Le emozioni e il desiderio dell’uomo

(La nostra visione psicologica)

L’uomo che non conosce i propri desideri è destinato a ripetere cento volte gli stessi errori. Ma non li chiama errori, li chiama soluzioni. Quest’uomo continua a riproporre gli stessi schemi senza vedere le alternative. Non sa trovare la propria avventura, non coglie le possibilità che gli passano accanto, e gli mancano le parole giuste dette al momento giusto.

Il vero problema non sono tanto i desideri insoddisfatti, quanto i desideri che non abbiamo saputo ammettere e comprendere. In parte per mancanza di coraggio, in parte per mancanza di una sensibilità adeguata.

Quando parliamo di desiderio, pensiamo al luogo più intimo della psiche e alle emozioni che vi hanno dimora.

L’emotività rivendica per sé stessa un grado di realtà più profondo della ragione e più antico delle cose.


Nostro scopo è quello di studiare gli articoli scientifici sulle emozioni e di costruire una narrativa per consegnare il sapere delle emozioni alla persona.


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L’emozione più importante è probabilmente l’interesse; in uno scritto precedente l’abbiamo chiamata anche voglia-di-fare. Quando l’interesse è compromesso, la vita perde attrattiva. Lo si vede bene nel caso delle persone depresse. Comprendere come tenere vivo l’interesse è quasi come trovare la formula della felicità.

Lo psicologo che ha insistito molto sul ruolo dell’interesse è Carroll Izard. Izard concepisce le emozioni come un flusso continuo alla base dell’attività cosciente, ed assegna all’interesse un ruolo particolare nell’attivare l’organismo in combinazione con altre emozioni.

Izard ha anche suggerito un parallelo fra le emozioni di base ed i gusti fondamentali. La combinazione del dolce del salato dell’amaro e dell’aspro può generare un’infinita varietà di sapori. In modo simile, la combinazione delle emozioni di base può dar luogo ad una vasta gamma di sensazioni affettive.

Il punto di vista di Izard è molto simile a quello di Jaak Panksepp, il fondatore delle neuroscienze affettive. Le neuroscienze affettive di Panksepp individuano sette sistemi emotivi fondamentali: interesse, paura, rabbia, sessualità, cura, pena della solitudine e gioco. Il quadro concettuale sviluppato da Panksepp costituisce il nostro punto di riferimento.

Nel linguaggio di Panksepp, all’interesse corrisponde il sistema emotivo della RICERCA (in inglese SEEKING). Panksepp impiega il termine “RICERCA” perché gli animali mossi da questo sistema emotivo antichissimo si impegnano in intense esplorazioni dell’ambiente in cui si trovano.

La comprensione del malessere è propedeutica alla comprensione del benessere, ed è questo che ci ha spinto ad interessarci alla depressione. Lo studio della depressione aiuta a comprendere come funzionano le emozioni. Nella visione di Panksepp lo stato depressivo corrisponde ad uno stato cronico di bassa attività dell’interesse. Tale punto di vista trova corrispondenza sia nel DSM (che è una sorta di “catalogo ufficiale” delle patologie mentali) sia in ambito psicoanalitico.

Il dolore della solitudine può facilmente sfociare nel pianto, e se il pianto non ha successo nel richiamare l’aiuto di qualcuno, può subentrare uno stato di inattività imparentato con la depressione. La riflessione su questo tema rende più chiaro il legame fra la patologia depressiva e una vita sociale deteriorata.


PER APPROFONDIRE: “LA DEPRESSIONE E IL PIANTO”


Nell’ambito dei disturbi dell’affettività vi sono due grandi famiglie: la depressione e i disturbi dell’ansia. Fra questi, i disturbi depressivi formano una famiglia relativamente unitaria, caratterizzata da un calo dell’interesse verso il mondo. La famiglia dei disturbi dell’ansia invece, è al suo interno suddivisa in una serie di disturbi qualitativamente ben distinti l’uno dall’altro. Vi sono per esempio l’ansia generalizzata, il disturbo da stress post traumatico, le fobie specifiche, le fobie sociali e gli attacchi di panico. Ciascuno di questi disturbi possiede un profilo caratteristico, e riceve un contributo specifico dai diversi sistemi emotivi, in particolare dalla paura e dalla pena della solitudine.


PER APPROFONDIRE: “ANSIA E DEPRESSIONE: RELAZIONE E DIFFERENZE”


Gli attacchi di panico sono normalmente collocati fra i disturbi dell’ansia, e vengono quindi associati all’emozione fondamentale della paura. Secondo Panksepp invece, gli attacchi di panico avrebbero un legame particolare con la pena della solitudine, e sarebbero quindi imparentati con i disturbi depressivi. Non è un caso che la co-occorrenza degli attacchi di panico e della depressione sia molto elevata, e che alcuni farmaci attivi contro la depressione siano attivi anche contro gli attacchi di panico.


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Lo stress è un fenomeno di cui tutti possiamo facilmente fare esperienza, ma, quando si tenta di darne una spiegazione soddisfacente, si incontrano delle difficoltà non indifferenti. Panksepp adotta l’ipotesi per cui lo stress prototipale corrisponda allo stress dell’abbandono e quindi all’azione della pena della solitudine. Ponendoci nella scia di Panksepp, abbiamo provato a descrivere lo stress come un modo di gestire il coinvolgimento nel mondo, e la depressione come un caso di interruzione di tale coinvolgimento.


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La depressione consiste anzitutto in una mancanza d’interesse verso il mondo, e sembra trovare una delle sue cause fondamentali nelle situazioni di solitudine e di abbandono. A partire da tali premesse è naturale pensare ad un lavoro contro la depressione fondata su due strategie parallele. La prima consiste nel coltivare le sorgenti interiori di interesse. La seconda nell’alimentare la dimensione relazionale. Abbiamo provato a descrivere brevemente queste due strategie nel nostro libro “Come combattere la depressione. 30 pagine di informazione”.

La depressione è una patologia che può svilupparsi indipendentemente dall’emozione della rabbia, ma la rabbia può contribuire alla strutturazione dei casi di depressione più gravi. Specialmente se la rabbia si dirige verso noi stessi. Abbiamo approfondito questo tema nell’articolo La relazione fra rabbia e depressione.

La rabbia è un’emozione che solitamente si attiva quando riconosciamo intorno a noi un’intenzione ostile. La rabbia è presente nell’essere umano fin dai primi mesi di vita, e inizia a creare difficoltà ai genitori intorno ai due anni di età del bambino. Nell’articolo dedicato alla rabbia nei bambini abbiamo raccolto le indicazioni utili ad affrontare questa situazione, a volte molto problematica.

La rabbia si può manifestare in situazioni competitive, come sull’ambiente di lavoro, ma anche nell’ambito delle situazioni più intime, come nella relazione col partner. Qui la rabbia si origina dalla fiducia che concediamo alla persona amata. Ci aspettiamo dall’altro la comprensione delle nostre esigenze, ed anche dei piccoli gesti mancati possono diventare motivo di disappunto.


PER APPROFONDIRE: “LA RABBIA VERSO IL PARTNER: IL RUOLO DELICATO DEL DESIDERIO”


Fare i conti con la propria rabbia e con la rabbia degli altri può essere una tappa importante nello sviluppo della persona. Una presentazione più completa dei nostri articoli sulla rabbia si trova nell’articolo guida: La psicologia della rabbia.

Il gioco è un’altra delle emozioni a cui la nostra eredità biologica ci predispone naturalmente. La ricerca condotta da Jaak Panksepp è particolarmente significativa al riguardo. Panksepp si concentra in particolare sul gioco di lotta fra animali, e nel corso degli anni ottanta ha eseguito degli esperimenti molto importanti sui ratti (i ratti sono animali che giocano molto, al contrario dei topi, che giocano poco). In questi esperimenti veniva rimossa la maggior parte della corteccia cerebrale e si continuava ad osservare il comportamento del gioco di lotta. Ciò dimostrava che il comportamento del gioco non era dovuto ad una forma di elaborazione cognitiva, ma era da ricondurre a strutture più profonde del sistema nervoso.1

Tornando al mondo degli esseri umani, nel dire gioco pensiamo almeno a due immagini: la prima è quella dei bambini che si rincorrono a vicenda a turni alterni, l’altra è quella dei bambini che nel gioco di fantasia trasformano la scopa in un cavallo da cavalcare. Nella letteratura sul gioco si trovano spesso degli autori che magnificano il gioco come una fonte di gioia e di apprendimento per l’essere umano. Il problema è che manca ancora una descrizione psicologica soddisfacente di cosa sia il gioco. Noi abbiamo iniziato una ricerca che ci ha portato finora a leggere una grande quantità di scritti sul gioco. Al momento l’approccio che troviamo più soddisfacente è quello dello psicoanalista inglese Donald Winnicott. Lo abbiamo descritto in dettaglio nell’articolo “Gioco e Realtà” di Donald Winnicott: una sintesi teorica. Una descrizione più ampia della nostra ricerca sul gioco si trova nell’articolo guida: La psicologia del gioco: una ricerca in corso.

