Gli effetti della regolazione emotiva su ansia e depressione

Quali sono le strategie migliori per tenere un equilibrio nella nostra vita emotiva? In questo post descriviamo il risultato di uno studio1 effettuato sugli adolescenti, i cui risultati ci appaiono interessanti anche da un punto di vista più generale.

Nel bambino da 1 a 2 anni la regolazione emotiva dipende essenzialmente dall’influenza esterna dei genitori, mentre durante l’età compresa fra 3 e 5 anni aumenta l’importanza dei processi interiori, che naturalmente si intrecciano con fattori sociali, culturali e interpersonali. Negli anni fra 6 e 12 si sviluppano le competenze esecutive (per esempio attenzione, inibizione, memoria, pianificazione), che si accompagnano ad una maggiore consapevolezza delle emozioni e ad una migliore capacità di gestirle. Queste competenze continuano a svilupparsi nel corso dell’adolescenza (dai 13 ai 18 anni), con la messa a punto di processi cognitivi sofisticati quali l’assunzione delle prospettive altrui,2 il pensiero astratto e il processo decisionale. Aumenta cosí l’abilità dei ragazzi di impiegare le strategie di regolazione emotiva in modo efficace.

Da un’analisi della letteratura è possibile individuare almeno sei strategie di regolazione emotiva. Tra di esse, quelle che hanno un effetto tendenzialmente positivo sulla salute mentale sono:

  • la reinterpretazione dei fatti che hanno dato origine all’episodio emotivo (questa è una strategia nota almeno fin dai tempi di Aristotele)

  • l’accettazione che le proprie reazioni si svolgano senza opporre nessuna resistenza (su questo punto, in particolare, torneremo più avanti).

  • il problem solving, inteso come attività volta ad appianare gli ostacoli e a cambiare le situazioni sfavorevoli

Le strategie tendenzialmente negative per la salute mentale sono invece:

  • l’evitamento degli stimoli e delle situazioni che producono esiti emotivi indesiderati (questo può funzionare nel breve periodo, ma alla lunga gli effetti negativi, per esempio l’ansiosità, prevalgono.)

  • la soppressione della sensazione emotiva e della sua espressione nel comportamento.

  • La ruminazione mentale, intesa come forma di riflessione ripetitiva e sterile su cause e conseguenze dell’esperienza emotiva corrente.

Strategie di regolazione emotiva

Lo studio a cui facciamo riferimento si occupa di verificare il legame fra queste sei strategie di regolazione emotiva e i sintomi di ansia e depressione negli adolescenti fra i 13 ed i 18 anni. Schäfer e colleghi hanno realizzato una meta-analisi in cui sono stati analizzati statisticamente i risultati di 35 studi realizzati fra il 1990 ed il 2015. I risultati della meta-analisi confermano quanto ci si aspettava dalle premesse: i soggetti che prediligono la ruminazione, l’evitamento e la soppressione sono più coinvolti nei fenomeni di ansia e depressione, mentre i soggetti che favoriscono le strategie di rielaborazione, il problem solving e l’accettazione sono meno coinvolti.3

Quanto detto finora riguarda il dato oggettivo messo in luce dai risultati sperimentali. È chiaro che questi risultati supportano l’accettazione delle emozioni in senso lato, nonché lo sviluppo delle capacità di problem solving e di rielaborazione. E sconsigliano la soppressione delle emozioni, l’evitamento e la ruminazione. Bisogna però tenere presente che questi dati rappresentano la media di molte situazioni personali qualitativamente disparate, e non vanno presi come regole definitive, bensì come una base per lo sviluppo di approcci teorici di più ampio respiro, nonché di soluzioni personalizzate in base alle situazioni specifiche delle persone coinvolte. A tal proposito vorremmo aggiungere al dato oggettivo un nostro commento personale.

Il valore dato all’accettazione richiama l’attenzione sulla necessità di scegliere interpretazioni culturali che sappiano incanalare i nostri istinti emotivi dando loro soddisfazione. Questo non significa però che dobbiamo farci star bene qualsiasi sviluppo emotivo spontaneo, perché non ci siamo solo noi, ci sono anche gli altri, e noi scegliamo una visione culturale nella quale prendersi cura degli altri è importante. Sia benvenuta dunque l’accettazione, ma intesa come proprietà generale di una comprensione profonda, di una visione culturale ampia che sappia anche porre un limite al libero corso delle emozioni. Tanto per capirci, quando siamo arrabbiati sarebbe disastroso accettare l’istinto di dare un pugno ad un amico. Sembra meglio sopprimere questo istinto sul momento, e poi tornare a discutere dell’episodio in un secondo momento, per giungere ad una comprensione condivisa che ci consenta, a quel punto sì, di trovare un sentimento di accettazione verso il nostro stato emotivo. Vediamo dunque che la soppressione è in determinati casi funzionale ad uno sviluppo positivo delle relazioni sociali. Quello che si può sconsigliare è piuttosto la soppressione reiterata ed abituale dell’esperienza emotiva.

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Regolazione Emotiva: Distrazione e Reinterpretazione

La regolazione emotiva: Tre orientamenti

1Schäfer, Johanna Özlem, et al. “Emotion regulation strategies in depressive and anxiety symptoms in youth: A meta-analytic review.” Journal of youth and adolescence 46.2 (2017): 261-276.

2“Perspective taking” in inglese.

