LA DANZA DEL QUI ED ORA: UN PARADISO TASCABILE

IL CONTESTO GRIGIO
LA ZONA DEL COLORE

IL CONTESTO GRIGIO

Il nostro pensiero è l’arte di organizzare quello che vediamo in funzione di un obiettivo, ma quello che noi vediamo è drammaticamente poco rispetto al brusio assordante del divenire che impazza dappertutto nel mondo, negli uffici e nelle menti, sugli schermi, nelle fabbriche e nelle atmosfere.

Noi pensiamo di sapere come andranno le cose e ce ne facciamo un’immagine nella testa. Ma il resto del mondo non si organizza per compiacere le nostre aspettative. C’è una natura intrinseca nelle cose che procede con le sue logiche indifferenti ai nostri programmi. E soprattutto ci sono le intenzioni degli altri uomini, contrapposte alle nostre.

Le maglie del ragionamento si allargano nel tentativo di avvolgere le conseguenze e le condizioni dei processi produttivi, ma non si può tenere conto di tutto. Basta aspettare, ed arriva sempre qualcosa che non era previsto e ci costringe a cambiare il pensiero per adeguarlo al mondo. Le nostre aspettative sono un cristallo che andrà in frantumi negli ingranaggi insensibili del divenire.

C’è qualcosa di perverso nel modo in cui l’uomo si innamora dei suoi progetti sul mondo, che nascono con tanto entusiasmo ma poi incastrano in sé stessi il medesimo uomo che li aveva amati, rendendo triste il suo ragionare. La società funziona per mezzo di questa perversione al cui meccanismo è difficile sfuggire.

Ma se il ragionamento sul mondo è divenuto triste, allora il pensiero ha bisogno di un luogo a parte dove dimenticarsi del mondo. Se la società è una foresta alta dove non penetra la luce, noi cerchiamo una radura che sfugge alle ombre per ritrovare il cielo. Noi ce ne andiamo dal futuro per restare nel presente, abbandoniamo il resto del mondo per guardare solo a queste case, ci distogliamo dalle parole delle persone ritraendoci nell’interno che non parla.

Aries Tottile diceva che se l’uomo è ragione, allora il bene dell’uomo è l’esercizio della ragione; ma l’uomo è anche e soprattutto corpo. Accantonare il ragionamento guasto per dare spazio al corpo può essere la strategia migliore per poi tornare ad un ragionare che prenda le mosse da ambienti del pensiero più puliti.

Spesso la volontà che organizza l’azione per raggiungere gli obiettivi finisce per creare una sorta di cortina fumogena tra noi ed i nostri movimenti, che vengono compiuti senza essere vissuti. Ma una volta che ci siamo lasciati alle spalle i ragionamenti andati a male, l’azione si può liberare dalla schiavitù dei risultati e le diviene accessibile quel tanto di sacro che è insito in ogni movimento.

Ecco, sto smettendo di alimentare i pensieri dei progetti e degli obblighi in società. Lascio che le immagini del lavoro, delle persone e delle notizie diventino sbiadite. Dopo aver parcheggiato l’attenzione nell’ascolto del respiro, osservo con la coda dell’occhio i pensieri del giorno che continuano a germogliare. Ma se io mi trattengo e non li guardo, se io non li raccolgo, loro ritornano sott’acqua come un delfino che dopo essere uscito nell’aria ricade. E anche se ci sono attorno a me delle persone, no, non è vero: quelle persone non ci sono, sono solo creature in periferia che non sono interessate a quello che sto facendo, e nemmeno possono vederlo.

Se prima la ragione inviava l’ordine di muoversi per mezzo di telegrammi, adesso ascolta quello che il corpo ha da dire. È il momento dell’aderenza, dell’attenzione che si diffonde nei volumi della carne, nei muscoli grandi delle braccia e delle gambe ma anche in quelli minuscoli i cui nomi sono conosciuti dai medici soltanto. È il momento per accogliere il suono ordinato in ritmi ed armonie di note sovrapposte: la musica, l’allenatrice del corpo e del pensiero.

LA ZONA DEL COLORE

Tra le foglie di una pianta lo sguardo dell’uomo indaga nella speranza di un frutto, e quando si trova di fronte ad un volto lo interpreta disponendolo attorno agli occhi. Allo stesso modo la mente desidera trovare i punti polari della struttura musicale, e quando pensa di averne trovato uno, lo mette alla prova afferrandolo con il capitano di tutti i gesti: il piede che incontra il pavimento.

Ogni volta che il gesto indovina il tempo, l’energia non cala per il lavoro compiuto ma aumenta con la solidità della sensazione musicale. E se le gambe giocano bene, poi l’anima dell’ispirazione prende possesso anche del tronco, delle braccia, e delle mani; fino alle articolazioni delle dita. La struttura corpo è messa al servizio della struttura musica, come fosse un burattino dalle molteplici possibilità, ed ai gesti semplici che battono i tempi forti seguono montaggi più articolati.

Nei film d’avventura ci sono delle mattonelle segrete, e quando qualcuno per sbaglio le calpesta scattano le trappole infernali e crollano i palazzi. In questo video-real-game invece c’è un punto G segreto del cemento che si muove sotto il pelo della superfice come i grandi vermi nelle sabbie di Dune, e quando tu riesci a seguirlo con i passi, il pavimento prende vita e diviene un animale da cavalcare. Quando ne perdi le tracce ti devi fermare, immobile come una statua silenziosa, in attesa che l’intuito ne ritrovi la posizione.

Ma non siamo in un laboratorio teatrale del novecento, e non è un atleta quello che sta ballando, preoccupato di muscoli più resistenti per balzi più potenti. È un cittadino del triste impero che di professione fa qualcos’altro, ed usa con affetto il corpo che ha a disposizione per suonare lo spartito, senza arrabbiarsi per i limiti del suo strumento. Non è l’intensità della prestazione fisica che comanda in questo gioco, ma la sintassi delle parole movimento di cui il regista interiore dispone. E là dove la fatica si fa sentire, il cittadino danzante interpone pause immobili o diminuisce oltremodo l’intensità di ogni gesto, fino a lasciarne solo un cenno del capo o dello sguardo. Ma non rinuncia mai ad infatuarsi per le lucciole che si accendono nel triangolo magico fra il corpo, la mente ed il suono organizzato.

Il manuale dell’uomo ci insegna una danza per costruire il regno del Qui ed Ora, dando così un senso all’impresa di affrontare l’altrove che ci viene contro nei giorni. Non è un ballo per piacere allo sguardo di una platea; è una forma di bellezza che non viene osservata da quelli che stanno fuori, ma da quell’unico[1] che sta dentro.

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  1. [1]Una precisazione: non ho utilizzato questa espressione per indicare la fede in un io monolitico, che al contrario percepisco come molteplice. Credo che la convenzione dell’io grammaticale unitario sia un metodo liberamente utilizzabile a seconda delle occasioni. In questo caso si può considerare tale unico come il punto mentale in cui sta per formarsi l’ispirazione, non comandata da un ordine ma invitata da un’attesa.

USCITA DI SICUREZZA: IL LIBRO DI GIULIO TREMONTI, LA CRISI FINANZIARIA, E LA LEGGE GLASS-STEAGALL

RIFLESSIONI SUL LIBRO DI GIULIO TREMONTI.[1]

1 – PRIMO FLASHBACK: NASCONO I DERIVATI
2 – SECONDO FLASHBACK: IL NOSTRO RISPARMIO VIENE MESSO IN GIOCO ANNULLANDO LA SEPARAZIONE BANCARIA
3 – IL DISCORSO DI GIULIO TREMONTI
4 – LA SOLUZIONE ALLA CRISI

PRIMO FLASHBACK: NASCONO I DERIVATI

Il 24 Marzo 1989 la petroliera Exxon Valdez devia dalla rotta usuale per evitare degli iceberg e finisce contro gli scogli nello stretto del Principe William, in Alaska, riversando in mare quarantamila metri cubi di petrolio. Per le conseguenze di questo disastro ecologico la compagnia petrolifera Exxon rischia di dover pagare un risarcimento di cinque miliardi di dollari, e per tutelarsi chiede alla banca JP Morgan di concederle una linea di credito adeguata: se Exxon dovrà pagare i danni, i soldi le verranno prestati da JP Morgan. JP Morgan accetta per non perdere Exxon come cliente, ma non è contenta, perché rischia di dover prestare una somma enorme che forse Exxon non sarà in grado di restituire. Inoltre JP Morgan è costretta dalle regole bancarie a compensare il rischio di cinque miliardi di dollari che si è assunta tenendo bloccate parecchie centinaia di milioni di dollari come riserva di sicurezza, e quindi non può impiegare tale denaro in altre operazioni più redditizie.
L’idea che verso la fine del 1994 consente a JP Morgan di sbloccare questo denaro è di scambiare[2] quel grosso rischio da cinque miliardi con la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, che se lo assume ricevendo in cambio un determinato premio in denaro da JP Morgan, ovviamente di importo inferiore rispetto alla cifra complessiva. Questa operazione è di tipo nuovo, e le viene dato il nome di Credit Default Swap, che si abbrevia in CDS e che in italiano potrebbe suonare come “Scambio del (rischio di) Fallimento di un Credito”.

Ispirata da quanto accaduto, nel 1997 JP Morgan mette a punto un prodotto finanziario che spezzetta alcuni grandi rischi simili a quelli del caso Exxon in una miriade di parti molto piccole rimescolandole poi fra di loro ottenendone tante polpette composte da frammenti di rischio di provenienza diversa. Il rischio di ciascuna polpetta è mediamente basso, in quanto ognuno dei singoli grandi rischi di partenza ne può svalorizzare solo una piccola frazione. Tali polpette appaiono abbastanza sicure da poter essere proposte ad un ampio pubblico il quale si fa garante del rischio che costituisce le polpette in cambio di un premio costante. Proviamo a pensare ad una polpetta da 1.000 euro per la quale il cliente riceve ogni mese un euro: se qualcosa va storto nel rischio X a monte della polpetta, il cliente deve rimborsare al produttore della polpetta la parte corrispondente al rischio X, per esempio 40 euro.
Ecco, questi sono i moderni derivati finanziari. L’aggettivo “derivati” si riferisce alle formule matematiche con cui si fa derivare il valore dei titoli commerciabili (le polpette) dal valore originario di una serie di eventi che stanno a monte, come il rischio di Exxon o la possibilità che certe grandi organizzazioni, nazioni incluse, smettano di pagare i loro debiti.