Tra gli altri articoli presenti sul sito e che vorremmo ricordare ve ne sono alcuni dedicati alla visione di importanti studiosi delle emozioni, spesso posti in comparazione con la posizione di Panksepp.

Klaus Scherer ha sviluppato un approccio in cui è importante il processo di valutazione degli eventi. Tale processo può essere facilmente ricondotto alla definizione di sistema emotivo data da Panksepp. Scherer muove delle obiezioni alle teorie delle emozioni di base, ma il suo pensiero può essere riconciliato con quello di Panksepp se ricordiamo come quest’ultimo non ritenga che le emozioni di base siano dei sistemi immutabili e completamente definiti biologicamente. Al contrario, Panksepp sottolinea esplicitamente la grande varietà di sfumature emotive che si possono originare dall’interazione fra emozioni di base e sfera cognitiva.

Robert Plutchik ha una visione delle emozioni prettamente evoluzionistica. Questo va molto d’accordo col punto di vista di Panksepp, che però aggiunge all’inquadramento concettuale evoluzionistico un ricchissimo bagaglio di informazione legata all’anatomia e al funzionamento biochimico del cervello.

Paul Ekman è famoso per aver individuato le stesse espressioni facciali delle emozioni in culture differenti. La teoria di Panksepp si pone come una naturale estensione della visione di Ekman, in quanto è in grado di gettare luce sui meccanismi che generano le espressioni facciali studiate da Ekman.

Il lavoro di Edward Tronick ci offre alcune idee molto preziose per comprendere la relazione emotiva fra la madre ed il bambino. Ad esempio: “La madre e il bambino si trovano in uno stato di sintonia altalenante. La proprietà fondamentale su cui porre l’attenzione non è la capacità di restare sempre in sintonia, bensì la capacità di recuperare la sintonia e di ripristinare la relazione dopo che queste sono state interrotte.”

Daniel Goleman non è propriamente un ricercatore o un teorico, potremmo dire che è piuttosto un divulgatore. Nondimeno ha rivestito un ruolo significativo nel rendere popolare il concetto di Intelligenza Emotiva (introdotto inizialmente da Salovey e Mayer) con il suo libro omonimo del 1995.

Molti dei concetti descritti da Goleman rimangono validi a distanza di diversi anni dalla pubblicazione del suo libro intelligenza emotiva, ma vi sono diversi punti in cui il suo punto di vista si discosta da quello di Panksepp. In particolare, nella visione di Goleman le emozioni sembrano rimanere una fonte di possibili problemi che la ragione può tenere sotto controllo. Leggendo Panksepp, invece, le emozioni vengono collocate ad un livello gerarchico, per cosí dire, più importante della ragione. E il discorso delle emozioni non è più dominato dalla necessità di tenere sotto controllo l’emotività negativa. Il focus viene a posizionarsi piuttosto sulle grandi possibilità offerte dalle emozioni positive come la cura ed il gioco.

Stanislas Dehaene non si occupa precisamente di emozioni, ma nel suo lavoro troviamo un approfondimento molto interessante sul modo in cui il pensiero cosciente emerge dagli strati inconsci della mente. Potremmo considerare il lavoro di Dehaene come più spostato sul lato cognitivo e focalizzato sulla corteccia cerebrale, là dove Panksepp si concentra sulla parte più antica del cervello. Per questo l’approccio di Dehaene si pone come complementare a quello di Panksepp.

La riflessione sul passaggio dagli strati dell’inconscio agli strati coscienti dell’attività mentale è un punto molto importante per chi aspira alla consapevolezza emotiva. Si tratta di lavorare molto sulla memoria a breve termine, ed è un tema che si sposa a perfezione con molti concetti elaborati nell’ambito della meditazione mindfulness.

Ultimo ma non ultimo, vorrei ricordare che l’ecosistema emotivo in cui viviamo non è un dato di fatto immutabile nel tempo. Ci siamo arrivati con un lungo percorso storico che prende le mosse dalle condizioni di vita tipiche dei cacciatori raccoglitori dei tempi preistorici. Questi ultimi vivevano probabilmente degli equilibri emotivi molto diversi da quelli a cui noi siamo abituati oggi. Soffermarci su questa diversità può alimentare uno sguardo nuovo con cui osservare incuriositi le nostre giornate. L’articolo in cui ne parliamo è questo: Il matriarcato e la casa delle donne.


1Panksepp, Jaak, et al. “Effects of neonatal decortication on the social play of juvenile rats.” Physiology & Behavior 56.3 (1994): 429-443.

Regolazione Emotiva: Distrazione e Reinterpretazione

Le emozioni nascono da come percepiamo le situazioni in cui ci troviamo. Da ciò seguono due possibilità fondamentali di regolare l’emotività: possiamo intervenire sulla situazione materiale, oppure sul nostro modo di interpretarla.

Per intervenire sulla situazione possiamo decidere quali sono i luoghi ed i contesti sociali che vogliamo frequentare, oppure possiamo agire fisicamente per cambiare la situazione corrente. Per intervenire sull’interpretazione possiamo distogliere l’attenzione da ciò che ci dà più fastidio, oppure fare uno sforzo di re-interpretazione, ad esempio cercando di capire le ragioni di chi ci ha fatto arrabbiare. Un’altra possibilità è quella di modificare il comportamento che segue alla percezione di una certa emozione, per esempio dissimulando la rabbia anziché manifestarla.

Nel suo articolo sulla regolazione delle emozioni,1 James Gross si dilunga molto sulle possibilità di modellizzare questi aspetti. Da un punto di vista concreto mi pare che vi siano almeno un paio di indicazioni interessanti da riportare. La prima è che la soppressione delle emozioni negative (rabbia, ansia, paura) non è generalmente una strategia valida. La seconda è che la reinterpretazione della situazione non funziona bene quando l’emozione che si vorrebbe ridurre è intensa, là dove invece ciò che funziona bene è la distrazione. Il suggerimento di Gross è dunque quello di approcciare le situazioni che generano emozioni negative intense con una fase di distrazione seguita da una successiva reinterpretazione.

A questa indicazione di Gross vorrei aggiungere alcune osservazioni. Per distrarsi dal pensiero di un evento che ci ha fatto arrabbiare, la strategia più valida non è il rifiuto esplicito di pensarlo, quanto piuttosto lo spostamento dell’attenzione su un’alternativa nella quale coinvolgersi.2 Dovendo dunque scegliere un’alternativa, mi sembra logico scegliere di focalizzarsi su una forma di esperienza che abbia radici profonde e robuste nella nostra organizzazione psichica. Ad esempio, possiamo concentrarci su un’emozione fondamentale alternativa alla rabbia, quale è il prendersi cura di qualcuno (il prendersi cura è un’emozione fondamentale secondo le neuroscienze affettive di Jaak Panksepp).

Quando poi viene il momento di reinterpretare un evento che ci ha fatto arrabbiare, una strategia premiante è, come già accennato, cercare di capire le ragioni di chi ci ha fatto arrabbiare. Questa strategia però non è sempre semplice da attuare. Può allora essere d’aiuto se per un momento accettiamo di vestire i panni di Socrate e ci rendiamo conto di non sapere. Se noi pensiamo di aver capito già tutto di quella persona che ci ha fatto arrabbiare, allora non ci sarà spazio per la reinterpretazione. Dobbiamo prima riconoscere di non sapere i motivi esatti che la spingono ad agire. Solo così potremo attivare la curiosità (la curiosità è legata all’emozione della ricerca/voglia di fare, che rappresenta un’altra emozione fondamentale nell’ambito delle già citate neuroscienze affettive) ed assumere uno sguardo alternativo a quello della rabbia.

Riassumendo: quando ci prendiamo cura di una persona a noi cara ne riceviamo una gratificazione ed un significato profondo, il quale funziona bene come punto di ripartenza per staccarsi dal vissuto negativo che vogliamo lasciarci alle spalle. Quando poi torniamo a riflettere su tale vissuto, può essere utile richiamarsi alla formula socratica del sapere di non sapere. Questa favorisce la curiosità e una reinterpretazione efficace della situazione, non eccessivamente centrata su sé stessi.