3La ruminazione e l’evitamento hanno una correlazione positiva medio-grande coi sintomi di ansia e depressione. La soppressione ha una correlazione positiva piccola. La rielaborazione e le capacità di problem solving hanno una correlazione negativa medio-piccola. L’accettazione ha una correlazione negativa medio-grande.

La differenza dell’effetto di queste strategie fra depressione e ansia è limitata. Segnaliamo che l’accettazione è più efficace contro la depressione, e che l’evitamento favorisce maggiormente la depressione. Per quanto riguarda le differenze di età, nel corso dello studio non si sono rilevati effetti statistici significativi.

“Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman: una sintesi (e qualche idea nuova).

In questo articolo riassumeremo i concetti fondamentali del famoso libro di Goleman, per poi accennare brevemente alla visione corrente delle neuroscienze affettive.

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

Il libro Intelligenza Emotiva, di Daniel Goleman

Il libro di Goleman sull’intelligenza emotiva è una sorta di passeggiata attraverso i temi della psicologia più rilevanti per la vita di tutti i giorni. L’intelligenza emotiva migliora la vita di coppia, l’ambiente di lavoro e l’educazione dei figli. Aiuta la salute del corpo, promuove il rendimento scolastico, previene i problemi con l’alcol il fumo e le droghe.

L’intelligenza emotiva implica anzitutto la capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni comprendendone le cause. Sulla base di tale consapevolezza si sviluppa poi la capacità di influenzarne il corso. Le emozioni vissute in prima persona, da dentro, sono conosciute in modo diverso rispetto alle emozioni viste negli altri, dal di fuori. L’intelligenza emotiva è tanto più matura quanto più è in grado di riconciliare il sentimento delle nostre emozioni private con gli stati emotivi osservati nelle altre persone.

Una persona dotata di intelligenza emotiva riesce a intuire la condizione interiore dell’interlocutore, sa come parlargli, è pronta a cooperare e ad ascoltare. È in grado di assumere il punto di vista degli altri ed è predisposta a risolvere i conflitti. L’intelligenza emotiva si associa alla capacità di resistere agli stimoli immediati e al mantenimento di un livello di motivazione costante. L’equilibrio emotivo migliora la fiducia in sé stessi, facilita la gestione dell’ansia e la resistenza allo stress.

LO STUDIO DELLE EMOZIONI

All’inizio del libro Goleman dedica molto spazio alla descrizione del modo in cui la psicologia ha iniziato a interessarsi delle emozioni. La psicologia, infatti, non si è sempre interessata alla sfera emotiva. All’inizio del novecento era predominante la corrente del comportamentismo. Si desiderava impostare la psicologia come uno studio esatto del comportamento osservato dall’esterno, e il contenuto della mente era considerato inaccessibile dalla scienza. Poi, dagli anni settanta, si è affermata la corrente del cognitivismo. Il contenuto della mente veniva studiato come informazione, per mezzo della metafora del computer e del software, ma le emozioni non erano ancora oggetto di attenzione. Quando Goleman scrive, negli anni novanta, è soltanto da pochi anni che l’interesse della psicologia si è concentrato sulle emozioni, sospinto dallo sviluppo delle neuroscienze e dall’avvento delle tecnologie in grado di fornire immagini del cervello vivente.

Da un punto di vista evolutivo, il tronco cerebrale è la parte più antica del cervello, connessa al midollo spinale, e garantisce alcune funzioni fondamentali come il respiro o il metabolismo degli organi. Attorno al tronco cerebrale si sviluppa il sistema limbico, nel quale sono compresi i centri emozionali. Nel corso dell’evoluzione il sistema limbico ha sviluppato delle capacità di apprendimento e memoria, che hanno consentito una maggiore adattabilità del comportamento all’ambiente, sulla base dell’esperienza. Il passo successivo è stato lo sviluppo della corteccia cerebrale, che ha la proprietà di modulare gli impulsi emotivi generati nel sistema limbico, e rende possibile un repertorio più ampio di comportamenti.

Da questa descrizione della struttura del cervello è chiaro che le emozioni non sono un evento secondario rispetto alla vita intellettuale. I centri emotivi erano già vecchi di milioni di anni quando si è sviluppata la corteccia cerebrale, l’organo della razionalità. I circuiti emotivi sono situati nelle radici biologiche più profonde della mente, e l’aspetto esclusivamente razionale non rende conto per intero dei fenomeni che emergono dalla vita della mente. È per questo motivo che uno strumento di indagine come la misurazione del quoziente intellettivo rispecchia soltanto una parte circoscritta delle capacità della mente. Goleman insiste molto su questo punto, ricordandoci che il QI è in grado di spiegare soltanto il 20% dei fattori di successo1, e che l’intelligenza emotiva è un fattore molto importante per la buona riuscita di un progetto di vita.

LA COLLERA

La collera è una delle emozioni fondamentali a cui Goleman dedica più spazio nel corso del libro. La collera è caratterizzata da una concatenazione di pensieri che tendono ad auto-amplificarsi. Ma mano che il monologo interiore rafforza la rabbia, la nostra capacità di giudizio diventa sempre più debole, e la collera diviene più difficile da controllare. La collera ha una natura energizzante, motivo per cui a volte si ritiene benefico darle sfogo, ma questo non rappresenta la soluzione ideale al controllo della rabbia, perché dopo essersi sfogati si può rimanere allo stesso livello di emotività da cui si era partiti, se non più elevato. Per contrastare la rabbia è fondamentale interrompere la catena dei pensieri che la alimenta fin dal suo primo presentarsi, quando lo sviluppo del sentimento è ancora all’inizio. Se questo non funziona, ciò che può aiutare è evitare di alimentare la ruminazione negativa ricorrendo a delle distrazioni. Alcune valide strategie di distrazione possono essere le tecniche di rilassamento, l’attività fisica, leggere qualcosa o guardare la televisione. Quando la collera si sarà calmata sarà allora possibile compiere una riflessione per reinterpretare quanto accaduto, cercando di comprendere il punto di vista della persona che ci ha fatto arrabbiare.