Il lavoro delle banche è fare prestiti, e ad ogni prestito è connesso il rischio di una mancata restituzione. La messa a punto di uno strumento finanziario che consenta di “vendere” il rischio dopo averlo reso “meno rischioso” è un’invenzione in grado di fare epoca, perché permette di diminuire il rischio nei bilanci delle banche. Di conseguenza diminuisce la quantità di soldi che vanno obbligatoriamente tenuti accantonati come scorta, e tali soldi possono essere destinati ad operazioni che offrono profitti maggiori.

Ma ci deve essere stato un errore di messa a punto in quelle formule, perché il rischio sminuzzato e mescolato non cambia affatto il suo peso totale. Non c’è una diminuzione complessiva del rischio ma soltanto una sua distribuzione, alla quale avrebbe dovuto corrispondere un’analoga distribuzione delle scorte di sicurezza, non una loro diminuzione. Tutto va bene finché solo pochi rischi si trasformano in un danno effettivo. Tutto inizia ad andare male quando ci si trova di fronte ad una crisi sistemica con ondate di fallimenti e un aumento drastico del rischio di tutte le polpette.

Nel primo decennio degli anni duemila si fa un utilizzo eccessivo di strumenti finanziari simili a quello descritto, e le cifre collegate diventano astronomiche. È come se una banda di scommettitori avesse puntato una somma 10 volte più grande del mondo[3] su alcuni disastri considerati improbabili ma che adesso stanno accadendo. In questo scenario la finanza ha ben altro di cui preoccuparsi che non della sua funzione sociale originaria, quella di portare i soldi là dove ci sono attività produttive che ne hanno bisogno. E di fronte a cifre così grandi la vita di qualche uomo in più o in meno non rappresenta un fattore che viene preso seriamente in considerazione. Purtroppo per noi.

SECONDO FLASHBACK: IL NOSTRO RISPARMIO VIENE MESSO IN GIOCO ANNULLANDO LA SEPARAZIONE BANCARIA

Uno dei provvedimenti più importanti varati in America per rimediare alla crisi del 1929 è la legge Glass-Steagall (si pronuncia: “glass-stigall”) del 1933, la quale divide le banche ordinarie che gestiscono i risparmi dalle banche d’affari che conducono rischiose operazioni speculative.[4] Nel 1998 Citicorp e Travelers si uniscono a formare il nuovo colosso Citigroup. La legge Glass-Steagall implica la non validità di tale fusione, ma ci sono due anni di tempo prima che gli effetti della legge diventino operativi. I dirigenti della neonata Citigroup si danno da fare e con una campagna di convincimento nei confronti dei politici riescono in ciò che già altre volte era stato tentato senza successo dalla comunità finanziaria. Il 4 Novembre del 1999 la legge Glass-Steagall viene abrogata con 90 voti contro 8 dal senato degli Stati Uniti d’America.[5] [6]

Con i derivati le banche hanno iniziato a giocare un gioco più grosso; in seguito, annullando la divisione fra credito ordinario e speculazione, sono riuscite a mettere in palio anche i nostri risparmi.

IL DISCORSO DI GIULIO TREMONTI

L’impiego estensivo dei derivati e l’abrogazione della legge Glass-Steagall in America costituiscono due aspetti caratteristici della deregolamentazione dei mercati finanziari che si è svolta in particolare negli anni novanta del secolo scorso e che ha contribuito in modo sostanziale alla crisi finanziaria in cui ci troviamo. È stata promossa una campagna ideologica che ha fatto sembrare la deregolamentazione come un tratto tipico del progresso[7] nonostante il sistema finanziario abbia dimostrato storicamente di avere bisogno di regole più degli altri settori.

Con l’ondata di fusioni e acquisizioni rese possibili dalla deregolamentazione gli istituti bancari sono diventati grandi a tal punto che il loro fallimento viene considerato come un’eventualità tanto disastrosa da utilizzare i soldi dei contribuenti per evitarlo. Sapendo di avere le spalle coperte questi istituti possono assumere rischi considerevoli a cuor leggero: se la scommessa funziona ne derivano bonus consistenti per i manager, se la scommessa va male invece, il peso va a finire sui bilanci dello stato che lo gira ai cittadini con le tasse.

Non è corretto affidare la risoluzione della crisi corrente alle istituzioni finanziarie, perché la causa primaria della crisi sono loro, complice la corruzione dei singoli e la ricerca smodata del profitto. Lasciare che la partita si giochi in casa della finanza significa dare un’altra volta a questa gente la possibilità di favorire i propri interessi, allontanando nel tempo la risoluzione dei problemi maggiori. Per questo Tremonti considera un errore l’avere affidato la gestione della crisi al Forum di Stabilità Finanziaria,[8] a riguardo del quale dice: “È successo che […] ha funzionato da cavallo di Troia, fabbricato dalla finanza per entrare nella politica e batterla sul suo stesso campo.” Il risultato dell’attività del FSB è che “dopo una breve penitenza le giurisdizioni non cooperative contano più o meno come prima, […] a mercati e agenzie di rating viene restituita appieno la sacralità del giudizio inappellabile; i bonus dei banchieri hanno raggiunto nuovi livelli record.”[9]

Per quanto riguarda le agenzie di rating, nell’ambito di una crisi in cui sono stati fatti dei gravissimi sbagli nella sfera contabile, è naturale porsi degli interrogativi sul loro ruolo. Il parere di queste agenzie è considerato vincolante da molte importanti organizzazioni internazionali, senza però che nessuna legge stabilisca delle sanzioni per i loro “eventuali” errori. “Se il rating avesse un valore legale diretto, così come ha valore legale la certificazione di bilancio, episodi come il crac della Lehman Brothers non sarebbero rimasti senza conseguenze per le agenzie di rating. L’Arthur Andersen, una potente società di revisione contabile, venne rasa al suolo proprio per aver certificato i bilanci falsi di Enron.”[refPag 75[/ref]

Secondo Tremonti è sbagliato aspettarsi che a “salvarci” dalla crisi possa essere una grande inflazione, in quanto questa non è voluta dalla BCE ma soprattutto non è “voluta dalla Cina che, essendo largamente creditrice, con una grande inflazione che ne svaluta i crediti ci perderebbe economicamente e, di riflesso, si destabilizzerebbe socialmente.” E nemmeno è lecito sperare che sia una guerra a risolvere la situazione, perché le guerre hanno un effetto acceleratore “solo se sono guerre mondiali e non locali, tragedie strutturali e non espedienti congiunturali. No, grazie.” È sbagliato anche pensare che la crisi dell’Europa sia dovuta all’azione ostile degli Stati Uniti d’America: “Invece di sospettare degli altri è meglio capire […] che oggi è l’Europa che si fa male da sola.”[10]

La crisi in cui ci troviamo ha avuto sì origine negli Stati Uniti d’America, ma sta avendo effetti peggiori in Europa per via della divisione politica del vecchio continente. In aggiunta alla sua debolezza politica l’Europa è anche penalizzata dalla mancanza di una vera banca centrale: la BCE “non ha la funzione principale e tipica che è storicamente e sistematicamente propria di una vera banca centrale: la missione di agente del governo, di garante di ultima istanza.”[11]

LA SOLUZIONE ALLA CRISI

Tremonti ci ricorda gli alti livelli di integrazione economica e finanziaria delle nazioni d’Europa, e parla da convinto sostenitore dell’ideale europeo. Dopo aver esaminato i pro e i contro del ruolo della Germania in Europa[12] prende in considerazione alcune ipotesi sulla gestione della crisi: la variante peggiore è l’immobilismo passivo destinato a condurci ad un catastrofico dissolvimento dell’euro, mentre la soluzione preferibile è una riorganizzazione costituzionale dell’Europa ispirata ad una “Nuova Alleanza” tra popoli e Stati.[13]

Secondo Tremonti la BCE deve diventare una vera banca centrale dotata degli strumenti per affrontare la crisi, e vanno avviati dei progetti per la costruzione di infrastrutture europee per mezzo degli Eurobond. Va sostenuta l’adozione del decalogo OCSE sui principi di trasparenza e integrità dell’economia.[14] Vanno abrogate le leggi con cui è stata messa in atto la deregolamentazione finanziaria, ritornando ad una sana divisione fra credito ordinario e attività speculativa oltre che al divieto dell’impiego di strumenti finanziari simili ai derivati.[15]

Non basta: la gravità della situazione richiede una riorganizzazione fallimentare del sistema finanziario.[16] Bisogna verificare i crediti e i debiti dei maggiori istituti finanziari per eliminare quelli privi di garanzie.[17] Si evidenzieranno delle grandi perdite, e l’intenzione condivisibile di Tremonti è quella di farle pagare a chi ha tratto i maggiori profitti dalle speculazioni degli ultimi decenni.[18]

L’uscita di sicurezza proposta da Giulio Tremonti consiste nel prendere il toro per le corna, rimettendo la politica e lo stato al di sopra della finanza, riportando quest’ultima al suo ruolo che è quello di fornire capitali alle attività produttive. La dimensione esagerata concede alle organizzazioni finanziarie una potenza paragonabile a quella degli organi di governo, senza che siano soggette a nessun tipo di controllo democratico. Mettersi contro di loro non è facile, ma con la crisi e con gli scenari oscuri che stanno diventando lo sfondo abituale dei nostri giorni ci saranno sempre più persone disposte a rischiare. Sarebbe un peccato se quelli che vogliono agire rimanessero senza esempi di coraggio e di visione, se scendessero in piazza senza sapere per cosa, soltanto per lanciare qualche sasso ignorante. In questo contesto il ritorno “alle vecchie gloriose leggi bancarie modellate sul tipo della legge Glass-Steagall del 1933”[19] è un obiettivo politico ambizioso ma allo stesso tempo concreto e semplice da spiegare alla gente.

