Gulangyu per prendere i souvenir… Non mi va di lasciarlo solo, e a malincuore saluto la ragazza. Gulangyu è una piccola isola piena di negozietti che si raggiunge con il traghetto. Mentre sono sull’imbarcazione mi viene voglia di andare sul ponte superiore per avere un panorama migliore; mi fanno pagare uno yuan in più e mi danno un biglietto numerato con dei timbri, simile a quello dei tassisti. Immagino che si tratti di una forma di tassa statale.

Cina-03-traghetto-per-GulangyuA Gulangyu ci si muove soltanto a piedi; auto e biciclette sono bandite. Secondo Roberto l’atmosfera è come quella di Gardaland. Dovrebbe esserci un museo del piano, ma non abbiamo il tempo di cercarlo. Dopo aver esplorato alcuni negozi Roberto è contento perché ha trovato quello che cercava: delle decorazioni calamitate con il nome di Xiamen. Io resto concentrato sul mio telefono, con cui armeggio facendo SMS fino a che non ricostruisco l’appuntamento con Sarah. Ritorno anch’io ad essere di buonumore, e sulla strada del ritorno canto le canzoni dei cartoni animati.

Incontro Sarah verso le dieci, e andiamo a bere qualcosa nei locali lungo la gradinata in riva al mare. Dopo molto parlare ci incamminiamo verso il Key Club dove stavolta c’è qualcuno che balla fra i tavoli. Quando ci mettiamo a ballare anche noi, uno dei ragazzi del locale ci tira subito sul piano rialzato di fronte al palco del DJ, in parte perché siamo abbastanza ispirati nei movimenti, ma soprattutto perché siamo occidentali. Il ricordo di questa serata mi ha ispirato una canzone:

THE GIRL FROM NEW YORK

I came in Xiamen
to find a girl from New York,
so sweet was the kiss
but she sent me away.

She has been the hint
for my mind to fly.
The flight went too far
and stretched the mind.

The mind fell apart
like a mirror that tries
to follow who leaves
going out of the room.

I came in Xiamen
to find a girl from New York,
so sweet was the kiss
but she sent me away.

So tears on my face
this night in Xiamen;
only saved me the glue
i was told by Cobain.

I came in Xiamen
to find a girl from New York,
so sweet was the kiss
but she sent me away.

Quando rientro in stanza trovo Roberto ancora sveglio; mentre era da solo la connessione internet ha smesso di funzionare interrompendo il suo dialogo con gli affetti familiari. Allora si è arrabbiato e ha chiamato la reception; la cinese che ha risposto parlava inglese meno di lui, però gliene ha dette quattro ed è riuscito a fare venire dei tecnici che hanno sistemato il problema.

Cina-04-incisione-cinese-nel-parco-botanicoVenerdì non dobbiamo andare nell’azienda del cliente e ne approfittiamo per visitare il parco botanico di Xiamen; è piu ampio di quel che pensavo, e servono alcune ore per vederlo tutto. All’interno c’è un colle alto dai fianchi ripidi che offre degli scorci paesaggistici molto interessanti. A Roberto piacciono queste cose. Nell’approssimarci ad una cresta laterale del colle iniziamo a sentire dei vocalizzi che riempiono l’atmosfera. Ci immaginiamo che per ottenere un simile effetto sonoro debba esserci un coro di molti monaci, ma non è così. Proseguendo nel cammino ci si apre davanti una piccola valle nella quale osserviamo il complesso architettonico di un tempio immerso nella vegetazione. Continuando il nostro percorso fra i sentieri del bosco che ricopre il colle incontriamo un accesso laterale ai locali del tempio; si sente il canto ma non si vede nessuno. Entro con circospezione, mentre Roberto mi aspetta fuori a riposare. Mi guardo in giro controllando se c’è qualche persona o qualche cartello di divieto, ma è tutto scritto in cinese. Mi trovo in uno spiazzo da cui vedo gli alloggi dei monaci. Esce un uomo in ciabatte che mi osserva brevemente e poi si dedica al suo cellulare e borbotta qualcosa a qualcuno che non riesco a vedere. Visto che non mi dicono nulla proseguo verso la direzione da cui sento provenire il canto. Salgo alcune scale e arrivo dove ci sono i monaci con la tunica arancio che stanno celebrando la cerimonia. Sono quattro o cinque e stanno usando un microfono. Sono inginocchiati, mi danno le spalle e davanti a loro c’è una serie di statue del Buddha. Dietro di loro alcune altre persone in abiti normali partecipano al rito. Nessuno sembra notare la mia presenza.

Uscendo dal parco facciamo due passi senza una meta precisa, ed incontriamo una decina di imponenti soldati di bronzo che corrono all’assalto, sventolando una grande bandiera rossa con una stella gialla. Poco dopo troviamo un bowling a sei piste dove facciamo una partita; è tutto simile ai bowling che ci sono in Italia, dalle scarpe agli schermi dei punteggi alle poltroncine dei giocatori. Però costa quattro volte di meno. Il nostro punteggio non è un granché, ma un paio di strike riusciamo a farli.
Prima di prendere la strada dell’areoporto passiamo in un grande parco pieno di gente che passeggia e gioca a carte all’ombra degli alberi. Notiamo un gruppo di trenta o quaranta persone che fanno un esercizio buffo: stanno tutte piegate in avanti battendosi le mani sulle gambe, producendo un rumore simile ad un applauso.