Per un approfondimento su questo tema si possono leggere i nostri articoli:
La Rabbia Repressa
Attacchi di rabbia (e scatti d’ira): come gestirli.
Sfogare la rabbia?
Regolazione emotiva: distrazione e reinterpretazione.

ANSIA E PAURA

Le immagini producono manifestazioni d’ansia più intense rispetto ai pensieri. Per questo le concatenazioni dei pensieri preoccupati possono avere l’effetto di alleviare il sentimento negativo degli stati ansiosi. La riflessione promossa dalla preoccupazione ha la funzione positiva di proporre delle soluzioni per risolvere i problemi da cui scaturisce la paura. Il problema si ha quando la preoccupazione assume forme ripetitive e sterili che non conducono a nessun cambio di situazione. Se il ciclo dei pensieri ansiosi persiste, può dare luogo ad una varietà di patologie quali fobie, ossessioni e attacchi di panico. Le tecniche di rilassamento possono essere d’aiuto per distrarci e spezzare il ciclo dei ragionamenti che producono ansia, così come pure l’uso dei farmaci2. Ciò che però è più importante per affrontare l’ansia in modo sistematico è abituarsi a riconoscere sul nascere i concatenamenti di pensieri ansiosi e ripetitivi, e metterli in discussione cercando visioni alternative.


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TRISTEZZA E DEPRESSIONE

Vi sono delle situazioni in cui l’effetto di una lieve sensazione di tristezza può anche rivelarsi positivo, interrompendo le attività in corso e favorendo un momento di riflessione. Quando però la propensione all’attività diviene patologicamente bassa, allora si parla di depressione. Vengono a mancare il senso del piacere e la speranza, non si riesce più a trovare il valore e il senso di nulla, e si instaura un profondo sconforto unito ad una sensazione di dolore. La depressione è un fenomeno che riguarda più le donne degli uomini. Come nel caso dei disturbi ansiosi, la depressione è caratterizzata dalla frequente esecuzione di pensieri sterili e ripetitivi che non portano a soluzioni concrete. Interrompere le catene di ragionamenti ripetitivi è un passo importante per affrontare la depressione. Questo può essere fatto ricorrendo a distrazioni quali la lettura, piuttosto che il cinema, il sonno, un puzzle o la programmazione di un viaggio immaginario. Le tecniche di rilassamento non sono molto efficaci nel caso della depressione, mentre possono essere utili i confronti verso il basso. Uno dei modi migliori di affrontare la depressione è quello di imparare a riconoscere e perseguire le attività che ci fanno stare meglio. La ricerca dei piaceri sensuali può essere d’aiuto, come pure la pratica dell’esercizio fisico e il raggiungimento di obiettivi che ci siamo prefissati. Molto importante può rivelarsi il prendersi cura di qualcuno, per esempio sotto forma di volontariato. Chi volesse approfondire questi aspetti può leggere il nostro testo “Come combattere la depressione. 30 pagine di informazione”.

LA RELAZIONE DI COPPIA

La relazione di coppia è una situazione dove si manifestano dinamiche emotive molto importanti, che tendono a modellarsi sulla base delle differenze intrinseche fra uomo e donna. Le donne sono solitamente più empatiche degli uomini, i quali invece faticano a percepire il malessere della propria compagna, e spesso si creano un’immagine più rosea del rapporto rispetto alla situazione reale. Per le donne è molto importante l’intimità che si crea parlando della relazione, mentre gli uomini, “in linea di massima, non capiscono che cosa vadano cercando le loro mogli.” Uno degli atti più negativi che possono avvenire all’interno di una relazione di coppia è l’attacco personale, la critica aspra rivolta alla persona. Al posto di questo meccanismo distruttivo dovrebbero esserci dei rimproveri costruttivi, indirizzati all’azione esatta che ha creato il problema. La formula giusta per esprimere una critica dovrebbe essere del tipo “Quando hai fatto X, mi hai fatto sentire Y; avrei preferito che avessi fatto Z.” Ad esempio: “Quando sei arrivato in ritardo mi hai fatto sentire trascurata, avrei preferito che mi avvisassi in anticipo”.

Quando in una coppia si evidenziano dei problemi, l’approccio più tipico delle donne è quello di cercare un confronto approfondito ed intenso, mentre gli uomini spesso si trovano a disagio in tale situazione, alla quale spesso reagiscono rifugiandosi in comportamenti inespressivi. I problemi nascono quando questi meccanismi diventano sterili e ripetitivi, stratificandosi, e portando i membri della coppia a vivere due vite parallele “sentendosi soli all’interno del matrimonio”.

Gli argomenti tipici su cui la coppia va in disaccordo sono il sesso, l’educazione dei figli e i soldi. Le coppie che funzionano non sono quelle che hanno eliminato il disaccordo, ma quelle che hanno trovato il modo di parlarne, pur mantenendo opinioni differenti.