Ci sono nella rete degli uomini che dicono cose giuste, ma il loro nome è conosciuto solo in un ambito ristretto, non hanno esperienza di governo, e sono mescolati ad altra gente che dice le cose opposte rovinando i giovani con dei sogni sbagliati.[20] Giulio Tremonti invece è stato per molti anni alla guida di una delle dieci economie più grandi del mondo, parla di cose che conosce per esperienza diretta ed indica in modo preciso le cause della crisi, cosa che molti altri in una posizione simile alla sua non hanno il coraggio di fare. Questo è il motivo per cui il suo libro è importante.[21]

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  1. [1]Tremonti, G. (2012) Uscita di Sicurezza, Milano, Rizzoli. ISBN 978-88-17-05774-5
  2. [2]In inglese: to swap
  3. [3]Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI; in inglese Bank for International Settings: BIS) nel 2011 il valore dei derivati era di 707.569 miliardi di dollari a fronte di un Prodotto Interno Lordo mondiale di 62.911 miliardi di dollari (pag 51).
  4. [4]L’equivalente italiano è la legge bancaria del 1936.
  5. [5]http://www.dailyfinance.com/2009/11/12/a-decade-after-glass-steagalls-repeal-its-time-to-reverse-san/ http://www.huffingtonpost.com/2009/05/11/glass-steagall-act-the-se_n_201557.html
  6. [6]Ho fatto riferimento all’abrogazione della legge Glass-Steagall avvenuta negli Stati Uniti d’America in quanto si tratta di un evento molto significativo, ma si tenga presente che la deregolamentazione del settore bancario in Europa non è posteriore a quanto accaduto negli Stati Uniti.
  7. [7]A titolo di esempio, il provvedimento con cui è stata abrogata la legge Glass-Steagall è stato nominato “Atto di modernizzazione dei servizi finanziari” (Financial Services Modernization Act) quando in realtà si trattava di tornare alle condizioni precedenti al 1929.
  8. [8]FSB – Financial Stability Forum
  9. [9]Pag 68
  10. [10]Pag 84
  11. [11]Pag 108
  12. [12]“In particolare, in questo momento non si può essere a favore dell’idea di Europa, e non si può essere sinceri amici della Germania, se non si confrontano tra loro e non si pesano le diverse voci positive e negative che vengono elencate qui di seguito.” Pag 122
  13. [13]Pag 154
  14. [14]“Se il Novecento è stato il secolo del gold exchange standard, questo secolo può, deve dunque essere identificato da un nuovo, diverso e giuridico «parametro globale»: appunto il Global legal standard, proposto da chi scrive in un seminario a Parigi nel 2008 e poi dall’Italia nel G7 del 2009. L’avvio è in questo decalogo, approvato in sede OCSE.” Pagg 174-175
  15. [15]“È necessario ridurre il rischio che viene dai derivati. Per farlo è possibile e sufficiente applicare la stessa tecnica: abrogare tutte le leggi che, a partire dagli anni Novanta, in USA e in Europa li hanno liberalizzati. In ogni caso è fondamentale che le banche ordinarie non possano negoziare e/o acquistare derivati, in nessuna forma.” Pagg 171-172
  16. [16]“Molti soggetti, molti segmenti, molti blocchi bancari e finanziari devono essere avviati verso ordinate procedure fallimentari. Ad esempio, verso procedure regolate sul modello del Chapter 11 degli USA.” Pag 170
  17. [17]“… si deve separare il grano dal loglio e dalla zizzania, il bene dal male, aprire o fare aprire i libri contabili, imporre l’accertamento volontario o coattivo di quanto dell’uno e quanto dell’altro c’è in ogni banca, più in generale in ogni grande operatore finanziario” Pag 169
  18. [18]“È a chi ha perso la sua scommessa che si deve imporre di pagare.” Pag 169
  19. [19]Pag 166
  20. [20]Soprattutto gli ex comici.
  21. [21]Ed è anche una causa non secondaria della caduta di Silvio Berlusconi.

JÜRGEN HABERMAS: UNA LEGGE PER L’EUROPA

Riflessioni a margine del testo di Habermas: “Morale, Diritto, Politica”[1] [2]

LA FORMA ASTRATTA E UNIVERSALE DELLA LEGGE

“Vi sono 144 usanze in Francia, che hanno valore di legge; queste leggi sono quasi tutte diverse. Un viaggiatore in questo paese, cambia leggi quasi tante volte quante cambia i cavalli di posta. […] al giorno d’oggi, la giurisprudenza si è tanto perfezionata, che non vi è usanza che non abbia diversi commentatori, e tutti, inutile dirlo, di avviso differente.”[3]

JÜRGEN HABERMAS

JÜRGEN HABERMAS

Con queste parole Voltaire descriveva il sistema delle leggi francesi prima della Rivoluzione: una costruzione variegata che ospitava nei suoi anfratti i privilegi dei nobili e del clero. Questa situazione è cambiata con la Rivoluzione francese[4] ed il passaggio a leggi unificate di tipo astratto e universale, che ancor oggi costituiscono la spina dorsale delle organizzazioni statali.

Un pensiero astratto è privo di colori e di odori, di volti luoghi e date; la forma astratta e universale della legge non consente di privilegiare certi individui al posto di altri, poiché non li può nominare (infatti se li nominasse avremmo un’espressione non più astratta, ma provvista di riferimenti concreti).[5] Essendo slegata da situazioni precise essa è portabile nei diversi luoghi del nostro universo sociale di oggi e di domani.

Proviamo a dare un’occhiata all’articolo 575 del codice penale italiano, quello relativo all’omicidio: Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Il testo, per mezzo della parola “chiunque”, si riferisce chiaramente ad ogni uomo, non solo a quelli appartenenti a certe classi sociali. Non si parla dell’omicidio commesso dai poveri ai danni dei ricchi o di reclusioni più lunghe per gli uomini piuttosto che per le donne.[6]

LA RAZIONALITÀ DEL DIRITTO CHE LEGITTIMA IL POTERE

Max Weber parla di razionalità del diritto riferendosi alla forma astratta e universale delle leggi oltre che ad altre caratteristiche collegate, quali l’ordinamento delle leggi in un sistema di frasi coerenti fra di loro; l’assenza di destinatari specifici della legge; un’applicazione il più possibile meccanica, mirata a minimizzare i casi in cui è necessario un giudizio di carattere soggettivo; chiarezza e semplicità per generare nella cittadinanza delle aspettative certe a riguardo di ciò che è lecito, le quali costituiscono un presupposto importante per i progetti sociali ed economici.

In questa concezione di razionalità non ci si riferisce direttamente a cosa viene detto, ma a come viene detto. Non si danno indicazioni rispetto al contenuto, ma alla forma in cui questo è scritto. Si parla perciò di proprietà formali della legge.
Se ci immaginiamo di fotografare la legge otterremo una fotografia in cui sarà possibile individuare la razionalità così come la intende Weber, che nel suo discorso si riferisce alla struttura della legge e non ai processi con cui essa si forma o a quelli con cui viene applicata, per catturare i quali sarebbe necessario un filmato.

Secondo Weber la razionalità della legge è la proprietà fondamentale che le consente di giustificare il potere, di legittimarlo agli occhi del popolo. I governi infatti non si limitano ad imporre con la forza una serie di norme fatte a loro piacimento senza il rispetto di nessun principio: hanno bisogno di operare con delle frasi che riscuotano nella popolazione[7] un qualche grado di accettazione. L’alternativa, indesiderabile, è un potere completamente autoritario operante senza il consenso, esclusivamente per mezzo della forza.

ALLONTANAMENTO DALLA RAZIONALITA’ FORMALE DELLA LEGGE

Storicamente la legge centralizzata di forma astratta e universale funziona per contrastare i privilegi della nobiltà e del clero favorendo quindi la posizione di coloro che ottengono ricchezza con il proprio lavoro anziché per nascita, rendita o tradizione. Grazie alla protezione della proprietà individuale molti cittadini possono accumulare e conservare il frutto di tale lavoro. Si creano i presupposti per un’accresciuta importanza dei mercati in cui gli individui si confrontano cercando vantaggio per mezzo dello scambio di beni materiali e di servizi, senza violenza, all’ombra di una regolamentazione garantita da uno stato che detiene il monopolio dell’uso della forza.

habermas - morale diritto politica

morale diritto politica

Tale cambiamento storico si risolve in un progresso nel momento in cui consente ai cittadini di porre in essere il proprio progetto di vita, ma non è privo di aspetti negativi. In particolare non impedisce la formazione di un ampio strato di popolazione al di sotto del livello minimo di reddito necessario per una vita dignitosa. Se tale fascia di malessere assume una natura sistemica, nasce il bisogno di una sua gestione sistematica da parte dello stato, per mezzo di apposite normative.[8] Esempi in questo senso sono le pensioni di vecchiaia e invalidità, l’assistenza sanitaria, la stesura di contratti collettivi di lavoro specifici per ogni settore.

 

Dov’è il problema, per chi desidera mantenere la razionalità della legge? Il punto è che le leggi necessarie per migliorare lo status dei disagiati non parleranno degli uomini in generale, come richiedevano l’astrattezza e l’universalità delle leggi: parleranno degli uomini poveri. La tutela dei deboli si risolve in un aumento di complessità della legge e nell’allontanamento dai criteri di razionalità formale della legge, per via della necessità di definire le situazioni particolari in cui l’intervento assistenziale è necessario.