POST SCRIPTUM: IMPORTANZA DELLA DIMENSIONE RELAZIONALE

Credo opportuno soffermarsi anche su di un altro aspetto. Abbiamo già accennato al fatto che quando si cercano alternative robuste alla ruminazione sulle emozioni negative sarebbe meglio sintonizzarsi su dimensioni del vivere profondamente radicate nella nostra interiorità. Per questo ha senso praticare il prendersi cura di qualcuno, in quanto si tratta di un’emozione fondamentale (al pari di quelle negative che si vogliono contrastare), anziché imbarcarsi in una lunga razionalizzazione che rischia di alimentare la ruminazione negativa.

A questo va aggiunto che tipicamente le emozioni emergono da una situazione sociale, e che l’essere in situazione sociale è un tratto profondo della nostra esperienza di vita, ad esempio più dei concetti astratti e della razionalità, i quali arrivano nella nostra vita molto tempo dopo la predisposizione a cogliere la presenza degli altri individui. Non solo, la predisposizione alla relazione è anche indipendente dal sistema degli oggetti materiali, ai quali a volte diamo troppa importanza (creando i presupposti di conflitti che generano emozioni negative).

Quanto appena detto può essere scontato per qualcuno, ma non per tutti. A tal riguardo vale la pena ricordare che il bambino piccolo può sviluppare una comprensione adeguata degli oggetti materiali solo dopo che ha imparato ad afferrarli e ad osservare le conseguenze delle sue manipolazioni.3 Per quanto riguarda invece la predisposizione a polarizzare l’esperienza attorno agli altri individui, è dimostrato che il neonato sviluppa un’attenzione preferenziale alla forma del volto ancora prima della nascita.4 L’importanza della relazione con le altre persone non è costruita sul mondo materiale, bensì una radice indipendente del vivere.5 6 Credo che questo sia un aspetto importante da comprendere per chi vuol venire a capo della propria emotività senza lasciare fuori qualche pezzo troppo importante.

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1James J. Gross (2015) Emotion Regulation: Current Status and Future Prospects, Psychological Inquiry, 26:1, 1-26, DOI: 10.1080/1047840X.2014.940781

2Mann, T., de Ridder, D., & Fujita, K. (2013). Self-regulation of health behavior: Social psychological approaches to goal setting and goal striving. Health Psychology, 32(5), 487-498. http://dx.doi.org/10.1037/a0028533

In questo articolo gli autori notano che “Specificare cosa non fare sembra avere un effetto contrario, perché dà risalto alla tentazione, rendendola più desiderabile e più difficile da controllare” e “Poiché gli obiettivi di raggiungimento tendono ad essere più efficaci degli obiettivi di evitamento, una strategia di intervento potrebbe essere di riformulare gli obiettivi di evitamento in obiettivi di raggiungimento”

Il contesto non è quello della regolazione delle emozioni negative, ma si tratta comunque di evitare il coinvolgimento in una concatenazione di pensieri che tendono ad instaurarsi ma che preferiremmo evitare.

3Larry Fenson & Robert E. Schell (1985) The origins of exploratory play, Early Child Development and Care, 19:1-2, 3-24, DOI: 10.1080/0300443850190102

4Vincent M. Reid, Kirsty Dunn, Robert J. Young, Johnson Amu, Tim Donovan, Nadja Reissland, The Human Fetus Preferentially Engages with Face-like Visual Stimuli, Current Biology, Volume 27, Issue 12, 2017, Pages 1825-1828.e3, https://doi.org/10.1016/j.cub.2017.05.044.

5Confronta: “Dunque, la teoria dell’attaccamento riflette uno stacco dalla teoria della dipendenza e degli istinti collegata ai bisogni fisiologici, in direzione di una teoria di risposte istintuali primarie che funzionano per promuovere l’interazione sociale, comparativamente indipendente dai bisogni fisiologici”

Victoria A. Fitton (2012) Attachment Theory: History, Research, and Practice, Psychoanalytic Social Work, 19:1-2, 121-143, DOI: 10.1080/15228878.2012.666491. Pagina 122.

6Per una visione filosofica centrata su questo primato della dimensione sociale si può fare riferimento all’idea del volto così come è espresso nella filosofia di Emmanuel Lévinas, ad esempio nel libro Totalità ed Infinito.

Emozioni, depressione e mania. Uno schema delle interazioni

Breve introduzione alla visione psicologica delle neuroscienze affettive.

Questo schizzo è una mia interpretazione semplificata della visione psicologica di Jaak Panksepp. Vi sono sette emozioni fondamentali, a ciascuna delle quali corrisponde una struttura biologica sottostante, delle strutture nervose e dei sistemi di interazione chimica. Non si tratta soltanto di costrutti di natura sociale.

 

Di queste strutture emotive, la piú antica e profonda è quella che in inglese si chiama SEEKING. Noi abbiamo scelto di indicarla con l’espressione italiana “voglia di fare”. Questo sistema emotivo è in stretta correlazione con il livello di attività generale dell’organismo. Quando il SEEKING/voglia di fare si trova in uno stato di patologica sovreccitazione, si è in presenza di una fase di mania. Quando, all’opposto, il SEEKING/voglia di fare è in uno stato cronico di bassa attività, allora si è in presenza di una fase depressiva.

I sistemi emotivi della paura, della rabbia, e della pena della solitudine hanno una valenza negativa, e la loro tendenza generale è quella di deprimere le attività del SEEKING/voglia di fare. In particolare, secondo Panksepp, è la pena della solitudine (in inglese GRIEF) che con la sua azione protratta può condurre all’instaurarsi di fenomeni depressivi.

I sistemi emotivi che hanno una valenza positiva sono invece l’eccitazione sessuale, la cura, ed il gioco. Quando si parla di gioco nell’ambito della teoria di Panksepp bisogna ricordare che ci si riferisce essenzialmente agli episodi di gioco di lotta che sono comuni a molti mammiferi, uomo incluso.

Caratteristico della visione di Panksepp è che la pena della solitudine, la cura ed il gioco siano il sostrato emotivo grazie al quale è possibile la concretizzazione di formazioni sociali nei mammiferi. Questo implica che la socialità umana non sia il frutto specifico della razionalità verbale, la quale riuscirebbe finalmente a porre ordine nel disordine degli istinti e delle passioni. Piuttosto la radice della socialità viene a trovarsi ad un livello pre-verbale e biologico. Ed in questo noi vediamo una nota di ottimismo per il futuro del nostro essere sociali.

Naturalmente questo breve post e questo schema costituiscono soltanto un approccio super-semplificato alla visione psicologica proposta da Jaak Panksepp. Per un primo approfondimento vi invito a leggere il libro “Le emozioni di base secondo Panksepp” che ho pubblicato nel 2017, e nel quale colgo l’occasione per aggiungere alcune osservazioni di natura filosofica all’impostazione sviluppata da Panksepp.

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L’intelligenza emotiva, un fattore eterogeneo

Il concetto di intelligenza emotiva é diventato famoso col libro omonimo di Daniel Goleman, scritto nel 1995. Sul nostro sito é disponibile un articolo in cui proponiamo un riassunto sintetico dei concetti principali esposti nel libro di Goleman. In questo post invece,  cercheremo di capire il fondamento scientifico del concetto di intelligenza emotiva, appoggiandoci in particolare ad un lavoro di Adrian Furnham.2

UN CAMPO DI APPLICAZIONE DELL’INTELLIGENZA GENERALE

Per mettere a fuoco il nodo concettuale dell’intelligenza emotiva può essere utile costruirci un esempio. Se fin da piccoli siete sempre stati appassionati di automobili e avete colto tutte le occasioni per impararne qualcosa, probabilmente ora le conoscerete molto bene, e potremo dire che avete una grande intelligenza automobilistica. Non per questo però sarà lecito ritenere che l’intelligenza automobilistica sia una struttura profonda del pensiero, con una natura ben distinta da quella dell’intelligenza generale. Al contrario, sembrerà più opportuno concepire lo sviluppo della vostra intelligenza automobilistica come una conseguenza del vostro livello di intelligenza generale e della continua frequentazione del mondo delle automobili. Le cose stanno in modo simile per quanto riguarda il caso dell’intelligenza emotiva, che non sembra essere tanto un tipo specifico di intelligenza, quanto il risultato di un’intelligenza generale applicata al mondo delle dinamiche emotive.

Il concetto di intelligenza generale si sviluppa nella moderna psicologia a partire dall’osservazione di Charles Spearman per cui i risultati scolastici nelle differenti materie sono collegati fra di loro, nel senso che di solito gli studenti ottengono risultati di un livello simile in tutte le materie, piuttosto che risultati di livello molto differente da una materia all’altra. Da ciò nasce l’ipotesi che vi sia un fattore generale di intelligenza al quale sono collegate tutte le prestazioni cognitive nei diversi campi del sapere.