Vi sono una serie di consigli che si possono dare per migliorare il benessere emotivo della coppia. Gli uomini dovrebbero “guardarsi dal tagliar corto durante la discussione offrendo troppo spesso una soluzione pratica – solitamente, per la moglie, è più importante sentire che il marito ascolta le sue lamentele ed empatizza con i suoi sentimenti (anche se non deve essere necessariamente d’accordo con lei)”. Gli uomini dovrebbero interpretare le critiche come richieste d’attenzione, mentre le donne dovrebbero evitare accuratamente di porre le critiche nella forma di attacchi diretti alla persona.

Nelle discussioni bisognerebbe evitare le divagazioni e affrontare gli argomenti uno alla volta dando al partner la possibilità di esprimersi. Bisognerebbe esercitare empatia, chiedendosi cosa c’è dietro le parole pronunciate. Quando si ha torto si dovrebbe chiedere scusa, ed è utile trovare qualcosa di buono da apprezzare nel partner. Esercitarsi ad assumere il punto di vista dell’altro è una pratica fondamentale, ma non è così scontato riuscirci. Nelle terapie di coppia si suggerisce un metodo chiamato rispecchiamento: “quando un partner dà voce a una protesta, l’altro la ripete con le proprie parole, cercando di cogliere non solo il pensiero che la anima, ma anche i sentimenti che l’accompagnano”.

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L’AMBIENTE DI LAVORO

L’ambiente di lavoro è un’altra situazione tipica dove le dinamiche emozionali sono molto importanti. Quando nell’ambiente di lavoro gli equilibri emotivi sono gestiti in modo inadeguato si verificano dei fenomeni negativi quali una riduzione della produttività, un maggior numero di errori e di scadenze non rispettate, e un elevato numero di persone che scelgono di andarsene in cerca di possibilità migliori.

Un aspetto decisivo della vita emozionale dell’azienda riguarda la comunicazione delle informazioni sgradevoli. Come nel rapporto di coppia, le critiche che assumono il carattere di attacchi personali hanno effetti molto negativi. Le comunicazioni dovrebbero sempre essere specifiche, individuando in modo preciso ciò che va bene e ciò che non va bene. L’esercizio dell’empatia è consigliato per modulare in modo corretto la comunicazione dei problemi. L’indicazione di un problema dovrebbe essere accompagnata da suggerimenti su come è possibile fare meglio le cose. I momenti di comunicazione faccia a faccia e la trasmissione di un feedback frequente sono entrambi fattori che possono migliorare l’ambiente di lavoro.

Le persone che in ambito aziendale riescono meglio sono quelle che si costruiscono una rete di rapporti informali cui appoggiarsi. Queste reti informali possono essere suddivise in tre tipi: le persone con cui si parla, le persone competenti a cui si può chiedere un parere da esperti, e le persone di cui ci si fida. Chi sa costruirsi reti di questo tipo sarà molto più rapido nel raccogliere l’informazione necessaria per far fronte alle situazioni impreviste.

Una parte importante della vita aziendale si svolge in situazioni di gruppo. Ogni gruppo è dotato, per cosí dire, di un suo quoziente di intelligenza, il quale però non è determinato dalla media delle intelligenze di chi vi partecipa. L’intelligenza del gruppo dipende dall’armonia emotiva al suo interno, là dove la presenza di attriti impedisce al gruppo di mettere a frutto le capacità dei membri più capaci. Un buon livello di intelligenza emotiva dovrebbe evitare sia che alcune persone intervengano troppo ed assumano il controllo del gruppo, sia, all’opposto, che alcune persone non intervengano per nulla.

LE EMOZIONI E LA SALUTE

Goleman osserva che abbiamo a disposizione una quantità crescente di evidenze che mostrano come lo stato emotivo influisca in modo concreto sullo sviluppo di molte patologie fisiche. La collera, in particolare, ha un effetto negativo sulle cardiopatie. L’ansia e lo stress invece tendono a compromettere la funzionalità del sistema immunitario. Lo stress rappresenta la reazione alla percezione di un pericolo e rende l’organismo più pronto alla reazione di attacco e fuga (ad esempio alzando la pressione sanguigna). Questo è un vantaggio nel breve lasso di tempo in cui ci si trova di fronte ad un pericolo immediato, ma diventa controproducente quando porta ad uno stato di tensione permanente. L’effetto negativo della depressione sullo stato di salute fisico si manifesta soprattutto quando la depressione è presente insieme ad altre patologie fisiche. In tal caso la depressione è spesso associata a percentuali inferiori di decorso positivo. Un altro fattore molto importante che influenza in modo negativo il corso di una malattia è lo stato di isolamento. Non si tratta tanto di uno stato di solitudine fisica, quanto della mancanza percepita di legami sociali intimi (un approfondimento del legame fra solitudine e depressione si può leggere nel già citato libro sulla depressione).

Goleman suggerisce alcuni provvedimenti che si potrebbero prendere per migliorare l’approccio del sistema sanitario allo stato emotivo dei pazienti. Anzitutto si potrebbero inserire nel percorso di formazione dei medici alcuni momenti dedicati allo sviluppo delle capacità di ascolto ed empatia. L’insegnamento di tecniche di rilassamento ai pazienti può essere utile, soprattutto contro l’ansia e lo stress. I pazienti dovrebbero essere aiutati a porre le domande più efficaci ai dottori, i quali dovrebbero impegnarsi a rispondere in modo esauriente. I dottori dovrebbero anche descrivere con cura il corso della malattia e le condizioni tipiche del periodo di convalescenza. Un altro provvedimento interessante potrebbe essere l’organizzazione degli ospedali in modo da favorire la presenza dei familiari vicino ai pazienti.