Riassumendo: semplicità ed astrazione sono applicate all’inizio dell’Ottocento per risolvere dei garbugli inefficienti di leggi nei quali si annidavano molti privilegi. Allontanandosi dal punto zero in cui è avvenuto il cambiamento gli effetti negativi delle nuove leggi si accumulano e si evidenziano in zone grigie[9] che hanno bisogno di essere gestite con altre leggi, le quali sono più specifiche e dettagliate perché devono adattarsi alla molteplicità di aspetti del sistema in essere, senza poterla annullare con una nuova improbabile rivoluzione.
Tale sviluppo equivale ad un allontanamento del diritto dalla razionalità formale della legge così come l’abbiamo descritta sopra, e può dunque essere indicato con l’espressione deformalizzazione del diritto. La deformalizzazione dipende sia dall’accumulo di continuità storica che non viene ripudiata da un momento di discontinuità, sia dall’aumento di complessità del sociale a cui si applica la legge.[10]

HABERMAS E LA RAZIONALITÀ PROCEDURALE DELLA LEGGE

Negli antichi imperi la legge è basata su di un’origine sacra, sulla consuetudine e sull’operato della burocrazia. Il sovrano non può fare della legge ciò che vuole, perché questo significherebbe andare contro la tradizione e contro l’autorità divina da cui la legge proviene. Il fatto che i vertici del potere politico non possano disporre a proprio piacimento della legge viene indicato parlando di un momento di indisponibilità della legge.
Nel momento in cui la consuetudine e il divino smettono di essere fonti della legge, come unico riferimento rimangono le raccolte di norme create dall’uomo, che come le ha create le può anche modificare;[11] si presenta quindi il rischio che la legge venga manipolata ai propri fini dalla dimensione politica, e si sente il bisogno di ancorare la legge ad un riferimento che la protegga dai capricci del potere; una possibilità è stabilire che la legge debba essere l’espressione della volontà collettiva del popolo la cui autorità viene posta al di sopra di ogni altro organo dello stato.

Se qualcuno mi dovesse chiedere cosa sto facendo in questo momento, non risponderei analizzando l’interno della mia psiche e cercando di individuare le parti del pensiero coinvolte nell’attività di scrittura e quelle che invece rimangono a riposo, ma gli direi:“Io sto scrivendo un articolo su un libro di Jürgen Habermas”. Adesso fate un esperimento mentale: provate a immaginarvi un popolo dotato di una volontà collettiva e chiedetegli cosa è giusto e cosa è sbagliato. Non so cosa vi risponderà, ma se ragiona come ho fatto io nel darvi la risposta di cui sopra, allora parlerà senza fare riferimento alle proprie suddivisioni interne: senza fare il nome dei singoli cittadini e senza riferirsi a situazioni sociali specifiche. Parlerà dunque in modo astratto.
È questo il senso in cui si può pensare che la volontà collettiva dei cittadini si esprima solo con leggi astratte ed universali tramite le quali riesca a preservare l’autonomia del diritto nei confronti della politica, opponendo ai desideri inopportuni del governo di turno la necessità di esprimersi in una determinata forma che si presume essere in grado di garantire la giustizia, impedendo l’esplicita assegnazione di privilegi a particolari classi sociali.

Habermas ritiene scorretto considerare l’universalità e l’astrattezza del linguaggio come la garanzia che siano rispettati gli intenti di una volontà collettiva monolitica.[12] L’universalità e l’astrazione delle leggi rimangono dei punti di riferimento, ma è necessario approfondire il modo in cui si formano le decisioni rompendo la scatola nera della volontà collettiva del popolo così come l’aveva pensata Rousseau.[13] Questo approfondimento non è stato compiuto dai socialisti,[14] mentre ha avuto luogo nelle teorie liberali.[15]

Il carattere astratto e universale non consente di formulare leggi che attribuiscano direttamente i privilegi a persone precise con un nome e un cognome, ma non impedisce che le leggi proiettino vantaggi e svantaggi sulle fronde della società creando zone chiare e zone scure. Per evitare una manipolazione delle regioni ombrose generate dalle leggi bisogna regolare il processo con cui dalla volontà di tutti si passa alle decisioni del vertice, e non solo definire la forma in cui tali decisioni devono essere formulate.

Rispetto alla razionalità formale così come l’aveva intesa Weber ci troviamo con un concetto di razionalità procedurale più ampio e robusto, che può rimanere valido anche nella complessità della situazione contemporanea in cui è difficile mantenere intatto il carattere astratto e universale della legge.

Mentre la razionalità formale secondo Weber aveva un carattere istantaneo (nel senso che si trattava di proprietà presenti nella legge in ciascun singolo istante) l’aspetto procedurale ci porta a prendere in considerazione degli eventi estesi nel tempo. Si passa quindi da una dimensione sincronica a una diacronica. Con un paragone musicale potremmo dire che mentre Weber si era concentrato sull’armonia dei suoni sovrapposti, Habermas richiama la nostra attenzione sulla melodia e sulla successione degli accordi.

JÜRGEN HABERMAS

JÜRGEN HABERMAS

LEGGE E MORALE

Nella nostra società ci possono essere diversi tipi di morale; ad esempio ce ne può essere una basata sulla massimizzazione della felicità totale dei singoli oppure una basata sulla pratica di certe virtù personali. Ce ne può essere una basata sull’amore verso il prossimo, oppure ancora un’altra che accetta solo quei comportamenti che potrebbero essere messi in atto da tutti gli uomini senza per questo danneggiare la società. Dunque ci troviamo nella situazione in cui una sola legge deve poter mediare fra morali diverse.

Oltre a ciò notiamo che la natura della morale è intrinsecamente diversa da quella della legge. La morale è più propositiva e disegnando degli esempi può ispirare l’azione, mentre la legge è un sistema di divieti. La morale può parlare anche degli invisibili pensieri, mentre quest’ambito rimane inaccessibile alle leggi: il processo alle intenzioni non si può fare. La legge maneggia oggetti concreti e identificabili, mentre la morale è (o può essere) sede di ispirazioni più ardite e difficilmente incasellabili in un reticolo sistematico. La morale può descrivere un modello di comportamento che costituisce un equilibrio delicato raggiungibile solo raramente nella pratica; la morale può anche indicare col dito la Luna, e non è detto che i suoi discorsi giungano sempre a conclusioni precise. Al contrario il diritto deve essere una regola facilmente applicabile nei contesti di tutti i giorni, il diritto deve risolvere i conflitti sulle strade del mondo e deve indicarci il prossimo passo da compiere; il diritto deve (o dovrebbe) dare luogo a decisioni materiali rapide ed oggettive, che bisognano di ragionamenti il più possibile meccanici e semplici.
Se pensiamo alle rispettive funzioni sociali, possiamo considerare la legge come una sorta di completamento della morale, in quanto la legge costituisce l’apparato meccanico tramite il quale si plasma il magma delle conflittualità umane tentando di indirizzarlo nella direzione suggerita dalla morale.

CONCLUSIONI: UN PROGETTO D’EUROPA

Habermas desidera individuare i criteri che permettano di elaborare una legge giusta e funzionale per il contesto contemporaneo, europeo in particolare. Per fare questo prende le mosse dal concetto di razionalità della legge formulato da Max Weber e si propone di darne una versione migliorativa, più resistente al problema della deformalizzazione della legge, nonché capace di regolare il modo in cui la legge assorbe gli argomenti morali e di proteggere la legge stessa dai tentativi di manipolazione da parte del potere politico.[16]

Il potere comunicativo - citazione da Habermas

Il potere comunicativo – citazione da Habermas

L’indagine di Habermas è molto ampia e prende in considerazione temi differenti, che vanno dalle origini del diritto nelle società preistoriche alle tendenze più significative del pensiero sulla legge in Germania e in America, alle problematiche connesse con la formazione dell’Europa unita, al pensiero di Luhmann e Fröbel. Un’attenzione particolare è riservata a una serie di riflessioni sulla Rivoluzione francese e sul pensiero illuminista di Kant e Rousseau.

La soluzione individuata da Habermas è quella di una razionalità della legge intesa anche e soprattutto in senso procedurale: i processi di formazione della volontà politico-legislativa devono essere tali da accogliere in sé il contenuto morale presente nei discorsi pubblici condotti all’esterno delle strutture politiche e giuridiche istituzionali. Seguendo Habermas vediamo che la democrazia dipende dal modo in cui noi cittadini discutiamo gli argomenti, dalla qualità dei nostri discorsi.

Il progetto di Habermas è una costruzione politica unica capace di ospitare al suo interno differenti forme di vita culturali. Contro questo progetto di democrazia liberale basato sulla consapevolezza dei cittadini lavora quella parte consistente del potere che desidera l’assopimento del pensiero. A favore ci siamo noi. Se le anime restano sedute in poltrona a guardare la TV, non c’è molto di che sperare. Ma ogni volta che qualcuno si alza dalla comodità per volere davvero qualcosa, allora il progetto riprende forza e torna possibile un’Europa unita e indipendente, all’altezza del suo posto nella storia e nel mondo.