Ciò di cui stiamo parlando è il quoziente di intelligenza che si misura normalmente nei test psicometrici. La rilevazione statistica di questa intelligenza generale non implica che se ne conosca la natura biologica, non ci dice se essa dipenda per esempio dal numero di neuroni, da quanto gli assoni dei neuroni sono intrecciati o da quanto frequentemente si attivino.3 Ciò che viene misurato è un’abilità largamente a valle delle strutture biologiche fondamentali da cui si origina, e che nondimeno presenta un significativo carattere di generalità.

MISURARE L’INTELLIGENZA EMOTIVA

Fra i campi di applicazione degli studi sull’intelligenza emotiva vi sono il mondo del lavoro, dell’educazione, della salute. L’obiettivo di molti studi è quello di stabilire una correlazione fra le misure di intelligenza emotiva ed i risultati raggiunti da lavoratori, dirigenti, studenti, insegnanti, medici, etc. Nel prendere in considerazione il modo in cui viene definita e misurata l’intelligenza emotiva notiamo che vi sono tanti autori che se ne occupano, molti dei quali propongono una descrizione differente. Il tratto comune alle varie definizioni è l’abilità di riconoscere e regolare le emozioni sia in sé stessi che nell’ambito delle relazioni interpersonali.

Al di lá del modo in cui si definisce l’intelligenza emotiva, le misurazioni che se ne possono fare sono di due tipi fondamentali, il primo dei quali consiste nell’utilizzo di report composti di domande che chiedono al soggetto di autovalutarsi. Il vantaggio di tali questionari è la possibilità di interrogare direttamente gli aspetti qualitativi del vissuto personale. Lo svantaggio è che i soggetti possono alterare deliberatamente o inconsciamente le risposte, ad esempio per dare una migliore immagine di sé.x

L’altro metodo per misurare l’intelligenza emotiva consiste nel sottoporre i soggetti a dei test di abilità che non implicano i problemi collegati all’autovalutazione. Ad esempio, si mostra ai soggetti un’espressione facciale e gli si chiede di indicare a che emozione corrisponde. Si può chiedere anche di connettere le emozioni più adeguate a certi dipinti, fotografie, registrazioni vocali o descrizioni di situazione. Un’altra possibilità è verificare la capacità di individuare come si trasforma un’emozione a seguito di un’intensificazione.4

Furnham ha sviluppato insieme a K.V. Petrides un questionario per la misurazione dell’intelligenza emotiva che prende il nome di TEIQue.5 Nel 2016 Annamaria di Fabio ha pubblicato un articolo che si occupava di esaminare la validità della versione italiana di tale questionario su di un campione di 1154 giovani adulti italiani.6 Nel corso di questa ricerca è emersa una buona corrispondenza fra il questionario TEIQue ed un altro questionario molto popolare, quello sviluppato da Reuven Bar-on. Risulta invece bassa la correlazione fra il questionario TEIQue ed il test di abilità di Mayer, Caruso e Salovey (uno dei più importanti), ad indicare che le due procedure misurano qualcosa di diverso. La correlazione del TEIQue con il modello dei cinque fattori è moderatamente positiva: l’intelligenza emotiva da esso misurata “si sovrappone ad alcuni aspetti della personalità, ma è configurata come un costrutto distinto.”

ALCUNE CONCLUSIONI

Nel 1983 Gardner propose l’ipotesi che vi fossero 7 tipi fondamentali di intelligenza distinti uno dall’altro.7 Tale ipotesi si poneva come alternativa al fatto che vi fosse un unico fattore generale di intelligenza, ma in seguito vi sono stati alcuni studi che hanno riaffermato la validitá interpretativa del fattore unico. Il caso dell’intelligenza emotiva è simile a quello delle intelligenze multiple individuate anzitutto da Gardner e successivamente da altri. L’intelligenza emotiva sembra interpretabile meglio come un’applicazione dell’intelligenza generale al campo socio-emotivo, e non come un tipo di intelligenza a sé stante.

Per quanto riguarda la possibilità di stabilire una misurazione sicura e utile dell’intelligenza emotiva, al di là dei problemi specifici dell’autovalutazione, sembra più opportuno attendere che venga accumulata una maggiore mole di dati su cui vengano poi effettuate della meta-analisi di spessore adeguato.

L’intelligenza emotiva si presenta come un fattore parzialmente sovrapposto a ciò che già in precedenza veniva chiamato intelligenza sociale e a ciò che Gardner, ad esempio, indicava come intelligenza interpersonale e intrapersonale. Ciò non toglie che il gruppo di abilità collegate all’intelligenza emotiva abbia una notevole importanza pratica, ed il rinnovato focus di interesse sulle emozioni è da vedere con occhio positivo, anche se al momento gli studi scientifici di questo settore sembrano trascurare la natura delle emozioni fondamentali.

Facendo una ricerca su Google Scholar con la parola chiave “intelligenza emotiva”, ho scaricato una ventina di articoli accademici di cui ho controllato l’abstract e alcune bibliografie. In ció che ho letto non ho trovato riferimento alle neuroscienze affettive di Jaak Panksepp, che sono un ottimo punto di riferimento per chi vuole comprendere quali siano i sistemi emotivi fondamentali. Sembra che l’attenzione dei lavori sull’intelligenza emotiva si concentri sul problema della misurazione, ma non su quali siano le emozioni di base che andrebbero riconosciute e regolate dai soggetti coinvolti nei test. Si dà per scontato il riferimento alle emozioni tipiche degli studi sulle espressioni facciali, che peró sono differenti da quelle individuate dagli studi di Jaak Panksepp. Per approfondire questo tema si possono leggere questi due articoli: Le emozioni di base secondo Panksepp, oppure Paul Ekman e le emozioni di base.

1 Consiglio ad esempio quella che si trova sul sito tramedoro.eu

2 Adrian Furnham, Emotional Intelligence, (2012 INTECH Open Access Publisher). Ho scelto questo testo per via dell’autorevolezza dell’autore, perché ha contribuito a sviluppare uno dei test di riferimento per l’intelligenza emotiva, e perché tale testo è impostato come una meta-analisi che compara l’esito di approcci differenti al tema dell’intelligenza emotiva.

3 Si tratta di esempi di fantasia, non significativi.

3 Tale problema di misurazione viene meno là dove l’impiego di tali questionari si dimostra in grado di prevedere una variabile concreta quale il rendimento scolastico o la carriera in ambito professionale. Questa capacità previsionale è ciò che hanno di mira i ricercatori e si pone, per così dire, a valle di tutto. Se c’è quella, qualsiasi cosa possa essere accaduta nella mente di chi ha compilato i questionari non è più un’obiezione valida. Se infatti l’obiezione fosse stata valida, sarebbe stato impossibile riscontrare la capacità previsionale. Se c’è vento e devo tirare la freccia, si può giustamente dubitare della mia capacità di colpire il bersaglio. Ma la successiva osservazione di quante volte colpisco il bersaglio non vale di meno a causa di quei dubbi.

4 John D. Mayer, Peter Salovey and David R. Caruso, “Emotional Intelligence. New Ability or Eclectic Traits?,” American Psychologist Vol. 63, No. 6, (2008 September), 503–517. doi: 10.1037/0003-066X.63.6.503

5 Trait Emotional Intelligence Questionnaire. I quindici aspetti su cui si basa sono: adattabilità, assertività, espressione delle emozioni, gestione delle emozioni, percezione delle emozioni, regolazione delle emozioni, impulsività, abilità relazionale, autostima, automotivazione, competenza sociale, gestione dello stress, empatia, felicità, ottimismo.

6 Annamaria Di Fabio, Donald H. Saklofske and Paul F. Tremblay, “Psychometric properties of the Italian trait emotional intelligence questionnaire (I-TEIQue),” Personality and Individual Differences 96, (2016), 198–201. doi: http://dx.doi.org/10.1016/j.paid.2016.03.009.

7 Linguistico-verbale, logico-matematica, musicale, corporea, spaziale, interpersonale, intrapersonale.

Lo studio della personalità con i Big Five e le emozioni.

Quello che segue é un estratto dal libro Le emozioni di base secondo Panksepp, che ho pubblicato di recente.