Arrivati in aereoporto, l’attesa dell’imbarco è l’occasione per fare un bilancio di quello che abbiamo visto. A parte le questioni lavorative, che in questo racconto ho volutamente evitato di esporre, a parte la mail di Sarah, il pettine e lo spazzolino col marchio dell’albergo, i jeans elasticizzati e le foto che Roberto mi deve ancora girare, a parte questo, cosa mi lascia questo viaggio?

Tutti gli interlocutori con cui mi sono confrontato dicono che la crisi qua in Cina non si sente e che il calo della domanda estera non crea grossi problemi per via della crescita del mercato interno. L’azienda presso la quale stiamo facendo assistenza, ad esempio, ha come mercato principale quello cinese seguito dal Nord America, mentre in Europa vende poco. Quando gli ho chiesto cosa dicono i cinesi dell’Europa, Enrico si è fatto una risata; scherzando, ma non troppo, ha detto che la danno per morta. Poi ha aggiunto che sulle televisioni cinesi c’è una forte propaganda in favore della Cina, e che loro (i cinesi) hanno ancora questo modo di sentirsi come “un grande esercito”.

Penso all’Italia e alle strade delle nostre città che non ci appartengono più, in parte per via dell’immigrazione, in parte per colpa nostra che amiamo stare separati nelle nostre case e nelle nostre stanze. In Cina ho visto qualcosa di diverso. I cinesi non passano molto tempo in casa; non so quanto sia per via del clima caldo, quanto per la miseria della maggior parte delle abitazioni, e quanto per i fattori culturali, fatto sta che loro vivono lo spazio comune della strada in modo più intenso rispetto a noi. Inoltre, se a Brescia di sera una ragazza ha paura a camminare da sola, a Xiamen il problema non si pone nemmeno a notte inoltrata; c’è un senso di confidenza con il luogo pubblico che da noi è assente.
Alcuni frammenti di questa città cinese mi hanno regalato una sensazione sociale particolare e mi hanno ispirato quella sfumatura delicata del pensiero che guarda le persone cercando di farne un coro anziché un’indifferenza, ed è questo il souvenir della psiche che vorrei conservare salutando Xiamen.

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  1. [1]Tutti i nomi di persona di questo racconto sono stati cambiati rispetto agli originali.
  2. [2]1,3 euro
  3. [3]Per entrambi. Dunque sono 180 euro a testa.
  4. [4]2.500 yuan
  5. [5]7,9 euro
  6. [6]20,9 euro
  7. [7]5,3 euro
  8. [8]10,5 euro
  9. [9]80 yuan, pari a 10,5 euro

LA DANZA DEL QUI ED ORA: UN PARADISO TASCABILE

IL CONTESTO GRIGIO
LA ZONA DEL COLORE

IL CONTESTO GRIGIO

Il nostro pensiero è l’arte di organizzare quello che vediamo in funzione di un obiettivo, ma quello che noi vediamo è drammaticamente poco rispetto al brusio assordante del divenire che impazza dappertutto nel mondo, negli uffici e nelle menti, sugli schermi, nelle fabbriche e nelle atmosfere.

Noi pensiamo di sapere come andranno le cose e ce ne facciamo un’immagine nella testa. Ma il resto del mondo non si organizza per compiacere le nostre aspettative. C’è una natura intrinseca nelle cose che procede con le sue logiche indifferenti ai nostri programmi. E soprattutto ci sono le intenzioni degli altri uomini, contrapposte alle nostre.

Le maglie del ragionamento si allargano nel tentativo di avvolgere le conseguenze e le condizioni dei processi produttivi, ma non si può tenere conto di tutto. Basta aspettare, ed arriva sempre qualcosa che non era previsto e ci costringe a cambiare il pensiero per adeguarlo al mondo. Le nostre aspettative sono un cristallo che andrà in frantumi negli ingranaggi insensibili del divenire.

C’è qualcosa di perverso nel modo in cui l’uomo si innamora dei suoi progetti sul mondo, che nascono con tanto entusiasmo ma poi incastrano in sé stessi il medesimo uomo che li aveva amati, rendendo triste il suo ragionare. La società funziona per mezzo di questa perversione al cui meccanismo è difficile sfuggire.

Ma se il ragionamento sul mondo è divenuto triste, allora il pensiero ha bisogno di un luogo a parte dove dimenticarsi del mondo. Se la società è una foresta alta dove non penetra la luce, noi cerchiamo una radura che sfugge alle ombre per ritrovare il cielo. Noi ce ne andiamo dal futuro per restare nel presente, abbandoniamo il resto del mondo per guardare solo a queste case, ci distogliamo dalle parole delle persone ritraendoci nell’interno che non parla.