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  1. [1]Habermas, J. (1992) Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi, Piccola Biblioteca Einaudi 359 (Filosofia).
    Titoli originali: Recht und Moral (Tanner Lectures 1986); Volkssouveränität als Verfahren (1988); Staatsbürgerschaft und nationale Identität (1990) in: Jürgen Habermas, Faktizität und Geltung. Beiträge zur Diskurstheorie des Rechts und des demokratischen Rechtsstaats. Suhrkamp, Verlag Frankfurt am Main 1992.
  2. [2]Dopo una lettura approfondita del testo di Habermas ho scelto alcune idee fondamentali fra quelle in esso contenute; fatto questo, l’articolo è stato costruito come una narrazione preparatoria per l’enunciazione dei concetti prescelti. Questo significa che i temi del libro non sono soggetti ad un approfondimento ma ad una semplificazione che mira a dare un’idea di base al cittadino.
  3. [3]Voltaire, (1838) Oeuvres de Voltaire – Dictionnaire philosophique par Voltaire, Parigi, Imprimerie de Cosse et Gaultier-Laguionie. Alla voce Coutumes.: “Il y a, dit-on, cent quarante-quatre coutumes en France qui ont force de loi; ces lois sont presque toutes différentes. Un homme qui voyage dans ce pays change de loi presque autant de fois qu’il change de chevaux de poste. […] aujourd’hui la jurisprudence s’est tellement perfectionnée, qu’il n’y a guère de coutume qui n’ait plusieurs commentateurs; et tous, comme on croit bien, d’un avis différent.”
  4. [4]Naturalmente il processo storico di formazione dei codici è molto complesso ed esteso nel tempo, e non è un effetto diretto ed esclusivo della Rivoluzione francese.
  5. [5]“La volontà collettiva dei cittadini, potendosi soltanto esprimere nella forma di leggi universali e astratte, si vede necessitata a operare nel senso di escludere tutti gli interessi insuscettibili di generalizzazione e di ammettere soltanto quelle regole che garantiscono a tutti libertà eguali.” Pagg 83-84 in Habermas 1992.
  6. [6]Se invece diciamo, ad esempio, che il feudatario può vendere il vino 30 giorni prima degli altri che non sono feudatari, o che solo il feudatario può cacciare la selvaggina, o che il feudatario ha diritto a ricevere un canone perpetuo da certi terreni del feudo, allora sto facendo delle distinzioni a favore di classi sociali ben determinate.
  7. [7]Nei cittadini qualunque ma anche nei professionisti del campo giuridico.
  8. [8]Il cosiddetto stato sociale.
  9. [9]“[…] nella misura in cui si affermarono monarchie costituzionali e codice napoleonico, ci si accorse che venivano alla luce diseguaglianze sociali di tipo nuovo. Al posto delle diseguaglianze connesse ai privilegi politici subentravano diseguaglianze che potevano svilupparsi solo a partire dalla istituzionalizzazione di libertà eguali nell’ambito del diritto privato. Si trattava delle conseguenze sociali dell’ineguale ripartizione di un potere economico che veniva esercitato non sul piano politico.” Pag 88
  10. [10]Ciò non significa che al punto zero le nuove leggi erano “migliori” per via del fatto che non avevano bisogno delle integrazioni che poi sono state necessarie. Al punto zero le nuove leggi non avevano ancora avuto il tempo di stendere le loro conseguenze, le quali in un mondo complesso non possono non avere delle zone negative.
  11. [11]Si parla a tal proposito di diritto positivo, nel senso che è posto (e quindi modificabile) dall’uomo.
  12. [12]“…anche Kant fu responsabile di una confusione che presto non consentirà piú di separare tra loro due significati del tutto diversi di ‘universalità’: l’universalità semantica di una legge astrattamente generale verrà presto a occupare il posto dell’universalità procedurale, caratterizzante la legge democraticamente stabilitasi come espressione di una popolare ‘volontà collettiva’.” Pag 72
  13. [13]“…occorre che la sostanza morale dell’autolegislazione – compattamente concentrata da Rousseau in un unico atto – si disarticoli attraverso i numerosi gradi del proceduralizzato processo formativo dell’opinione e della volontà, diventando così accreditabile o incassabile anche in monete di piccolo taglio.” Pag 99
  14. [14]“Marx ed Engels si limitarono ad accennare alla Comune di Parigi e trascurarono sempre ogni questione di teoria democratica. […] All’allargato concetto del politico non corrispose nessun approfondimento teorico circa quali funzioni, forme comunicative, condizioni d’istituzionalizzazione, avrebbero dovuto caratterizzare una formazione egualitaria della volontà.” Pagg 88-89
  15. [15]“ …ogni liberalismo democraticamente illuminato tiene sí fermo alle intenzioni di Rousseau, ma riconosce nello stesso tempo che la sovranità popolare dovrà esprimersi solo a partire dalle condizioni discorsive di un processo, in sé differenziato, di formazione dell’opinione e della volontà.” Pag 85
  16. [16]Nel senso che si vuole definire un criterio in base al quale il potere politico non può permettersi di fare tutto quello che vuole con le leggi, proprio perché deve agire all’interno di determinate procedure che consentano di raccogliere i frutti dei discorsi pubblici. Cfr: “Il potere comunicativo viene esercitato secondo le modalità di un assedio. […] esso regola e contingenta il pool di ragioni che il potere amministrativo può sí trattare strumentalmente, ma mai – strutturato com’è in forma giuridica – permettersi il lusso di ignorare.” Pag 98

LA NASCITA DI UNA RELIGIONE: IL SAPERE, IL CONTESTO E LA TRASPARENZA

LA CONTABILITÀ, LA FILOSOFIA E GLI OROLOGI DI CRISTALLO

Antefatti contabili: l’ignoranza del contesto

Quando ho iniziato a lavorare nell’ufficio acquisti non conoscevo ancora nulla della contabilità. Mi limitavo a girare al commercialista le fatture acquisti con qualche giorno di anticipo rispetto alla scadenza dell’IVA. Non avevo un’idea precisa dei percorsi in cui gli impiegati contabili incanalavano i documenti. Se si parlava di Dare e di Avere potevo seguire il ragionamento per un paio di frasi, ma poi non capivo più la direzione dei crediti e dei debiti. Sapevo che c’era una lista di tutti i conti che si chiamava appunto piano dei conti, ma ne conoscevo soltanto poche voci appartenenti alla sezione dei costi; più precisamente le righe che in tale sezione stanno più in alto, quelle relative agli acquisti delle materie prime che ero abituato a gestire. Già le suddivisioni fra i diversi tipi di servizi mi rendevano diffidente, e sapevo che andando più sotto c’erano cose strane come i costi indeducibili, gli oneri straordinari e le minusvalenze. Per non parlare dei ratei e dei risconti: non mi ricordavo mai quali riguardavano i ricavi oppure i costi.

Dopo un paio di anni dal mio ingresso in azienda è venuto il momento di portare all’interno la gestione della contabilità (prima, come ho già accennato, era tenuta dallo studio del commercialista). Ciò è successo in contemporanea all’acquisto di un server AS400, e sono stato io a gestire entrambe le novità, cogliendo l’occasione per fare pratica con i conti. Eravamo a metà degli anni ’90 e non c’era Google a darmi una mano; ho imparato la materia confrontandomi con il programmatore del software contabile e, ovviamente, col commercialista. Nel giro di alcune settimane ho iniziato a capire la differenza fra il Dare e l’Avere che avvengono nello Stato Patrimoniale piuttosto che nel Conto Economico, e in alcuni mesi mi sono abituato a muovermi fra le insidie del giro degli effetti e delle operazioni di fine anno. Adesso registro normalmente bolle doganali, buste paga di fine rapporto e fatture d’acquisto con gli assoggettamenti IVA più diversi. Diciamo che ne so abbastanza per valutare le competenze di un’impiegata contabile in un colloquio d’assunzione.

La consapevolezza del contesto e la natura del cristallo

C’è stato un tempo in cui prevaleva l’ignoranza e la contabilità era per me soltanto un fastidio, un indirizzo a cui mandare le richieste e da cui attendere le risposte. Vedevo quello che vi entrava e quello che ne usciva senza capire il collegamento tra input ed output. L’ignoranza della materia mi portava a volte a sottovalutarne la complessità o, al contrario, a temerne eccessivamente le conseguenze. Dietro a quella parola c’era nella mia mente un aggregato di punti di vista esterni, non una struttura di pensieri pertinente alla realtà che essa indicava.
Successivamente ha avuto luogo un’esperienza per mezzo della quale si è formata una solida consapevolezza del contesto, e oggi, di fronte alla pezza giustificativa dell’operazione di banca, non rimango più fermo a pensare: passo subito a registrarla in prima nota. Quando spuntando l’estratto conto trovo qualcosa che non quadra ho già in mente dove può essere l’origine del problema, e so come verificarlo. Se prima la contabilità era il nome di un bosco di cui non conoscevo i sentieri, oggi è un dominio al cui interno posso vedere come se fosse un orologio di cristallo nel quale distinguo i meccanismi in movimento.

Col passare dei mesi e degli anni ho preso dimestichezza anche con altri contesti all’interno dell’azienda, scoprendo orologi di cristallo nell’ufficio commerciale e in produzione, nella gestione delle risorse umane e nelle questioni più strettamente tecniche. Al di fuori dell’ambiente di lavoro ho trovato orologi di cristallo nei comportamenti delle donne, nei discorsi dei politici e naturalmente negli esami universitari.

La trasparenza come stile di vita

Con l’esperienza e lo studio la massa diviene trasparente; ogni lavoro è una coltivazione che evapora il terreno lasciando visibili le vene aurifere della conoscenza. La terra è soltanto temporanea. La vista degli occhi ci insegna le superfici opache, ma noi preferiamo cercare gli orologi di cristallo. La trasparenza diventa una religione, compatibile con il contesto produttivo e capace di condurci nelle province più colorate del Qui ed Ora.[1]

Certo, non basta sapere che i contesti sconosciuti possono essere imparati a farli diventare trasparenti, ma possiamo creare i presupposti perché ciò avvenga più facilmente, cambiando l’attitudine della mente con l’aspettativa di un mondo trasparente. La differenza sta nel renderci conto che ogni sostanza opaca è soltanto il punto di partenza per scoprire al suo posto una ragnatela impalpabile di relazioni. Cambia l’atteggiamento nei confronti della massa che smette di costituire una barriera allo svolgersi del pensiero, i cui sentieri si diramano in ogni direzione come le scale di Escher. Gli oggetti diventano reti di percorsi e il mondo si risolve nei movimenti di un pensiero luminoso e senza ombre.

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  1. [1]La relazione fra la trasparenza e la godibilità dei Qui ed Ora è un tema da approfondire. Qui mi limito ad un esempio: nel momento in cui la conoscenza di un contesto è progredita a sufficienza è possibile vivere tale contesto localmente senza andare a verificare che i risultati siano adatti alle richieste del contesto globale, poiché si sa già che l’output soddisfa le aspettative. In soldoni: se impari a fare abbastanza bene i tuoi compiti, poi potrai appassionarti al tuo lavoro, perché saprai in anticipo che i risultati saranno buoni e non ci sarà nessuno che verrà a romperti i coglioni per i tuoi errori.