“Lo studio dei sistemi emotivi condotto da Panksepp si pone in una prospettiva di continuità anche con la concezione dei cinque fattori, che costituisce un punto di riferimento tradizionale nell’ambito dello studio della personalità. Il modello dei cinque fattori trae origine dallo studio statistico degli aggettivi impiegati per descrivere la personalità, ed ha dimostrato di essere valido in contesti culturali differenti. I cinque fattori sono la stabilità emotiva, l’estroversione, l’apertura mentale, l’amicalità, la coscienziosità. Panksepp ha mostrato che si possono dare delle interpretazioni di questi tratti di personalità per mezzo dei sette sistemi emotivi da lui individuati: “la ricerca/voglia di fare è robustamente collegata all’apertura mentale, ed un forte sistema emotivo del gioco si accorda con un’elevata estroversione. Una cura elevata ed una rabbia limitata sono associate con un alto livello di amicalità. Alti punteggi per le emozioni negative nel loro complesso potrebbero essere all’origine dell’instabilità emotiva (con forti contributi provenienti dalla pena della solitudine e dalla paura).”1 Il modello dei cinque fattori riceve così un’interpretazione più profonda, e le sette emozioni di Panksepp dimostrano il loro potere esplicativo nell’ambito di un campo di studi consolidato (per chi volesse, il test di personalità basato sulle sette emozioni di Panksepp è facilmente recuperabile online2).”

1Christian Montag, Jaak Panksepp, “Primary emotional systems and personality: an evolutionary perspective,” Frontiers in Psychology 8:464 (2017), 9-10, doi:10.3389/fpsyg.2017.00464

2Il questionario, in inglese, si trova all’interno di questo articolo: Kenneth L. Davis, Jaak Panksepp, “The brain’s emotional foundations of human personality and the Affective Neuroscience Personality Scales,” Neuroscience and Biobehavioral Reviews 35 (2011), 1946–1958, doi: 10.1016/j.neubiorev.2011.04.004

L’articolo può essere scaricato liberamente dal sito researchgate.net.

La ruota delle emozioni di Plutchik

Nell’immagine potete vedere la ruota delle emozioni cosí come é stata impostata da Robert Plutchik. Questa figura é stata ottenuta dalle otto emozioni che Plutchik considera fondamentali. Le emozioni di qualitá opposta si trovano in posizioni contrapposte di 180 gradi. Abbiamo dunque la gioia opposta a dolore/tristezza (sorrow in inglese), la rabbia opposta alla paura, l’accettazione opposta a al disgusto, e la sorpresa in opposizione all’attesa. Plutchik é stato uno psicologo americano di impostazione psicoevoluzionistica, molto influente nel campo dello studio delle emozioni. Per una sintesi del suo pensiero puoi leggere questo post.

Robert Plutchik e la teoria psicoevoluzionistica delle emozioni

Come altri post che ho pubblicato di recente, anche questo si propone di sintetizzare il testo di uno studioso attivo nel campo della psicologia delle emozioni. Tale lavoro di sintesi è svolto nell’ottica di introdurre il lettore al testo divulgativo che ho pubblicato di recente sulle neuroscienze affettive: “Le emozioni di base secondo Panksepp”. In questa occasione prenderemo in considerazione l’articolo “The Nature of Emotions”1 di Robert Plutchik, che è stato uno psicologo statunitense particolarmente influente nel campo delle emozioni.

All’inizio dell’articolo citato, Plutchik osserva che vi sono alcune difficoltà specifiche dello studio delle emozioni. Tali difficoltà nascono dal fatto che noi siamo in grado di controllare le nostre emozioni in modo cosciente ed inconscio, dalla tendenza di parte del mondo scientifico ad escludere dallo studio queste entità così poco precise e adatte allo studio quantitativo, e da difficoltà aggiuntive di ordine linguistico, in quanto non tutti usiamo allo stesso modo le stesse parole per le stesse emozioni. Per questi motivi lo sviluppo di una teoria delle emozioni sulla base dei report verbali appare difficile, ma ciò non rende lecito escludere le emozioni dal campo dei nostri studi.

Nel descrivere i tratti fondamentali delle emozioni Plutchik sottolinea la compresenza di una dimensione comportamentale e psicologica delle emozioni, nonché il particolare sentire ad esse collegato, ed il ruolo degli stimoli specifici che le attivano. Nella sua concezione, di impronta nettamente evoluzionistica, le emozioni non sono eventi isolati ma fenomeni caratterizzati da un alto livello di integrazione con le situazioni vissute dall’individuo. L’alto livello di interazione fra emotività ed aspetti cognitivi fa sì che non abbia molto senso considerare il processo emotivo come una catena, chiedendosi che posizione esatta vi occupino le funzioni cognitive.

Plutchik tenta di generalizzare teoricamente l’effetto delle emozioni concependole come se fossero il ripristino un equilibrio che è stato alterato, ed arriva a definirle come un sistema di comportamento omeostatico, a feedback negativo.

LA POSIZIONE EVOLUZIONISTICA

Nell’articolare la propria posizione evoluzionistica Plutchik cita John Paul Scott, notando che vi sono alcuni tipi di comportamento molto diffusi sia negli organismi evoluti sia in quelli più semplici: il mangiare, la reazione di fuga-o-lotta, la sessualità, il prendersi cura, e l’investigazione. Plutchik ci segnala che non è facile connettere queste modalità di comportamento osservabili dall’esterno con meccanismi interiori o stati di coscienza. A tale riguardo è opportuno notare che il merito di Jaak Panksepp è proprio quello di aver stabilito questa connessione, grazie all’individuazione di sette sistemi emotivi situati nelle parti più antiche del cervello.

Confrontando i sistemi emotivi di Panksepp coi moduli di comportamento elencati da Plutchik, si vede che alla reazione di fuga-o-lotta corrispondono i due sistemi emotivi di paura e rabbia. Nel sistema di Panksepp inoltre l’eccitazione sessuale e la cura sono due sistemi emotivi fondamentali, così come pure la ricerca/voglia di fare, che appare simile a ciò che Plutchik chiama investigazione. Al comportamento del mangiare invece non corrisponde nessun sistema emotivo nel sistema impostato da Panksepp. Plutchik enumera tra le reazioni emotive anche il piacere, il disgusto, il dolore, che Panksepp non considera come facenti parte il novero delle emozioni. Plutchik si riferisce anche alla depressione come se fosse un’emozione, mentre Panksepp la considera come un problema di bassa attività cronica del sistema emotivo della ricerca/voglia di fare, a seguito di prolungati stimoli negativi da parte della pena della solitudine.

Per quanto riguarda l’impostazione evoluzionistica complessiva, a mio avviso Plutchik spinge l’analogia molto in basso nella scala evolutiva, forse troppo, facendo riferimento agli organismi unicellulari e scegliendo di citare un passo di Darwin dove si parla di rabbia, terrore, gelosia ed amore manifestati dagli insetti. Simili parallelismi possono essere interessanti per fare luce sui fattori ambientali esterni che provocano lo sviluppo dei sistemi emotivi, ma non ci aiutano a capire quanto sia esteso ad altre specie animali il nostro sentire le emozioni. Nel discorso di Panksepp l’analogia emotiva tra esseri umani ed animali è molto più circostanziata a mammiferi ed uccelli, con i rettili in possesso soltanto delle emozioni più primitive, e con una somiglianza relativa ad organismi semplici come i gamberi circoscritta all’effetto di quegli elementi chimici che negli umani sono droghe d’abuso.

L’ATTEGGIAMENTO VERSO LE NEUROSCIENZE

Per quanto riguarda il dato neuroscientifico,2 Plutchik sembra porlo in contrapposizione con una teoria di ampio respiro sulle emozioni, temendo forse una tendenza riduzionista che potrebbe originarsi nell’approccio neuroscientifico. A mio avviso le neuroscienze possono contribuire in modo concreto allo sviluppo di una teoria generale delle emozioni, soprattutto prendendo in considerazione anche la posizione di Panksepp, e non soltanto quella di Ledoux e Damasio, come invece sembra fare Plutchik.

L’elettrostimolazione del sistema emotivo della paura non basta certo a darci una teoria soddisfacente della paura, ma una teoria soddisfacente della paura deve accordarsi coi dati di queste pratiche di elettrostimolazione. Ciò fornisce un vincolo ed un supporto non indifferente allo sviluppo di una teoria matura sulle emozioni.

Sempre per quanto riguarda il campo degli studi neuroscientifici sulle emozioni, va notato che Plutchik segnala il ruolo importante che sarebbe rivestito dall’amigdala, la quale però secondo Panksepp avrebbe più che altro la funzione di canale di trasferimento delle emozioni, e non di sorgente. Il luogo di origine delle emozioni sarebbe da indicarsi più correttamente in alcune zone del tronco cerebrale, ad esempio nel grigio periacqueduttale (GAP, o PAG in inglese).