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L’EDUCAZIONE

Il cervello umano si mantiene plastico per tutta la durata della nostra vita, ma la plasticità delle strutture cerebrali è particolarmente evidente nelle prime fasi di vita. “Mentre le aree sensoriali maturano nella prima infanzia, e il sistema limbico entro la pubertà, i lobi frontali – sede dell’autocontrollo emotivo, della comprensione e della reazione corticale perfezionata – continuano a svilupparsi fino alla fine dell’adolescenza”3. Nel corso del processo di maturazione le reti nervose del cervello sono più esposte alle influenze dell’esperienza. Ne risulta evidente l’importanza dell’educazione che i genitori impartiscono ai figli.

Goleman si sofferma a descrivere il caso dei bambini oggetto di trascuratezza e di maltrattamenti. Quando i genitori puniscono i bambini in modo arbitrario, questi tendono a sviluppare sentimenti di inutilità ed impotenza. I bambini percossi sono solitamente più problematici e divengono facilmente indifferenti al dolore degli altri. Uno dei problemi principali è la precocità con cui i bambini ripropongono il modello di violenza proposto dai genitori.

Al di là di questi casi più tristi, Goleman considera anche alcuni approcci alle emozioni che si verificano in situazioni più normali, ma che sarebbe meglio evitare. Il primo di questi approcci è quello dei genitori che considerano i problemi emotivi dei bambini come una cosa di secondaria importanza, aspettando che passi. Un secondo approccio è quello di considerare valida qualsiasi strategia per calmare le tempeste emotive, incluso lo scontro fisico piuttosto che mercanteggiare ricorrendo alle lusinghe. Il terzo approccio negativo individuato da Goleman è quello di reprimere con durezza le manifestazioni emotive dei bambini.

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L’approccio migliore sembra essere quello di dare importanza ai turbamenti emotivi del bambino, cercando di comprenderne l’origine, discutendone col bambino, cercando di suggerire delle soluzioni praticabili per calmarsi: “Invece di prenderlo a pugni, perché non trovi qualcosa con cui divertirti da solo finché non ti torna la voglia di giocare ancora con lui?”.

Un caso che richiede delle attenzioni particolari è quello dei bambini timidi. Un bambino su cinque è caratterizzato da una elevata timidezza che sembra avere origini biologiche ed i cui segni si manifestano fin dal primo anno di vita. Sono bambini tendenzialmente silenziosi, dall’atteggiamento reticente, hanno una paura pronunciata dei luoghi sconosciuti e degli estranei, sono predisposti ai sensi di colpa e ai rimorsi, e diventano facilmente ansiosi nelle situazioni sociali. Gli atteggiamenti che in questi casi sarebbe meglio evitare sono l’eccesso di protezione e l’indulgenza nello stabilire i limiti di fronte a potenziali fonti di pericolo. Ciò che funziona invece sono la fermezza nello stabilire i limiti e “una delicata pressione spingendoli a essere più estroversi”.

L’ambiente scolastico è per sua natura una situazione dove si possono intraprendere molte iniziative volte all’alfabetizzazione emotiva. Con i bambini più piccoli il focus cade sulle capacità di riconoscere le emozioni, dando loro un nome e ricollegandole alle proprie esperienze vissute. Si può lanciare il “cubo delle emozioni” e, se esce la tristezza, invitare i bambini a raccontare l’ultima situazione in cui si sono sentiti tristi. Quando si fa l’appello si può chiedere agli allievi di rispondere con un numero da uno a dieci che indica il livello dell’umore, e usare questa indicazione come punto di partenza per possibili approfondimenti. Una strategia generale da seguire è quella di soffermarsi sugli episodi emotivi che avvengono in classe e farne oggetto di discussione comune.

Vi sono alcune strategie semplici ma efficaci che si possono insegnare ai bambini per migliorare il controllo degli impulsi, e che possono essere impiegate per evitare di aggredire, di chiudersi nel broncio o di scoppiare in lacrime. Prima di tutto bisogna calmarsi e descrivere in parole la situazione che ha creato il problema, per poi valutare le alternative e pensare alle conseguenze. Con il progredire dello sviluppo intellettuale dei ragazzi, diventa sempre più importante promuovere la capacità di assumere la prospettiva degli altri.

Per chi fatica ad integrarsi nel gruppo può essere utile una forma di addestramento all’amicizia: “…vennero incoraggiati a pensare a soluzioni e a compromessi alternativi (invece di accapigliarsi), nel caso in cui sorgessero tra loro contrasti sulle regole del gioco; a ricordarsi di parlare con il compagno di giochi e di fargli domande; ad ascoltarlo e a osservarlo per vedere come agisce; a dire qualcosa di gentile quando l’altro bambino fa bene qualcosa; a sorridere e a offrire aiuto, suggerimenti o incoraggiamento.”4

Col passare degli anni i temi affrontati in classe si evolvono in base alle fasi di transizione verso l’età adulta, e l’oggetto della discussione si sposta dalle esclusioni dal gruppo e dalle prese in giro alle difficoltà dei primi appuntamenti, alla gelosia, all’incontro con il sesso, il fumo, l’alcol, le droghe.