NOMI PER SALVARE IL PENSIERO EVANESCENTE

È quasi mezzanotte e il freddo ci punge aspettando Micaela. Tu sei tante cose, tu sei frizzante. Ti dondoli con le mani in tasca e c’è più stile nelle tue pose che in un musical famoso dei settanta. Vai snocciolando le novità dall’ultima volta dando un tono di voce diverso ad ogni episodio con una recitazione divertita. Dietro le tue parole variegate si intravede una sottile volontà che fa da regia alla giostra degli eventi per condurla in un luogo del futuro. Io, sospeso in questa moderata euforia invernale disegnata dal tuo comportamento, percepisco che la tua pelle è diventata dura per i graffi subiti e apprezzo la tua mente lucida nel sottolineare le proprie competenze e contemporaneamente i limiti.

Il tuo buonumore è sostenuto dalla consapevolezza delle cose accadute. Le decisioni nel gruppo di artisti, le idee concepite per un video, i libri letti, le possibilità di un lavoro. Ma col passare delle ore le cose accadute vanno lontanandosi dal presente scivolando nel passato. I meccanismi del tuo umore se ne accorgono e vanno ad ispezionare il nuovo passato prossimo che nel frattempo si è costituito. Prendono nota delle novità giunte dal mondo esterno e dei nuovi compimenti che hai saputo confezionare. Se non è stata consegnata alla mente abbastanza struttura, le agenzie di rating dell’umore decideranno per un declassamento. Devi essere laboriosa in silenzio per rispettare le consegne e guadagnare un’estensione del tempo felice, evitando il game over.

Non basta però mettere un freno agli spunti dispersivi e concentrarsi sulle strade intraprese. Ogni lavoro è simile ad una raccolta e prima di iniziare è necessario preparare un contenitore in cui salvare gli sforzi. Trattandosi di aspettative e di umore, che sono pezzi di spirito, il contenitore non può che essere un nome. Devi dare un nome ai tuoi lavori prima di cominciarli, così saprai quando li avrai finiti e li potrai poi mettere in esposizione sulle mensole nei corridoi del pensiero.

Non è facile prendere in mano la felicità senza farla morire. E di solito quando affrontiamo il problema ci rendiamo conto che dovevamo fare qualcosa prima. Bisogna giocare d’anticipo, dando più consapevolezza al nostro costruire. Non basta lavorare, bisogna preparare i nomi attorno ai quali fissare i flussi evanescenti del pensiero.

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FESTIVAL DI SANREMO 2012: COMMENTO AI TESTI DELLE CANZONI

CRITICA TAGLIENTE E SEMISERIA ALLE CANZONI DEL FESTIVAL – LE FRASI DA SALVARE

Anche quest’anno il Festival della Canzone Italiana di Serie B è riuscito a mantenere invariato il livello dei testi al quale ci ha abituato per mezzo di lunghi anni di severa disciplina artistica. Naturalmente io sono fra i pochi privilegiati che sanno già chi è il vincitore di questo Sanremo, ma non posso dirvelo per non rovinarvi lo spettacolo. Voglio invece entrare nel merito dei testi delle canzoni andando a vedere come si sono comportati i cantanti in gara, cercando per ciascuno le frasi da salvare.

Dolcenera – Ci vediamo a casa

-La chiamano realtà
-Grande cattedrale ma che non vale un monolocale
-Forma culturale che da tempo non fa respirare

Dopo aver parlato di una cattedrale le deve essere piaciuto molto il contrasto creatosi nel dire monolocale, per cui l’ha detto subito un’altra volta. Questo accostamento di termini non ha un effetto “piacevole” ma potrebbe rimanere nella memoria, sia per l’immagine sia per il significato.
Trovo un po’ riduttivo assumere come ideale il ritrovarsi a casa qualunque cosa accada, ma devo anche ammettere che è in linea coi tempi. Esattamente come lo scetticismo su alcune delle cose più belle della società come la libertà, le opportunità e la cultura. L’espressione qualunque cosa accada per un verso non mi dice nulla, nel senso che non evoca in me un’immagine precisa, ma poi la trovo adatta ad accogliere in sé le sensazioni della crisi.

Marlene Kuntz – Canzone per un figlio

-Se sai bene ciò che fai la felicità sarà sempre raggiungibile

Può anche essere che l’autore di questa canzone mi stia tanto più simpatico di molti altri cantanti del festival, ma questo testo non incontra il mio gusto. Dice troppo direttamente e discorsivamente ciò che vuole senza creare un sistema di metafore, di immagini. Sono frasi più che versi.

Samuele Bersani – Un pallone

-Quando gli manca un metro a una lunga discesa, una scheggia di vetro lo ferma perché è contraria alla libera impresa. Un pallone bucato non è più di nessuno , anzi viene scansato da tutti i bambini
-Per non sentirsi un pallone perso

Non mi è semplice capire se il pallone delle ultime righe è ancora quello che è stato bucato poco prima o se ne è saltato fuori un altro. Questo pallone si muove fra una gran varietà di scene fra cui non è agevole distinguere. A giudicare da come parla della vigliaccheria sembra che sia dotato di una discreta carica di impegno civile.
In questa canzone c’è molta materia prima, ma la forma in cui è organizzata potrebbe essere migliore. Bersani ha l’ispirazione e riesce in parte a trasformarla in immagini, ma gli manca ancora qualche passaggio artistico con cui consegnarci un testo dotato di una narrazione più limpida e chiara, con un punto di arrivo in base al quale decidere gli sfrondamenti. Comunque lui è uno di quelli che non butteremmo giù dalla torre.

Chiara Civello – Al posto del mondo

-Le parole non parlano più
-Più in alto di questo cielo
-Dolce evasione negli occhi

Le parole che non parlano più mi piacciono. I passi passati invece non sono un accostamento “bello” ma sembrano poter dire qualcosa. Questa canzone parla d’amore e a tratti cade nel già visto, ma non si lascia liquidare troppo facilmente. Si muove fra l’ispirazione ed il banale, toccando entrambi. Mi pare che non chiuda gli orizzonti ad una buona interpretazione.

Nina Zilli – Per sempre

-Torna la fame
-E invece di morire ho imparato a respirare
-Se perdo in amore perdo te

Torna la fame è la frase chiave, con quel ragionamento sull’orgoglio che la precede. Tutta la canzone trova compimento in questo verso e nel titolo (la bugia accettata per soddisfare la fame). C’è dunque una struttura narrativa, e lo si vede anche nella frase Ma illudimi che sia per sempre, che funziona appoggiandosi al verso precedente in cui l’illusione non era esplicita: Allora ti direi stavolta sarebbe per sempre.
Peccato che nel racconto dell’accaduto manchino le ispirazioni capaci di dargli più spessore.

Pierdavide Carone e Lucio Dalla – Nanì

-Una bocca senza il suo sapore
-Annusare il tuo mestiere
-C’è un camionista da accontentare

Cercare il mondo che non c’è: di per sé non è una frase molto interessante, ma lo diventa nel contesto in cui è posta. Versi interessanti in questa canzone ce ne sono e sarò curioso di sentirla cantare. Ma ci sono anche delle cadute di stile. Il ritornello non è da buttar via, ma non è all’altezza di una canzone di prim’ordine.
Per quanto riguarda il contenuto, sento qualcosa di vecchio in queste parole: non saprei dire se ai giovani di oggi appaia verosimile perdere la verginità con venti euro dati a una prostituta, ma di sicuro non sarebbero tanto romantici da chiederle di venir via con loro. Li vedo più cinici.

Eugenio Finardi – E tu lo chiami Dio

-Io non do mai nomi a cose più grandi di me
-Su questo piano che si chiama terra

Questa è una di quelle canzoni che sembrano scritte da un autore che voleva dire qualcosa, ma secondo me il dolore e l’amore ce li ha messi solo perché fanno rima. Inoltre la mia religione non accetta canzoni fatte perlopiù da termini privi di sostanza precisa, e non basta dire una volta ospedale per renderli più concreti.
Introdurre una frase come io non sono come te per poi trasformarla in io sono come te crea un minimo di movimento narrativo, ma non basta…

Irene Fornaciari – Grande mistero

-Continuerà a domandarlo il merlo picchiando la grondaia col becco sfoderato che è l’unica sua spada

Leggendo questa canzone mi sono un po’ stupito della ricchezza e della validità delle immagini, insolita per Sanremo; poi ho dato un’occhiata all’autore del testo e ho inquadrato meglio la situazione. Fra i versi che preferisco: le lune a dondolo, le curve che non sai, le monete di sole e la scena del merlo. Le palle di ghiaccio colpite di testa ed il boato sotto il respiro hanno invece qualcosa di anomalo. Sono versi che potrebbero rientrare comodamente nello stile vocale del loro autore, ma cantati da qualcun altro potrebbero non funzionare altrettanto bene.

Arisa – La Notte

-La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché
-Il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me

Oltre alle frasi che ho trascritto è vagamente interessante anche il confronto fra le parole nell’aria e quelle scritte. Ma questa canzone è troppo calibrata sull’acquirente adolescente perchè se ne possa parlare seriamente.

Francesco Renga – La tua bellezza

-Mentre giri sull’ultima giostra come sopra due metri di onda

Per fortuna il mio compaesano non ha scritto uno dei testi peggiori di questo Sanremo 2012. Il punto di vista del maschio che si spaventa e la bellezza furiosa e nobile sono sufficienti ad allontanarci dai paesaggi della peggiore banalità che ha finito per diventare un marchio di fabbrica degli ultimi Festival, ma manca quel qualcosa in più per uscire dal campo del ragionamento ed entrare in poesia.