LE OTTO EMOZIONI PRIMARIE E LA FIGURA DEL CIRCOMPLESSO

Plutchik nota che alcuni studiosi delle emozioni avrebbero riconosciuto una somiglianza fra la nostra percezione dei colori e quella delle emozioni. In particolare, sia i colori sia le emozioni sarebbero mescolabili a formare le più diverse combinazioni. Sulla base di questa concezione Plutchik imposta una rappresentazione grafica delle emozioni che a partire da un circolo di otto emozioni primarie sviluppa una struttura chiamata circomplesso delle emozioni.

Plutchik dispone le emozioni primarie in cerchio, mettendo in posizione di vicinanza quelle simili, ed in opposizione di 180 gradi quelle di significato opposto. Nella ruota delle emozioni così ottenuta abbiamo la gioia opposta a dolore/tristezza (sorrow in inglese), la rabbia opposta alla paura, l’accettazione opposta a al disgusto, e la sorpresa in opposizione all’attesa. Successivamente Plutchik dispone le emozioni simili a quelle primarie, ma di intensità inferiore, sull’esterno, mettendole tanto più lontane quanto meno sono intense. Seguendo lo stesso principio, le emozioni simili ma più intense sono disposte all’interno della ruota delle emozioni primarie. In questo modo si ottiene una specie di fiore i cui petali possono essere uniti verso il basso creando una sorta di cono. È questa la struttura che prende il nome di circomplesso.

È abbastanza chiaro dal discorso di Plutchik che la scelta di quali siano le emozioni di base (così come il disporle in un circomplesso) è una scelta parzialmente arbitraria, fondata sul giudizio degli esperti di settore e sulla lunga tradizione esistente in letteratura, ma non su dati sperimentali chiaramente oggettivi. Plutchik non si basa su dati di natura anatomica, come accade invece negli studi delle neuroscienze affettive, ed il risultato è che vi sono molte differenze fra le emozioni di base principali individuate da Plutchik e quelle individuate da Panksepp.

Rabbia, paura e tristezza sono i punti in comune, e fanno anche parte di molte altre liste di emozioni impiegate negli studi psicologici. Anche la gioia è comunemente indicata come emozione fondamentale, ma essa non ha un esatto riscontro tra i sistemi emotivi individuati da Panksepp. Può essere considerata come manifestazione di varie combinazioni dei quattro sistemi emotivi a valenza positiva: cura, sessualità, gioco, ricerca/voglia di fare. Il disgusto è secondo Panksepp un affetto di natura più sensoriale, e non un’emozione. La sorpresa è considerata da Panksepp un fenomeno con un elevato contributo cognitivo, e non un emozione di base. L’accettazione può forse essere messa in correlazione con la cura, mentre il senso di attesa potrebbe essere messo in connessione con la ricerca/voglia di fare, ma soltanto se lo consideriamo connesso ad un senso di desiderosa anticipazione.

CONCLUSIONI

Come già nel caso di Paul Ekman, anche nel considerare la posizione di Robert Plutchik notiamo che il confronto con il sistema di Panksepp introduce ad una comprensione più sistematica delle emozioni fondamentali. In Panksepp si ritrova l’impostazione evoluzionistica presente in Plutchik, ma consolidata con l’individuazione anatomica dei sistemi emotivi fondamentali. L’impostazione di Panksepp consente di distinguere con più significatività tra le emozioni fondamentali, le emozioni derivate, ed altri affetti di natura non emotiva. La sua visione consente di comprendere meglio la sorgente dell’esperienza emotiva interiore e quindi di rintracciarne con più sicurezza la manifestazione in altre specie animali diverse da noi. Per quanto riguarda il ruolo fondativo delle emozioni rispetto al tessuto sociale, si tratta di un tema riconosciuto da Plutchik, ma che in Panksepp riveste una posizione più centrale, soprattutto nel caso di mammiferi ed uccelli. Per un approfondimento vi invito alla lettura di “Le emozioni di base secondo Panksepp”.

1Robert Plutchik, The Nature of Emotions, American Scientist, vol. 89, Issue 4, (2001/07), 344-350. doi: 10.1511/2001.4.344

2Si tenga presente che Plutchik scrive nel 2001, soltanto 3 anni dopo l’uscita del libro di Panksepp: “Affective neuroscience.” Nella biografia dell’articolo di Plutchik a cui mi riferisco Panksepp non è presente, mentre è presente un riferimento al pensiero di Antonio Damasio, che comporta importanti differenze rispetto al lavoro di Panksepp. Per quanto riguarda Damasio, questi condivide con Plutchik l’impostazione per cui le emozioni contribuiscono a ripristinare una situazione considerata omeostatica.

Paul Ekman e le emozioni di base

Paul Ekman è un teorico delle emozioni famoso per i suoi studi sulle espressioni facciali. La sua ricerca ha consentito di individuare alcune espressioni riconosciute da individui appartenenti a culture molto differenti fra loro. Questo fatto suggerisce che tali espressioni siano un fenomeno di origine innata. Ne segue che il processo di sviluppo culturale dell’esperienza emotiva non avviene in libertà completa, ma prende le mosse a partire da una predisposizione di natura biologica predefinita.1 2

Le espressioni facciali delle emozioni di base

Le espressioni facciali delle emozioni di base

Le emozioni collegate alle espressioni facciali innate sono dette “emozioni di base”, formula che sta a indicare lo svolgimento di una funzione vitale fondamentale. Le emozioni di base sono un modo con cui l’organismo affronta situazioni ricorrenti quali ad esempio il pericolo dei predatori, oppure la competizione per il cibo o per il partner. Ciascuna emozione di base si caratterizza per le situazioni specifiche che ne provocano la manifestazione, per il comportamento che ne scaturisce, e per i cambiamenti fisiologici collegati.3 4

La visione teorica di Paul Ekman si distingue proprio per essere incentrata sull’idea delle emozioni di base. Altri due studiosi importanti che partono da questa premessa sono Carroll Izard e Jaak Panksepp. Un approccio alternativo a quello delle emozioni di base si focalizza sul processo con cui l’organismo valuta la situazione ambientale (in tal caso non si assume come ipotesi di lavoro che il ventaglio di tutte le possibili emozioni si possa ricondurre ad un piccolo numero di emozioni di base.) Questo approccio incentrato sul processo di valutazione (appraisal) è ben esemplificato dal modello componenziale di Scherer.

La lista delle emozioni primarie proposta da Ekman si è ampliata nel corso del tempo. Inizialmente comprendeva paura, rabbia, gioia, disgusto, sorpresa e tristezza. Successivamente si è ampliata fino ad includere divertimento, rabbia, disprezzo, contentezza, disgusto, imbarazzo, eccitazione, paura, senso di colpa, orgoglio del risultato, sollievo, tristezza/sofferenza, soddisfazione, piacere sensoriale, vergogna. Tali emozioni, precisa Ekman, sarebbero più precisamente intendibili come famiglie di stati emotivi simili. Da questo elenco Ekman esclude l’interesse, in quanto ritiene si tratti più esattamente di uno stato cognitivo. Vengono esclusi anche l’amore parentale, l’odio, e la gelosia, in quanto si tratterebbe di schemi emozionali durevoli5 nel corso dei quali ci potrebbero essere diverse manifestazioni di emozioni primarie.

Tra parentesi, vale la pena ricordare che le principali emozioni di cui parla Ekman sono anche alla base del noto film della Pixar “Inside Out”, di cui non a caso Ekman è stato consulente scientifico.

LEGGI ANCHE: Inside Out e la psicologia della Rabbia

Fra le più significative somiglianze interculturali riscontrate nel corso dei suoi studi, Ekman cita la perdita di una persona significativa, che è in ogni cultura un antecedente tipico della manifestazione di tristezza. Il danno fisico o psicologico è invece un tipico antecedente della paura. Purtroppo è difficile accrescere l’evidenza disponibile in tale campo d’indagine, per via delle ambiguità intrinseche all’impiego interculturale dei questionari. Similmente è difficile impiegare lo strumento dei questionari per stabilire la specificità del vissuto di ciascuna singola emozione.

Sebbene le emozioni possano manifestarsi anche in assenza di altri individui, Ekman ritiene che il loro ruolo sia collegato anzitutto alle situazioni sociali. Secondo Ekman le emozioni hanno un ruolo cruciale nello sviluppo delle relazioni interpersonali (sia nell’infanzia che nel corteggiamento) e nella modulazione dell’aggressione. Egli cita il caso dei malati che a causa di paralisi non sono in grado di assumere espressioni facciali o che non sono in grado di gestire o riconoscere la modulazione del parlato collegata all’emotività: questi individui hanno gravi difficoltà di relazione interpersonale.