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COMMENTO

Se volessi essere un poco critico, potrei dire che nel libro di Goleman la sensibilità poetica non è di casa, e ci si trova spesso immersi in un mare di parole che avrebbero bisogno di essere sintetizzate. D’altra parte, se tralasciamo il gusto letterario, bisogna dire che Goleman scrive chiaro, ha una visione ampia dei temi di cui parla, e dice tante cose che riguardano aspetti importanti della vita quotidiana. Rimane dunque un libro da consigliare, e magari anche da regalare.

Detto questo, da quando Goleman ha scritto, nel 1995, di acqua sotto i ponti ne è passata, e le neuroscienze hanno fatto passi avanti. Chi scrive ha per punto di riferimento la visione di Jaak Panksepp, il fondatore delle neuroscienze affettive. Il punto di vista di Panksepp si può trovare sintetizzato nel nostro libro divulgativo “Le emozioni di base secondo Panksepp”.

Ci sono alcune differenze importanti fra la visione di Goleman e quella di Panksepp. In Goleman, ad esempio, passa l’idea che le emozioni siano degli istinti provenienti da un mondo preistorico in cui la vita era più difficile e violenta. Le emozioni sarebbero un residuo obsoleto che bisogna in qualche modo accomodare, se vogliamo vivere una vita di successo nel mondo civilizzato e tecnologico in cui ci troviamo.5 Questa visione è accompagnata da uno spazio argomentativo polarizzato sull’evitamento delle tre grandi emozioni a valenza negativa (rabbia, tristezza, paura) e da una riflessione meno incisiva sulle possibilità di vivere attivamente le affettività positive quali amore, felicità, sorpresa.

Nella visione di Panksepp, invece, le emozioni appaiono come una sorgente primordiale di vita a cui dobbiamo imparare ad attingere. La società non è resa possibile dalla ragione che addomestica degli istinti emotivi pericolosi ed irrazionali. La società è ricondotta invece precisamente all’azione delle emozioni, che ci spingono a cercare gli altri uomini e a costruire legami durevoli. Il ruolo della ragione non è anzitutto quello di dettare le regole che rendono possibile la società, il ruolo della ragione è quello di riconoscere e modulare queste fondamentali sorgenti di vita che sono le emozioni.

Le emozioni fondamentali secondo Goleman e secondo Panksepp

P.S. Per chi volesse leggere il libro originale di Goleman, si tenga presente che Goleman insiste davvero tanto sul ruolo centrale dell’amigdala come sorgente centrale delle emozioni, ma questa è una posizione che oggi non è più sostenibile. Panksepp al riguardo è molto esplicito.6

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1Il restante 80% include fattori di svariata natura, che possono andare dalla famiglia di origine alla fortuna, e includono anche l’intelligenza emotiva.

2Chi scrive preferisce le soluzioni che non ricorrono agli psicofarmaci

3Pagina 366

4Pagina 407, in riferimento ad un corso ideato da Steven Asher (“Helping Children Without Friends in Home and School Contexts”).

5Questo modo di vedere il ruolo delle emozioni è riflesso in modo evidente nel concetto di “sequestro emozionale”, che Goleman impiega molte volte nel suo libro. Questa impostazione alimenta l’idea che le emozioni siano un qualcosa di pericoloso da tenere a bada, e implicitamente le relega ad un ruolo secondario rispetto alla funzione di regia esercitata dalla ragione. In questo modo si ripresenta un dualismo netto fra ragione ed emozioni che lo stesso Goleman in alcuni passaggi denuncia.

6Si consideri il parere di Jaak Panksepp a riguardo del lavoro di Joseph Ledoux, che è uno dei riferimenti principali di Goleman: “Ma ha anche, purtroppo, condotto all’idea sbagliata che l’amigdala sia letteralmente il quartier generale – La Grande Stazione Centrale – per la produzione delle emozioni in generale. Non lo è.”

Jaak Panksepp e Lucy Biven. “The Archaeology of Mind. Neuroevolutionary origins of Human Emotions” (New York e Londra: 2012, Norton & Company) pagina 228.

Regolazione Emotiva: Distrazione e Reinterpretazione

Le emozioni nascono da come percepiamo le situazioni in cui ci troviamo. Da ciò seguono due possibilità fondamentali di regolare l’emotività: possiamo intervenire sulla situazione materiale, oppure sul nostro modo di interpretarla.

Per intervenire sulla situazione possiamo decidere quali sono i luoghi ed i contesti sociali che vogliamo frequentare, oppure possiamo agire fisicamente per cambiare la situazione corrente. Per intervenire sull’interpretazione possiamo distogliere l’attenzione da ciò che ci dà più fastidio, oppure fare uno sforzo di re-interpretazione, ad esempio cercando di capire le ragioni di chi ci ha fatto arrabbiare. Un’altra possibilità è quella di modificare il comportamento che segue alla percezione di una certa emozione, per esempio dissimulando la rabbia anziché manifestarla.

Nel suo articolo sulla regolazione delle emozioni,1 James Gross si dilunga molto sulle possibilità di modellizzare questi aspetti. Da un punto di vista concreto mi pare che vi siano almeno un paio di indicazioni interessanti da riportare. La prima è che la soppressione delle emozioni negative (rabbia, ansia, paura) non è generalmente una strategia valida. La seconda è che la reinterpretazione della situazione non funziona bene quando l’emozione che si vorrebbe ridurre è intensa, là dove invece ciò che funziona bene è la distrazione. Il suggerimento di Gross è dunque quello di approcciare le situazioni che generano emozioni negative intense con una fase di distrazione seguita da una successiva reinterpretazione.