Aries Tottile diceva che se l’uomo è ragione, allora il bene dell’uomo è l’esercizio della ragione; ma l’uomo è anche e soprattutto corpo. Accantonare il ragionamento guasto per dare spazio al corpo può essere la strategia migliore per poi tornare ad un ragionare che prenda le mosse da ambienti del pensiero più puliti.

Spesso la volontà che organizza l’azione per raggiungere gli obiettivi finisce per creare una sorta di cortina fumogena tra noi ed i nostri movimenti, che vengono compiuti senza essere vissuti. Ma una volta che ci siamo lasciati alle spalle i ragionamenti andati a male, l’azione si può liberare dalla schiavitù dei risultati e le diviene accessibile quel tanto di sacro che è insito in ogni movimento.

Ecco, sto smettendo di alimentare i pensieri dei progetti e degli obblighi in società. Lascio che le immagini del lavoro, delle persone e delle notizie diventino sbiadite. Dopo aver parcheggiato l’attenzione nell’ascolto del respiro, osservo con la coda dell’occhio i pensieri del giorno che continuano a germogliare. Ma se io mi trattengo e non li guardo, se io non li raccolgo, loro ritornano sott’acqua come un delfino che dopo essere uscito nell’aria ricade. E anche se ci sono attorno a me delle persone, no, non è vero: quelle persone non ci sono, sono solo creature in periferia che non sono interessate a quello che sto facendo, e nemmeno possono vederlo.

Se prima la ragione inviava l’ordine di muoversi per mezzo di telegrammi, adesso ascolta quello che il corpo ha da dire. È il momento dell’aderenza, dell’attenzione che si diffonde nei volumi della carne, nei muscoli grandi delle braccia e delle gambe ma anche in quelli minuscoli i cui nomi sono conosciuti dai medici soltanto. È il momento per accogliere il suono ordinato in ritmi ed armonie di note sovrapposte: la musica, l’allenatrice del corpo e del pensiero.

LA ZONA DEL COLORE

Tra le foglie di una pianta lo sguardo dell’uomo indaga nella speranza di un frutto, e quando si trova di fronte ad un volto lo interpreta disponendolo attorno agli occhi. Allo stesso modo la mente desidera trovare i punti polari della struttura musicale, e quando pensa di averne trovato uno, lo mette alla prova afferrandolo con il capitano di tutti i gesti: il piede che incontra il pavimento.

Ogni volta che il gesto indovina il tempo, l’energia non cala per il lavoro compiuto ma aumenta con la solidità della sensazione musicale. E se le gambe giocano bene, poi l’anima dell’ispirazione prende possesso anche del tronco, delle braccia, e delle mani; fino alle articolazioni delle dita. La struttura corpo è messa al servizio della struttura musica, come fosse un burattino dalle molteplici possibilità, ed ai gesti semplici che battono i tempi forti seguono montaggi più articolati.

Nei film d’avventura ci sono delle mattonelle segrete, e quando qualcuno per sbaglio le calpesta scattano le trappole infernali e crollano i palazzi. In questo video-real-game invece c’è un punto G segreto del cemento che si muove sotto il pelo della superfice come i grandi vermi nelle sabbie di Dune, e quando tu riesci a seguirlo con i passi, il pavimento prende vita e diviene un animale da cavalcare. Quando ne perdi le tracce ti devi fermare, immobile come una statua silenziosa, in attesa che l’intuito ne ritrovi la posizione.

Ma non siamo in un laboratorio teatrale del novecento, e non è un atleta quello che sta ballando, preoccupato di muscoli più resistenti per balzi più potenti. È un cittadino del triste impero che di professione fa qualcos’altro, ed usa con affetto il corpo che ha a disposizione per suonare lo spartito, senza arrabbiarsi per i limiti del suo strumento. Non è l’intensità della prestazione fisica che comanda in questo gioco, ma la sintassi delle parole movimento di cui il regista interiore dispone. E là dove la fatica si fa sentire, il cittadino danzante interpone pause immobili o diminuisce oltremodo l’intensità di ogni gesto, fino a lasciarne solo un cenno del capo o dello sguardo. Ma non rinuncia mai ad infatuarsi per le lucciole che si accendono nel triangolo magico fra il corpo, la mente ed il suono organizzato.

Il manuale dell’uomo ci insegna una danza per costruire il regno del Qui ed Ora, dando così un senso all’impresa di affrontare l’altrove che ci viene contro nei giorni. Non è un ballo per piacere allo sguardo di una platea; è una forma di bellezza che non viene osservata da quelli che stanno fuori, ma da quell’unico[1] che sta dentro.

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  1. [1]Una precisazione: non ho utilizzato questa espressione per indicare la fede in un io monolitico, che al contrario percepisco come molteplice. Credo che la convenzione dell’io grammaticale unitario sia un metodo liberamente utilizzabile a seconda delle occasioni. In questo caso si può considerare tale unico come il punto mentale in cui sta per formarsi l’ispirazione, non comandata da un ordine ma invitata da un’attesa.