Le emozioni informano i nostri conspecifici a riguardo di ciò che sta accadendo, e tale informazione riguarda sia quello che succede dentro la persona, sia ciò che è avvenuto prima, sia le possibili conseguenze. Dall’espressione di disgusto, ad esempio, capiamo il tipo sensazione provata dalla persona che stiamo osservando, capiamo pure che essa ha appena incontrato qualcosa di sgradevole al gusto o all’olfatto, e che probabilmente se ne allontanerà nel minor tempo possibile.

Benché le espressioni facciali e vocali siano manifestazioni delle emozioni, possiamo avere sia il caso di emozioni che non vengono espresse, sia il caso di espressioni simulate che non corrispondono ad emozioni realmente provate. Vi sono comunque differenze tra le espressioni sincere e quelle falsificate, ed è dunque possibile distinguerle, soprattutto nel caso delle espressioni facciali.

Qui vale la pensa aprire una breve parentesi e ricordare che Ekman è l’autore del famoso libro “I volti della menzogna”. In questo libro Ekman si dilunga molto sulle varianti di sorriso che si possono assumere per dissimulare la menzogna. Vi sono molte emozioni che intervengono quando quando non si dice la verità, e vi sono molti modi per dissimularle. Ad esempio, è tipico di chi sta raccontando una menzogna la diminuzione dei gesti illustrativi (che accompagnano e rafforzano i significati) e l’aumento dei gesti incompleti o fuori posto. Frequenti in chi sta mentendo sono anche le tirate oratorie, o le pause improvvise che lasciano intravedere la mancanza di un ricordo reale. Tirando le somme, si può dire che i segni della menzogna sono molteplici, ma anche che sono spesso ambivalenti, possono avere significati diversi, e vanno interpretati sulla base del contesto e della persona particolare con cui si ha a che fare.

Tornando alle emozioni di base, Ekman ritiene che la loro valutazione da parte degli individui possa avvenire secondo due modalità differenti. Ci può essere un riconoscimento automatico, rapido, di tipo inconscio, ed un riconoscimento più lento e cognitivamente mediato. Ekman non è però in grado di individuare le strutture anatomiche esatte che sottostanno a tali processi.

Ekman riconosce che ciascuna emozione di base può essere collegata a specifiche attivazioni del sistema nervoso autonomo, in preparazione a comportamenti determinati quali la fuga e l’attacco. Questo punto di vista è in contrasto con la visione di chi pensa che le emozioni siano esclusivamente un costrutto sociale. Esistono infatti degli studi che mostrano come gli schemi di attivazione del sistema nervoso siano simili anche tra culture differenti.6

Questo breve riassunto della concezione delle emozioni secondo Ekman è proposto come approccio al lavoro più profondo sviluppato dalle neuroscienze affettive di Jaak Panksepp. Se si legge il lavoro di Ekman dopo aver studiato Panksepp, il lavoro di Ekman appare come un primo abbozzo di ciò che si rivelerà essere un affresco più vasto ed organico. Il lavoro di Panksepp, in maniera speculare, appare come una sorta di upgrade del lavoro di Ekman, riuscendo a spiegare diversi nessi causali che nel discorso di Ekman sono soltanto intuiti.

La visione di Panksepp, come quella di Ekman, si sviluppa attorno all’idea che vi siano alcune emozioni di base, ma è molto più approfondita da un punto di vista neuroscientifico e individua un diverso set di emozioni di base, che sono la paura, la rabbia, l’eccitazione sessuale, la cura, la pena della solitudine, il gioco, e la ricerca/voglia di fare. Chi scrive ha pubblicato un libro divulgativo sulle emozioni di base secondo Panksepp, di cui si possono leggere le prime pagine online.

1Il riferimento principale per la stesura di questo articolo è: Paul Ekman , Basic Emotions, Capitolo tre in T. Dalgleish and M. Power (Eds.). Handbook of Cognition and Emotion. Sussex, U.K.: John Wiley & Sons, Ltd., 1999.

2Le espressioni nella fotografia sono state impiegate in questo studio: Ekman, Paul, E. Richard Sorenson, and Wallace V. Friesen. “Pan-cultural elements in facial displays of emotion.” Science 164.3875 (1969): 86-88.

3All’inizio della sua carriera Ekman adottava una concezione secondo cui le emozioni sarebbero descrivibili con due assi basati sui concetti attivo-passivo e piacevole-spiacevole. Successivamente, tale concezione ha lasciato posto all’idea che vi siano alcune emozioni di base qualitativamente ben distinte fra loro.

4 L’espressione “emozioni di base” può anche servire per distinguere le emozioni primarie dalle combinazioni che ne derivano (emozioni secondarie).

5Nota che vi sono teorici, come Izard e Panksepp, secondo i quali le emozioni sono assimilabili ad un processo continuo. Non a caso Panksepp inserisce la cura nel novero delle emozioni di base.

6Va comunque segnalato che non a tutte le emozioni è chiaramente associata una specifica attivazione del sistema nervoso autonomo, come ad esempio nel caso di sorpresa e godimento. Oltre all’attivazione del sistema nervoso autonomo, Ekman ipotizza anche un’attivazione del sistema nervoso centrale, in modo da poter rendere conto delle specificità di ciascuna emozione per quanto riguarda le dinamiche di memoria, immaginazione, e aspettativa.

Le emozioni di base secondo Panksepp

Le emozioni di base secondo Panksepp“Le sette emozioni di Panksepp non sono un punto di arrivo, ma il punto di partenza per un lavoro su se stessi. È come aver trovato i capi liberi che fuoriescono da un gomitolo aggrovigliato.”

Dalle neuroscienze affettive emerge un nuovo paradigma psicologico destinato a cambiare la concezione che abbiamo di noi stessi. Sette emozioni fondamentali sono state individuate nel sistema nervoso: paura, rabbia, eccitazione sessuale, cura, pena della solitudine, gioco e ricerca/voglia di fare. Queste emozioni sono la radice della coscienza ed il presupposto della nostra socialità. Offrono una nuova chiave di comprensione a fenomeni quali la depressione e la mania, la dipendenza da droghe, l’identità sessuale, il legame sociale.
La teoria dei sistemi emotivi trova una sistemazione organica grazie al lavoro di Jaak Panksepp (1943-2017), psicologo fisiologico emigrato dall’Estonia agli Stati Uniti. Il libro descrive in linguaggio divulgativo questa nuova visione della mente e i tratti fondamentali di ciascuna emozione di base. Segue una riflessione che ne mette in luce la rilevanza al fine della crescita personale e della ricerca di una sintesi sociale nuova.

SOMMARIO
INTRODUZIONE: IL MIO INCONTRO CON PANKSEPP
IL CERVELLO VISTO DA PANKSEPP
LE SETTE EMOZIONI
– LA RICERCA, O LA VOGLIA DI FARE
– LA PAURA
– LA RABBIA
– L’ECCITAZIONE SESSUALE
– L’IDENTITÀ SESSUALE
– LA CURA
– LA PENA DELLA SOLITUDINE
– IL GIOCO
PROSPETTIVE PER LA PSICOTERAPIA
RIFLESSIONI E CONNESSIONI FILOSOFICHE
BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE: IL MIO INCONTRO CON PANKSEPP