A questa indicazione di Gross vorrei aggiungere alcune osservazioni. Per distrarsi dal pensiero di un evento che ci ha fatto arrabbiare, la strategia più valida non è il rifiuto esplicito di pensarlo, quanto piuttosto lo spostamento dell’attenzione su un’alternativa nella quale coinvolgersi.2 Dovendo dunque scegliere un’alternativa, mi sembra logico scegliere di focalizzarsi su una forma di esperienza che abbia radici profonde e robuste nella nostra organizzazione psichica. Ad esempio, possiamo concentrarci su un’emozione fondamentale alternativa alla rabbia, quale è il prendersi cura di qualcuno (il prendersi cura è un’emozione fondamentale secondo le neuroscienze affettive di Jaak Panksepp).

Quando poi viene il momento di reinterpretare un evento che ci ha fatto arrabbiare, una strategia premiante è, come già accennato, cercare di capire le ragioni di chi ci ha fatto arrabbiare. Questa strategia però non è sempre semplice da attuare. Può allora essere d’aiuto se per un momento accettiamo di vestire i panni di Socrate e ci rendiamo conto di non sapere. Se noi pensiamo di aver capito già tutto di quella persona che ci ha fatto arrabbiare, allora non ci sarà spazio per la reinterpretazione. Dobbiamo prima riconoscere di non sapere i motivi esatti che la spingono ad agire. Solo così potremo attivare la curiosità (la curiosità è legata all’emozione della ricerca/voglia di fare, che rappresenta un’altra emozione fondamentale nell’ambito delle già citate neuroscienze affettive) ed assumere uno sguardo alternativo a quello della rabbia.

Riassumendo: quando ci prendiamo cura di una persona a noi cara ne riceviamo una gratificazione ed un significato profondo, il quale funziona bene come punto di ripartenza per staccarsi dal vissuto negativo che vogliamo lasciarci alle spalle. Quando poi torniamo a riflettere su tale vissuto, può essere utile richiamarsi alla formula socratica del sapere di non sapere. Questa favorisce la curiosità e una reinterpretazione efficace della situazione, non eccessivamente centrata su sé stessi.

POST SCRIPTUM: IMPORTANZA DELLA DIMENSIONE RELAZIONALE

Credo opportuno soffermarsi anche su di un altro aspetto. Abbiamo già accennato al fatto che quando si cercano alternative robuste alla ruminazione sulle emozioni negative sarebbe meglio sintonizzarsi su dimensioni del vivere profondamente radicate nella nostra interiorità. Per questo ha senso praticare il prendersi cura di qualcuno, in quanto si tratta di un’emozione fondamentale (al pari di quelle negative che si vogliono contrastare), anziché imbarcarsi in una lunga razionalizzazione che rischia di alimentare la ruminazione negativa.

A questo va aggiunto che tipicamente le emozioni emergono da una situazione sociale, e che l’essere in situazione sociale è un tratto profondo della nostra esperienza di vita, ad esempio più dei concetti astratti e della razionalità, i quali arrivano nella nostra vita molto tempo dopo la predisposizione a cogliere la presenza degli altri individui. Non solo, la predisposizione alla relazione è anche indipendente dal sistema degli oggetti materiali, ai quali a volte diamo troppa importanza (creando i presupposti di conflitti che generano emozioni negative).

Quanto appena detto può essere scontato per qualcuno, ma non per tutti. A tal riguardo vale la pena ricordare che il bambino piccolo può sviluppare una comprensione adeguata degli oggetti materiali solo dopo che ha imparato ad afferrarli e ad osservare le conseguenze delle sue manipolazioni.3 Per quanto riguarda invece la predisposizione a polarizzare l’esperienza attorno agli altri individui, è dimostrato che il neonato sviluppa un’attenzione preferenziale alla forma del volto ancora prima della nascita.4 L’importanza della relazione con le altre persone non è costruita sul mondo materiale, bensì una radice indipendente del vivere.5 6 Credo che questo sia un aspetto importante da comprendere per chi vuol venire a capo della propria emotività senza lasciare fuori qualche pezzo troppo importante.

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1James J. Gross (2015) Emotion Regulation: Current Status and Future Prospects, Psychological Inquiry, 26:1, 1-26, DOI: 10.1080/1047840X.2014.940781

2Mann, T., de Ridder, D., & Fujita, K. (2013). Self-regulation of health behavior: Social psychological approaches to goal setting and goal striving. Health Psychology, 32(5), 487-498. http://dx.doi.org/10.1037/a0028533

In questo articolo gli autori notano che “Specificare cosa non fare sembra avere un effetto contrario, perché dà risalto alla tentazione, rendendola più desiderabile e più difficile da controllare” e “Poiché gli obiettivi di raggiungimento tendono ad essere più efficaci degli obiettivi di evitamento, una strategia di intervento potrebbe essere di riformulare gli obiettivi di evitamento in obiettivi di raggiungimento”

Il contesto non è quello della regolazione delle emozioni negative, ma si tratta comunque di evitare il coinvolgimento in una concatenazione di pensieri che tendono ad instaurarsi ma che preferiremmo evitare.