Emma Marrone – Non è l’inferno

-Se sapesse che fatica ho fatto per parlare con mio figlio

C’è un bel rapporto fra la canzone ed il titolo, che è quello giusto per essere arricchito dal racconto del testo. Anzi, sembra che per prima cosa sia stata definita l’immagine del titolo, e che solo in seguito qualcuno sia andato in giro per i sondaggi a raccogliere i pezzi di crisi più frequenti per ricomporli creando la canzone. Sembra… Sembra anche che quel qualcuno abbia dato un’occhiata alla composizione del pubblico tipico del Festival di Sanremo, e che poi abbia pensato a qualcosa per tirarsi le simpatie dei più anziani, perchè tanto i fans della Marrone la voteranno anche senza una buona canzone…

(P.S. A parte il buonismo eccessivo, ma i riferimenti iniziali alla guerra ce li dovevano proprio mettere?)

Gigi d’Alessio e Loredana Bertè – Respirare

-Sono chiusa a chiave

È l’elogio di un certo tipo femminile che dice frasi brevi e ama vedersi in battaglia contro il mondo. Personalmente potrei anche apprezzarlo, ma mi piacerebbe vedere qualche riflessione più strutturata, e non soltanto frammenti di un mondo a suo modo incantato che rifiuta il divenire.

Matia Bazar – Sei tu

-Sei geniale nel fare del male
-E spari su di me
-Petali di ghiaccio sciolti sulla via

C’è il mestiere, c’è l’introduzione, c’è l’impostazione, e ci sono anche alcune frasi buone. Ma il ritornello lascia un po’ a desiderare, e manca il solito qualcosa in più che tanto servirebbe. Perfetto per Sanremo.

Noemi – Sono solo parole

Cos’è, uno scherzo?

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SCRIVERE PAROLE PER TROVARE IMMAGINI – LE VIE CONTORTE DELL’ISPIRAZIONE E IL DISEGNO CREATIVO

Il mio cliente vuole un’illustrazione per un articolo. Dev’essere chiara ma senza cadere nel banale; non la trovo. L’articolo parla di bambini in un contesto di genitori separati, ed io sto collezionando bambini tristi e piangenti, illuminati o nella penombra, seduti da soli o strattonati dai genitori… Il foglio ed il pensiero si riempiono di immagini che sgomitano per un posto senza portarmi oltre. Le mie “creazioni” diventano una piccola folla che mi assedia col fastidio. Mi trovo incastrato fra la necessità di un’ispirazione e l’impossibilità di allungare la mano per prenderla. Più cerco di afferrarla e più lei mi sfugge.

Parlando dei suoi animali Konrad Lorenz faceva notare che il gioco può avvenire in situazioni in cui il pericolo è assente e la pancia è piena: quando non ci sono questioni importanti ed immediate da risolvere. Ma l’appuntamento con il mio acquirente è esattamente questo, e sembra impedire le condizioni del gioco creativo che esso stesso richiede.
È chiaro che l’accanimento sull’obiettivo non favorisce la nascita dell’immagine, ma nemmeno posso starmene a braccia incrociate a farmi prendere in giro da uno stupido orologio. Quale lavoro posso compiere per avvicinarmi all’ispirazione sotto vento, senza farla scappare? L’immagine buona sembra arrivare quando ne ha voglia lei, ma ci dev’essere nel retroscena dei pensieri una situazione favorevole alla sua nascita. Dev’esserci da qualche parte fra conscio ed inconscio un’idea della struttura che devo illustrare, che fornisca materia prima alla magia dei neuroni per potersi incamminare verso il punto G della creatività.

Dunque smetto di disegnare i bambini, e inizio a scrivere da dove sono venuti e dove andranno, dimenticandomi il loro aspetto. Lascio che si cancellino tutte le immagini che prima avevo collezionato, perché avevano assorbito il sudore dello sforzo con cui erano state concepite, e l’odore non era buono. Intervisto il soggetto dei miei quadri e ne racconto in parole il passato e il futuro, saltando di palo in frasca o scendendo nei dettagli che non finiscono mai, inventando di sana pianta oppure mescolando le mie esperienze alla fantasia. In questo modo posso dare sfogo alla tensione con un lavoro che mi avvicina al risultato. I nessi causali delle storie sedimentano in qualche luogo nascosto del pensiero, popolandolo di semi dai quali attendo un germoglio, in occasione del quale tornerò dal mondo delle parole a quello delle immagini.

Quando insistevo a cercare direttamente l’ispirazione nel campo delle immagini, le creazioni che funzionavano male[1] mi chiedevano aiuto perché io trovassi il guasto e le rendessi valide. Così ogni figura che non fosse quella giusta mi appesantiva e finiva per essere un danno. Adesso che mi sono spostato nel campo delle parole tutto ciò che costruisco non è nulla e non mi appesantisce, scivola via senza rimpianto perché non è quello che cerco.[2]
Ma in realtà questo flusso di parole non è soltanto un nulla, esso è anche la cura di qualcosa che io ancora non vedo; come c’è una danza per la pioggia ce n’è una per le immagini, e le parole sono le gocce per dimenticarle e poi ritrovarle.

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  1. [1]Tutte tranne l’ultima: quella buona che interrompe la ricerca.
  2. [2]Ovviamente la differenza tra la dinamica delle immagini e delle parole non è dovuta alla loro natura intrinseca, ma al fatto che le prime costituiscono il campo di destinazione finale, mentre le seconde costituiscono un campo intermedio.

LA MORTE DELL’AUTORE: NON SOLO LETTERATURA

RIFLESSIONI SULLO SCRITTO DI ROLAND BARTHES
[1]

LA CHIUSURA DELLE POSSIBILITA’

Roland Barthes

Roland Barthes

Il pensiero dell’individuo è aperto a molteplici possibilità che le parole scritte possono evocare o allontanare. Se immaginiamo il pensiero del lettore come la grande luce piena di un riflettore, allora ogni lettura è un foglio nero in cui sono aperti degli spazi, e dopo aver messo il foglio davanti alla luce, solo una parte dei pensieri rimane possibile. Cambiare lettura equivale a cambiare il foglio che mettiamo davanti alla luce. Scrivere un’interpretazione invece, significa mettere un secondo foglio in aggiunta al primo; i pensieri che rimarranno possibili saranno molti di meno, solo quelli che troveranno la coincidenza fra le aperture del primo foglio e quelle del secondo. È in questo modo che l’interpretazione di un’opera può chiuderne gli orizzonti, diminuendo le possibilità di intenderla. In questo senso, chiudere un testo non è in sé né male né bene. Se ci piacciono le possibilità rimaste aperte allora saremo felici di averle rese più evidenti, e viceversa.

Un funzionario del potere competente e dotato di una visione di lungo periodo si preoccuperà di favorire visioni del mondo coerenti con i propri interessi, scegliendo le interpretazioni compatibili con i pensieri amici. E il critico letterario sarà benvenuto presso le parti politiche di cui condivide il sistema di valori. Barthes, che non ha simpatia per “il sistema”, assume una posizione che contrasta con questo stato di cose.

Non saprei dire se le premesse storiche utilizzate da Barthes sono sufficienti a sostenere il suo ragionamento o se sono valide soltanto come un’introduzione, ma anche con questi dubbi riguardanti le radici della sua riflessione è possibile vederne chiaramente l’effetto: la morte dell’autore funziona come uno slogan per disconnettere il passato dell’autore dal tessuto del testo, al fine di contestare la critica e di favorire una lettura sincronica.[2]
La critica letteraria che Barthes prende di mira produce infatti delle interpretazioni di tipo diacronico[3]: essa riconduce il valore dell’opera letteraria alle dinamiche del passato che l’hanno generata, con un percorso a ritroso che risale dallo scritto fino alle presunte intenzioni dell’autore. Dunque, se il terreno su cui pascola il critico sono i percorsi del passato e la volontà dell’autore, ecco che Barthes costruisce uno scriptor dotato soltanto di un Qui ed Ora e privo di intenzioni, una sorta di nuda capacità procedurale. Facendo morire l’autore, Barthes rompe il giocattolo della critica.

UN’ATTITUDINE MENTALE

Al di là delle premesse e delle conseguenze della morte dell’autore, vale la pena compiere alcune osservazioni sul modo in cui essa si struttura. L’eliminazione dell’autore viene anzitutto articolata come rifiuto del tempo precedente alla scrittura durante il quale l’autore concepisce l’opera, e facendo coincidere l’esistenza dello scriptor con l’atto dello scrivere.

L’autore, quando gli si crede, è sempre concepito come il passato del suo libro: il libro e l’autore si posizionano automaticamente su di una singola linea divisa in un prima ed un dopo.[4]

In contrasto completo, il moderno scriptor nasce simultaneamente col testo, non è in alcun modo fornito di un essere che precede lo scritto o si estende oltre di esso, non è il soggetto con il libro come predicato; non c’è altro tempo di quello dell’enunciazione, ed ogni testo è eternamente scritto qui ed ora.[5]

Questa enfasi posta sul momento dello scrivere può anche produrre un certo entusiasmo nel lettore, il quale può proiettare sé stesso in una modalità scrivente che sfiora la dimensione del sacro, ma l’eccitazione è destinata a scemare quando vediamo Barthes ridurre le capacità dello scrittore ad una mera ricombinazione di un patrimonio di elementi preesistenti, privandolo esplicitamente di ogni emotività personale.

Il suo unico potere è di combinare le scritture, contrapponendo le une alle altre, in modo tale da non rilassarsi su nessuna di esse.[6]

Successore dell’autore, lo scriptor non porta più con sé passioni, umori, sentimenti, impressioni…[7]

Barthes è abile a prepararne l’entrata in scena, ma il concetto di scriptor è insostenibile là dove viene confrontato con la complessità storica dell’individuo reale che ha prodotto l’opera. Il rifiuto della durata temporale può attribuirsi (forzando un po’ la mano) al solo momento di definizione delle esatte parole che costituiscono il testo, ma non all’intero processo di creazione dell’opera, che tra l’altro vede l’autore divenire lettore di sé stesso al fine di compiere una validazione o un’autocritica. Nel processo di messa a punto del dispositivo letterario l’autore non può essere considerato indipendente dalla propria storia. L’unico modo di avere uno scriptor verosimile è intenderlo come una sottoparte dell’autore reale, come una sorta di microclima mentale caratteristico del momento dello scrivere.