Da molto tempo ero in cerca di un sapere scientifico sulla mente che fosse fruttuoso nell’ambito di un percorso di autocomprensione. Nel 2013 ero rimasto affascinato dalla teoria di Giulio Tononi, il quale prometteva una formula matematica in grado di catturare l’essenza della coscienza. Dopo avere studiato alcuni articoli dedicati alla cosidetta information integration theory però, mi sono reso conto che non si trattava di ciò che cercavo. I complessi calcoli statistici di cui è composta la teoria conducono infatti a dei parametri numerici simili alle “firme di un pensiero cosciente” di cui parla Stanislas Dehaene nel suo recente libro sul cervello, ma purtroppo non forniscono una visione illuminante per l’autopercezione di noi stessi.
Dopo l’immersione nella statistica ho cercato dunque un’interpretazione del cervello più prossima all’esperienza personale, ed è stato così che ho incontrato Jaak Panksepp, il quale non tenta di estrarre l’essenza della coscienza per mezzo di un’elaborazione delle combinazioni dei neuroni accesi e spenti, ma ci parla di sistemi emotivi che possiamo connettere al volo con il nostro vissuto personale. Tra le altre cose, Panksepp è noto per avere identificato nei ratti un’emissione vocale equivalente alla risata, caratterizzata da una frequenza di circa 50Khz, al di sopra quindi della gamma di suoni udibili dall’orecchio umano. Questa emissione vocale è tipicamente emessa nelle situazioni in cui i ratti praticano giochi di lotta e di inseguimento. Secondo l’impostazione di Panksepp i sistemi emotivi fondamentali sono gli stessi in tutti i mammiferi, e quindi dallo studio degli animali si possono ricavare dei dati impiegabili anche per gli esseri umani. Detto questo è d’obbligo puntualizzare che Panksepp non adotta un approccio riduzionista che porta a perdere le specificità più preziose dell’umano, ma ci dà una descrizione delle fondamenta su cui può elevarsi l’edificio spirituale. L’attitudine umana di Panksepp si riconosce nelle foto che lo ritraggono mentre sorride naso a naso coi roditori che così spesso si incontrano nei suoi studi.
Panksepp individua il proprio territorio d’indagine con l’espressione ‘neuroscienze affettive’, ed adotta un approccio triplice allo studio delle emozioni, costituito dall’osservazione del comportamento degli animali, dallo studio del funzionamento fisico-chimico del cervello, e dai resoconti introspettivi dei soggetti umani. Ad esempio nel caso della paura avremo un ratto con due elettrodi inseriti nelle corrispondenti zone sottocorticali del cervello. A seguito dell’applicazione di un livello minimo di corrente il ratto si immobilizza, mentre con un livello più elevato di corrente l’animale scappa. A questa osservazione dei comportamenti di immobilizzazione e fuga si associa il resoconto di uomini a cui viene praticata una stimolazione elettrica simile a quella applicata al ratto, resoconto nel quale i soggetti coinvolti dichiarano di essere spaventati.
I primi studi di questo genere risalgono alla metà del ventesimo secolo, ma è stato necessario molto tempo perché emergesse una visione complessiva dei sistemi emotivi come quella elaborata da Panksepp. Nelle pagine a seguire troverete un’introduzione ai suoi risultati basata sul libro L’archeologia della mente, un testo di lettura non facile per via della ricchezza dei dettagli chimici ed anatomici che vi vengono descritti. Nel comporre la sintesi che costituisce la prima parte del qui presente libro ho lasciato cadere quasi completamente tali dettagli, essendo io interessato ad un discorso non specialistico. Sulla base di tale sintesi segue una seconda parte del libro costituita da riflessioni di taglio filosofico sul modo in cui le idee di Panksepp possono essere connesse alla creazione di una sintesi sociale nuova.

IL CERVELLO VISTO DA PANKSEPP

All’inizio del suo discorso Panksepp fornisce una ricostruzione storica per giustificare il fatto che l’attenzione della ricerca scientifica sia arrivata a concentrarsi sulle emozioni soltanto negli ultimi anni.
Il desiderio di costruire un edificio del sapere che sia inattaccabile e che risponda in ogni sua parte ad un’infallibile criterio di verità può spingere a diffidare dei riferimenti alle profondità invisibili della soggettività umana. Questo è quanto purtroppo succede con la corrente di pensiero del comportamentismo, che domina l’ambito degli studi psicologici accademici fino agli anni sessanta del secolo scorso, e che si propone di studiare soltanto il comportamento osservabile, vietandosi di impiegare il dato dei resoconti introspettivi. È per questo che Panksepp individua nel comportamentismo uno dei fattori che sono d’ostacolo allo studio delle emozioni.
A partire dalla metà del ventesimo secolo però, la prassi dei calcolatori rende possibile concepire l’uomo come una macchina dotata di software, istituendo una metafora con cui si puó concepire in modo scientificamente accettabile il pensiero che sta invisibile dentro la testa. Tale concezione è influenzata dal fatto che il software è di fatto un’implementazione di quella parte di filosofia che è la logica formale, la quale si occupa delle regole di ragionamento equivalenti ad operazioni esatte sui segni. L’impiego della metafora del pensiero come software è il tratto distintivo della corrente di pensiero che in psicologia prende il nome di cognitivismo e che si sostituisce al comportamentismo come orientamento dominante a partire dagli anni settanta.
Abbiamo dunque in psicologia una tradizione comportamentista prima che vieta per principio di fare riferimento al vissuto personale, ed un cognitivismo poi, che accetta di parlare dei mondi invisibili della soggettività, ma soltanto per coglierne i tratti di razionalità riflessiva più affini al pensiero logico. Secondo Panksepp l’influenza del comportamentismo e del cognitivismo ha ritardato fino ad oggi uno studio scientifico e sistematico delle emozioni, e tale influenza è ancora viva in molti studiosi attivi nel campo delle neuroscienze.

Venendo a descrivere la situazione attuale degli studi sul cervello, Panksepp riscontra che è difficile capirsi fra aree specialistiche diverse, perché diverso è il modo in cui vengono utilizzati termini simili. Per questo motivo propone di fare chiarezza distinguendo le strutture biologiche del cervello in tre livelli: il livello primario (quello di cui si occupa Panksepp) che corrisponde alle risposte emotive grezze, il livello secondario che è composto dai meccanismi di memoria ed apprendimento, ed il livello terziario in cui troviamo le complessità cognitive della riflessione.
Per fissare le idee possiamo esemplificare il livello primario con il terrore immobilizzante o con la fuga che nascono trovandosi di fronte ad una tigre, il livello secondario con il ricordo dei segni, dei luoghi e degli odori del predatore, ed il livello terziario con la discussione di un progetto per catturare la tigre.

Pensando al cervello di solito ci immaginiamo quelle pieghe grigie che formano la corteccia cerebrale, mentre il lavoro di Panksepp riguarda soprattutto ciò che vi sta sotto. Un principio empirico a cui spesso Panksepp fa riferimento è quello che collega la posizione dei componenti del cervello con la loro età evolutiva. Quelli più vicini alla colonna vertebrale sono i più antichi, mentre quelli in posizione più lontana sono i più recenti. Fra questi vi è la corteccia cerebrale, che possiamo concepire come un mantello venuto ad avvolgere infrastrutture preesistenti.
La localizzazione dei circuiti emotivi avviene inserendo degli elettrodi nel cervello per produrre una stimolazione elettrica in punti specifici. Fondamentale per i sistemi emotivi è il ruolo della zona sottocorticale denominata grigio periacqueduttale (GPA), con le emozioni a valenza negativa che tendono ad essere collocate sul dorso di essa, ed altre a valenza positiva situate sul lato opposto.

Panksepp circoscrive il proprio oggetto di studio individuando i tratti formali dei sistemi emotivi. Ognuno di essi può rispondere inizialmente ad alcuni semplici stimoli innati e successivamente può imparare ad attivarsi a seguito di molteplici oggetti e situazioni che si incontrano nell’ambiente. Ogni sistema emotivo è inoltre caratterizzato dalla capacità di elaborare contemporaneamente più stimoli in ingresso. Per quanto riguarda invece l’output, ciascun sistema emotivo produce un particolare tipo di risposta sotto forma di un comportamento che non riguarda oggetti predefiniti, come si nota ad esempio con la tendenza distruttiva della rabbia, che può trovare sfogo su oggetti diversi. Un terzo punto è che i sistemi emotivi non rispondono alle influenze dell’ambiente in modo immediato: al contrario della lampadina che si accende e si spegne istantaneamente premendo l’interruttore, i sistemi emotivi si comportano come delle ruote che una volta messe in movimento vanno avanti a girare per inerzia e hanno bisogno di tempo per fermarsi. Altra caratteristica importante è che i sistemi emotivi sono soggetti a regolazione da parte delle zone riflessive del cervello, e a loro volta hanno una profonda influenza sul funzionamento di tali zone. Infine è rilevante il fatto che noi percepiamo direttamente la qualità affettiva e distintiva di ciascuna emozione, il suo particolare sapore mentale.

Le emozioni fondamentali descritte da Panksepp sono sette, ed a ciascuna di esse abbiamo dedicato un capitoletto nelle pagine seguenti. Alcune di queste emozioni rientrano nel novero di quelle normalmente impiegate nel discorso psicologico, mentre altre vi appariranno insolite. Tutte ricevono un significato particolare dall’essere state individuate come una parte fisica del cervello. Esse sono la ricerca/voglia di fare, la paura, la rabbia, l’eccitazione sessuale, la cura, la pena della solitudine, il gioco. La loro elaborazione cognitiva nei processi secondari e terziari può dare luogo ad una molteplicità di manifestazioni più variegate quali ad esempio coraggio, invidia, colpa, gelosia, orgoglio, vergogna, disdegno.

I sistemi emotivi non esauriscono l’intero spettro affettivo, che si completa prendendo in considerazione anche gli affetti di natura sensoriale e quelli…

Quello che avete appena letto è l’inizio del libro “Le emozioni di base secondo Panksepp”. Il libro può essere acquistato sui principali store online.

 

BIBLIOGRAFIA

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