3Larry Fenson & Robert E. Schell (1985) The origins of exploratory play, Early Child Development and Care, 19:1-2, 3-24, DOI: 10.1080/0300443850190102

4Vincent M. Reid, Kirsty Dunn, Robert J. Young, Johnson Amu, Tim Donovan, Nadja Reissland, The Human Fetus Preferentially Engages with Face-like Visual Stimuli, Current Biology, Volume 27, Issue 12, 2017, Pages 1825-1828.e3, https://doi.org/10.1016/j.cub.2017.05.044.

5Confronta: “Dunque, la teoria dell’attaccamento riflette uno stacco dalla teoria della dipendenza e degli istinti collegata ai bisogni fisiologici, in direzione di una teoria di risposte istintuali primarie che funzionano per promuovere l’interazione sociale, comparativamente indipendente dai bisogni fisiologici”

Victoria A. Fitton (2012) Attachment Theory: History, Research, and Practice, Psychoanalytic Social Work, 19:1-2, 121-143, DOI: 10.1080/15228878.2012.666491. Pagina 122.

6Per una visione filosofica centrata su questo primato della dimensione sociale si può fare riferimento all’idea del volto così come è espresso nella filosofia di Emmanuel Lévinas, ad esempio nel libro Totalità ed Infinito.

Lo studio della personalità con i Big Five e le emozioni.

Quello che segue é un estratto dal libro Le emozioni di base secondo Panksepp, che ho pubblicato di recente.

“Lo studio dei sistemi emotivi condotto da Panksepp si pone in una prospettiva di continuità anche con la concezione dei cinque fattori, che costituisce un punto di riferimento tradizionale nell’ambito dello studio della personalità. Il modello dei cinque fattori trae origine dallo studio statistico degli aggettivi impiegati per descrivere la personalità, ed ha dimostrato di essere valido in contesti culturali differenti. I cinque fattori sono la stabilità emotiva, l’estroversione, l’apertura mentale, l’amicalità, la coscienziosità. Panksepp ha mostrato che si possono dare delle interpretazioni di questi tratti di personalità per mezzo dei sette sistemi emotivi da lui individuati: “la ricerca/voglia di fare è robustamente collegata all’apertura mentale, ed un forte sistema emotivo del gioco si accorda con un’elevata estroversione. Una cura elevata ed una rabbia limitata sono associate con un alto livello di amicalità. Alti punteggi per le emozioni negative nel loro complesso potrebbero essere all’origine dell’instabilità emotiva (con forti contributi provenienti dalla pena della solitudine e dalla paura).”1 Il modello dei cinque fattori riceve così un’interpretazione più profonda, e le sette emozioni di Panksepp dimostrano il loro potere esplicativo nell’ambito di un campo di studi consolidato (per chi volesse, il test di personalità basato sulle sette emozioni di Panksepp è facilmente recuperabile online2).”

1Christian Montag, Jaak Panksepp, “Primary emotional systems and personality: an evolutionary perspective,” Frontiers in Psychology 8:464 (2017), 9-10, doi:10.3389/fpsyg.2017.00464

2Il questionario, in inglese, si trova all’interno di questo articolo: Kenneth L. Davis, Jaak Panksepp, “The brain’s emotional foundations of human personality and the Affective Neuroscience Personality Scales,” Neuroscience and Biobehavioral Reviews 35 (2011), 1946–1958, doi: 10.1016/j.neubiorev.2011.04.004

L’articolo può essere scaricato liberamente dal sito researchgate.net.

Le emozioni facciali di Ekman interpretate con le neuroscienze

Paul Ekman ha lavorato sulle espressioni facciali delle emozioni. In questo post riporto un estratto del libro “Le emozioni di base secondo Panksepp”, nel quale lo studio delle emozioni tramite le espressioni facciali viene messo in relazione con le più recenti scoperte delle neuroscienze affettive.

“Il ruolo delle emozioni come fondamento della dimensione sociale è molto chiaro nel discorso di Panksepp, e costituisce una novità rispetto all’analisi delle emozioni che si può trovare in altri campi di ricerca. Se prendiamo ad esempio gli studi collegati all’analisi statistica delle espressioni facciali, vediamo che una tipica lista delle emozioni fondamentali è costituita da rabbia, paura, disgusto, gioia, tristezza (1). Rabbia e paura sono elementi in comune col discorso di Panksepp, il quale però non considera il disgusto come un sistema emotivo ma come un più primitivo affetto sensoriale. La gioia può essere collegata al gioco o al sistema della ricerca/voglia di fare, ma è chiaro che questi due concetti impiegati da Panksepp rendono molto più esplicitamente l’idea di un coinvolgimento col mondo fisico e sociale che non è invece scontatamente incluso nel concetto di gioia. Notiamo poi che la tristezza identificata per mezzo delle espressioni facciali di per sé può anche essere concepita come un sentimento individuale, mentre Panksepp parla di una pena della solitudine che si origina con tutta evidenza dalla situazione sociale. Inoltre, nelle liste di emozioni comunemente impiegate è assente la cura, il cui significato sociale è profondo ed evidente.”

Jaak Panksepp è stato il fondatore delle neuroscienze affettive. Per un’introduzione al suo lavoro puoi leggere il libro “Le emozioni di base secondo Panksepp”, che ho pubblicato di recente.

 

(1) – Paul Ekman, “What Scientists Who Study Emotion Agree About,” Perspectives on Psychological Science Vol. 11-1 (2016), 31-34, doi: 10.1177/1745691615596992