La morte dell'autore

La morte dell’autore

ALLEGGERIMENTO E APERTURA DEL SOGGETTO

Leggendo l’articolo di Barthes si percepisce un’esigenza di maggiore impersonalità; questo termine può essere inteso come la sostituzione di un Io monolitico e ingombrante con una creatura molteplice e sfuggente. In conseguenza di ciò l’autore non entra più a gamba tesa nello scritto, ma con mano leggera si occupa di manovrare una varietà di meccanismi che daranno luogo alla bellezza del tessuto di parole, accompagnato dalla consapevolezza della propria specifica identità acquisita con l’esperienza.
Ma nello scritto di Barthes intravedo una versione perversa dell’impersonalità che ci chiede di gettare via la nostra storia, sia in qualità di scrittori che di lettori. Si tratta di una richiesta a cui difficilmente si può dare una risposta positiva.

UN RESIDUO CHE NON SI PUO’ ELIMINARE

Esponendo il concetto di morte dell’autore, Barthes sostiene che le storie narrate sono altro dalle storie vissute dall’autore, e che la linea principale di narrazione non è aderente al vissuto dell’autore. Di conseguenza considera inconsistente la pratica con cui il critico letterario decifra la linea narrativa riconducendola a tale vissuto.
Ma anche se non c’è un trasferimento diretto delle storie dell’autore dentro il testo, deve comunque esserci una specificità dell’autore che passa nell’opera, altrimenti gli autori sarebbero banalmente uno uguale all’altro. Quindi, a rigore, sussiste sempre la possibilità di impostare un’interpretazione dello scritto che risalga ai tratti specifici delle sue origini.

DOVE STA IL PROGRESSO

Complessivamente la morte dell’autore mi appare come una questione controversa[8]. Come lettori, il migliore uso che possiamo fare di questa immagine è intenderla come un invito a mettere temporaneamente da parte le cause del passato, simboleggiate dall’autore. Così facendo si pongono le condizioni per perdersi nel presente, interpretando lo scritto in base alla relazione tra le parti, evitando di riferirsi ad un altrove. Questo modo di dare fiducia al testo favorisce la creatività nella misura in cui la riflessione opera su strutture di cui dispone pienamente, non interrotta dalla necessità di effettuare delle ricerche nelle tracce del passato per verificare le linee causali. Lo svantaggio, ovvio, è che si rinuncia a certificare ed arricchire l’analisi con il contenuto di informazione presente nel passato.
Per come la vedo io, il progresso consiste nel trovare i fattori qualitativi in grado di indicare quando è necessario interrompere l’analisi sincronica per passare ad una verifica diacronica. Desiderosi di compiere immersioni nelle varie località del Qui ed Ora, abbiamo bisogno di un metodo che ci indichi il momento giusto per tornare nel contesto globale della Storia.[9] [10]

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NOTA BIOGRAFICA

Roland Barthes

Roland Barthes

Roland Barthes nasce in Normandia, nel nord della Francia, il 12 Novembre 1915. Il padre muore in guerra l’anno successivo, e la madre Henriette lavora come rilegatrice di libri per mantenere la famiglia. Roland si laurea alla Sorbona in letteratura classica e poi in grammatica e filologia. Passa diversi anni in alcuni sanatori per via della tubercolosi. Nel 1953 pubblica “Il grado zero della scrittura” e nel 1967 “La morte dell’autore”. Nel 1970 pubblica “S/Z”, un’analisi di “Sarrasine”, una novella di Balzac. L’ultimo libro prima della morte è “La camera chiara”, sulla fotografia, del 1980. Roland Barthes era legatissimo alla figura della madre; era gay, protestante, interdisciplinare, contro il sistema.

 

  1. [1]Questo documento contiene le mie riflessioni a riguardo del testo di Roland Barthes: “The Death of the Author”, del 1967. Mi sono riferito alla versione in inglese di cui riporto i riferimenti: “Image, music, text” 1977 Pagg 142-148 editore: Fontana, Londra – ISBN/ISSN: 0006861350 – Traduzione in inglese di S. Heath. Il pdf si trova a questo indirizzo: http://smile.solent.ac.uk/digidocs/live/Furby/Text/Barthes.pdf. Le citazioni in italiano sono una mia traduzione dall’inglese.
  2. [2]Che esamina il presente senza fare ricorso agli avvenimenti del passato e quindi al divenire.
  3. [3]Estese nel tempo: che prendono in considerazione il presente in base a come si è creato a partire dal passato.
  4. [4]“The Author, when believed in, is always conceived of as the past of his own book: book and author stand automatically on a single line divided into a before and an after.”
  5. [5]“In complete contrast, the modern scriptor is born simultaneously with the text, is in no way equipped with a being preceding or exceeding the writing, is not the subject with the book as predicate; there is no other time than that of the enunciation and every text is eternally written here and now.”
  6. [6]“His only power is to mix writings, to counter the ones with the others, in such a way as never to rest on any one of them.”
  7. [7]“Succeeding the Author, the scriptor no longer bears within him passions, humours, feelings, impressions…”
  8. [8]Io ad esempio, in quanto autore, non sono molto disposto a suicidarmi.
  9. [9]È chiaro che il movimento fra la Storia e le località del Qui ed Ora si verifica molte volte, non si tratta di un singolo evento isolato.
  10. [10]Questo ragionamento è stato introdotto in riferimento al ruolo di lettore, ma non si esaurisce con esso.

LA BATTAGLIA DELLE APPARENZE

RACCONTO BREVE E FILOSOFICO SU CREATIVITÀ E SAGGEZZA

In quei giorni il Rispettabile Saggio era di cattivo umore, e gli capitò di contestare il Creativo con queste parole: “Tu cerchi sempre di essere originale, non rispetti la convenzione, e con la tua presunzione rovini le basi del vivere in società.”

Il Creativo, che per sua fortuna era anche un poco intelligente[1], così gli rispose: “Io non vado cercando l’originalità con la lanterna: io cerco me stesso. Sei tu che guardandomi da fuori usi questa parola per nominarmi e criticarmi, ma io mi guardo dal dentro.

Inoltre io non sono presuntuoso, io sono lo schiavo della viva bellezza, e sono umile al suo cospetto. Per questo mio padrone ho un rispetto molto più serio di quello che tu hai per la tua convenzione. La viva bellezza infatti è penetrante, non è una maschera dietro la quale nascondere qualsiasi vita, e se non hai capito di cosa sto parlando, sappi che essa è il pensiero che si muove, è quando un significato conquista e riordina l’intero regno del conscio e parte dell’inconscio, trasfigurandoli. È l’idea formatasi da poco, che diventa occasione per i mille nomi che stanno nella mente di mettersi in una configurazione nuova, proiettandosi in file lungo i raggi che vengono da tale idea, o disponendosi a corona intorno ad essa.

Nei miei quadri il completo elegante siede accanto alle povere vesti e alle tute sportive. L’uomo che ride accompagna l’uomo che piange, il triste conversa con l’euforico, e il distratto trova un accordo con l’uomo d’azione. Questo perché la mia regola non è l’uguaglianza dei comportamenti; è qualcos’altro. Tu invece pensi che io non abbia regole solo perchè rompo le apparenze uniformi. Ma per fortuna io non ho bisogno delle apparenze diverse per cercare me stesso, e non ho bisogno neppure di confrontarmi col tuo pensiero, che già conosco. Per cui su questo semplicemente te la do vinta, o Rispettabile Saggio, e domani mi vestirò tono su tono, e risponderò loro con un sorriso di maniera, senza farli aspettare. Perché non è la battaglia delle apparenze quella che io voglio condurre.”

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  1. [1]Altrimenti il Rispettabile Saggio riuscirebbe a rovinargli l’ispirazione.

IL POETA RITROVATO E LE PAROLE VOLANTI

RACCONTO BREVE

Il poeta con la cinepresa racconta la storia in bianco e nero di un pugile contro. La narrazione rimane scritta nel cuore del ragazzo che la segue dal divano, incantato. Le immagini del combattimento gli tornano alla mente aspettando l’autobus nel freddo, durante gli intervalli passati in disparte, e nei piccoli rumori della notte, con la fronte appoggiata alla finestra senza sonno. Nei sogni, lui supera gli ostacoli indossando i guantoni e guardando in faccia i nemici.

Ma il combattente a viso aperto è un’idea che non funziona nel mondo vero. Verrà sconfitta dalle prese in giro dei compagni, dagli inganni delle amanti e dai sotterfugi dei colleghi. Le parole volanti del poeta sono destinate a naufragare sui dettagli retrostanti sui quali si regge il mondo; a causa di questo insuccesso l’uomo smetterà di credere nel poeta. Divenuto un po’ più triste, l’uomo resterà invischiato nella gara sociale della furbizia, che mette in palio la fetta più grossa della torta benestante. Il sorriso delle sue labbra non sarà più accompagnato da quello degli occhi, e lui smetterà di guardarsi allo specchio. Addolcita dal piacere dei sensi, la nebbia della falsità lo accompagnerà fedele fin dentro la bara, economica, scelta con cura dai parenti.

Oppure, avrà un colpo di fortuna, e da un ricordo del passato nascerà un’ispirazione. Se lo sporco è annidato nei risvolti complessi del mondo, non basta una poesia per fare pulizia. Per cui no, non tornerà a confondere il mondo con le storie degli eroi, come faceva Don Chisciotte. Non si possono fermare i mulini a vento. Bisognerà prenderne atto e tornare sì a credere, ma in un modo diverso. Toglierà dunque la passione dai tumulti esterni, dei quali non si può aver ragione, e metterà un recinto e una password a protezione di un nuovo angolo del cuore, in cui le parole volanti del poeta torneranno di casa. Non più bandiera da pirati sui mari del mondo, ma preghiera di un cielo, silenziosa in un tempio.

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